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Un giorno con Serse Pedretti all'Erreà, la fabbrica dei sogni sportivi

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di Matteo Bonfanti
Per me che sono venuto grande negli anni ottanta, le magliette delle squadre di calcio hanno un che di magico. Come tantissimi della mia generazione, da adolescente ho passato interi pomeriggi da Goggi Sport, abbonato, quasi sempre non pagante, al reparto dedicato agli affascinanti oggetti del mondo del pallone. Lo scarso budget familiare mi obbligava a scegliere bene, due divise all'anno, una a Natale, una al mio compleanno. Capite bene che non potevo sbagliare casacca, l'eventuale errore m'avrebbe messo in depressione per diverso tempo, che, allora, andava lentissimo. La scelta imponeva quindi concentrazione e migliaia di visite. Così stavo lì, a valutare con una commessa che più paziente non si può, se fosse meglio l'Ajax o il Manchester United o il Marsiglia o l'Arsenal. Contro ogni pronostico dei miei amici (che venivano con me), la prima maglia che ho comprato è stata quella del Celtic Glasgow, verde coi rombi, della Umbro. E per un discreto periodo della mia vita è stata una seconda pelle. La mettevo un giorno sì e l'altro pure, a scuola, per bullarmi con Giuseppe Salice, il mio compagno di banco. Lui, che abitava nelle case popolari, aveva quella del Napoli del primo Maradona. Azzurra e di cotone, col dieci sulle spalle, sponsorizzata Buitoni. Per averla aveva raccolto migliaia di punti, mangiando spaghetti anche a colazione. Ma la sua casacchina era miserrima: non aveva stampato neanche lo sponsor tecnico. Paragonandola alle auto, la sua maglia era una Cinquecento scassata, la mia una Ferrari. E io ne andavo fiero.

La premessa per spiegarvi come mi sono sentito mercoledì mattina (tra l'altro il giorno del mio compleanno) quando Serse Pedretti della Onis ha chiesto a me e a Monica di accompagnarlo a Parma, nella sede dell'Erreà, l'azienda che veste in Italia l'Atalanta e il Parma, nel mondo centinaia di squadre, nazionali comprese, una sorta di fabbrica dei sogni per migliaia di appassionati di calcio. Partenza a mezzogiorno, compagnia assai piacevole, Sersao è il mio Willy Wonka, non sarà bello come Johnny Deep, ma è più simpatico. E poi è innamorato del suo lavoro. Vende le divise a gran parte delle nostre squadre dilettanti, sa dirvi i colori sociali di qualunque formazione del pianeta, esistente o frutto della fantasia. Me lo immagino da Gerry Scotti, ultima domanda per vincere un milione di euro: «Chi era lo sponsor tecnico del Borgorosso Football Club nel fortunato film interpretato da Alberto Sordi?». Sersao sorride, azzecca la risposta e scappa dallo studio di Canale 5 per correre allo stadio a vedere la Dea, in compagnia di Gigi Foppa, Luigino Pasciullo, Eligio Nicolini e la famiglia Tissone al gran completo.
Il viaggio passa veloce. Serse ci svela i segreti dell'Erreà. Ne è entusiasta, è la sua famiglia. Ci spiega perché, tanti anni fa, ha scelto il marchio del doppio rombo per la sua Onis. Tanti i motivi, il principale sta nel metodo. Diversamente da gran parte dei concorrenti, l'azienda di Parma non fa il lavoro dell'intermediario. Non compra le magliette da uno sperduto produttore del sud est asiatico per poi rivenderle nel mondo, appiccicandoci sul petto il proprio simbolo. Le realizza, dall'inizio alla fine, in una vera e propria fabbrica. Che alle due in punto iniziamo a visitare. Serse è di casa, lo accolgono in quattro. Sono tutte persone che ricoprono ruoli fondamentali all'interno dell'Erreà, eppure sono disponibilissimi e simpatici, emiliani, un popolo accogliente per natura. L'organizzazione è di altissimo livello, pronti-via e io e Monica veniamo assegnati a Marcello Mangora, uno dei responsabili del marketing. Sarà lui il nostro Virgilio in questa sorta di immenso paradiso dello sport. Serse ci viene letteralmente sequestrato da Giovanna Dallaglio, che per lui è solo "la Giò". Tra di loro c'è un filo diretto continuo, per via degli ordini si sentono almeno cinque volte al giorno. Si sorridono, si scambiano battute: la stima reciproca li ha resi complici.
L'azienda è gigante, quindicimila metri quadrati. Passiamo in rassegna gli uffici: bellissimi e tutti particolari. Sulle scrivanie dei creativi, guanti da portiere, palloni da calcio, da rugby, le ultime maglie prodotte (da urlo), che noi comuni mortali vedremo in agosto, nelle amichevoli estive dei principali club europei. Da un open space all'altro, passando per i lunghi corridoi che li collegano. Sembra di essere in uno stadio, non in Italia, ma nei gioielli d'Oltremanica. Alle pareti ci sono infatti le gigantografie di tanti campioni che hanno sposato il progetto Erreà. C'è una prodezza di Hernan Crespo con la divisa crociata del Parma, c'è  Simone Padoin a grandezza naturale, in nerazzurro (e a Serse scappa una lacrimuccia), ci sono i campioni del volley, del basket, del rugby. C'è Yuri Chechi sugli anelli: sopra i muscoli tirati l'ultima geniale trovata dell'azienda di Parma, la divisa Active Tense. Indossandola, gli sportivi correggono la postura, migliorano le loro prestazioni atletiche e si mettono al riparo da infortuni muscolari. Due calciatori dell'Atalanta l'hanno provata ed ora non ne fanno più a meno.
La sede è infinita, ma Marcello ne conosce ogni angolo. Le persone che ci lavorano, pur impegnatissime («ci sono club che ci chiedono una divisa nuova ogni mese»), ci raccontano tante curiosità del pianeta Erreà. Che veste squadre in tutto il mondo, migliaia, tantissime in Italia, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Svizzera (dove Serse con la sua Onis Swiss è addirittura il distributore ufficiale dell'azienda di Parma), Austria, Islanda, Turchia e Paesi Arabi. M'immagino il Serse africano, turbante in testa, attaccato a un insabbiato telefonino per organizzare la scuola calcio over 40. Venti posti disponibili, tutti già prenotati dagli emiri di Dubai. Torniamo a Parma, Marcello ci parla dei mercati che Erreà, grazie alla sua professionalità, sta rapidamente conquistando. Ci sono la Russia e l'Australia. Stanno aldilà del pianeta eppure hanno scelto di far mettere ai loro campioni una divisa made in Italy. Che goduria, alla faccia della Merkel e di Sarkozy.
Passata un'ora, arriviamo in fabbrica, il cuore pulsante dell'azienda. Serse ne è innamorato. Gli piace toccare i rotoli di tessuti, a centinaia, codificati, numerati e impilati su scaffali che circondano tutto. Serse è una guida perfetta, ci spiega come una bella idea diventa prima un modello disegnato su carta e poi una maglia vera e propria. Indossata dai giocatori e poi da migliaia di tifosi allo stadio. E' un viaggio meraviglioso, lungo, meticoloso, con decine di passaggi. Uno di questi è la tipica prova del fuoco: tre macchine che stressano le casacche in tutti i modi possibili. Se resistono perfette, senza fare neppure un pallino, allora vanno in produzione. In caso contrario vanno ripensate e si torna daccapo. Come nel gioco dell'oca.
Vengo rapito dalla filosofia aziendale. Sui muri la scritta Oeko-Tex, che non è l'ultima avventura dell'eroe inventato da Bonelli, ma un'importante biglietto da visita: qualsiasi tessuto Erreà non contiene sostanze nocive.
Intorno alle quattro del pomeriggio scopriamo che per me e Monica è previsto un regalo inaspettato. Con una cinquantina di rivenditori europei, potremo assistere alla sfilata dei nuovi modelli Erreà per la stagione sportiva 2012-2013. E' un'anteprima, Marcello ci accompagna davanti a una porta e ci affida di nuovo a Serse. E lì accade quello che non ti aspetti. Apriamo e scopriamo che in un angolo della sede c'è un immenso salone, coloratissimo, con, al centro, una lunga passerella. Di colpo ci pare di essere a Milano, invitati a vedere la collezione estiva di Miuccia Prada. Invece siamo ancora a Parma, modelle e modelli hanno abiti altrettanto belli, ma che non finiranno sulle spalle delle donne della borghesia lombarda. Le maglie, i pantaloncini e i calzettoni che Erreà sta presentando, saranno addosso ai ragazzi del nostro calcio provinciale. Le divise sono stupende, ma sono ancora top secret, quindi non vi possiamo raccontare molto. Tanti nostri lettori le vedranno tra qualche mese alla Onis, quando, come ogni anno, faranno la fornitura da Serse. Che da qualche giorno sta lavorando a un progetto affascinante: l'Erreà Tour, il 12 e il 19 marzo, riservato ai presidenti dei club orobici. Portare tutti i nostri massimi dirigenti a vedere come vengono fatte le casacche delle loro squadre.
Serse, ad un certo punto, ci chiama a raccolta e ci presenta Angelo Gandolfi, presidente e fondatore dell'azienda Erreà. Per chi è dentro nel calcio, è più o meno come parlare col signor Nike. Angelo ha iniziato nel 1988 con pochi soldi, ma un sacco di idee. Ora ha un impero che ha quattro sedi operative di proprietà, quella in Italia e le succursali, sparse per il mondo. I rivenditori lo tirano di qua e di là, vogliono tutti la sua attenzione. Angelo sorride, è emiliano, è alla mano, ha una parola per tutti, anche per me e Monica, soprattutto per Serse, che, oltre a essere un partner, è anche un amico.
Sono ormai le cinque, a un'ora e mezza dalla partita tra Atalanta e Genoa. Salutiamo Marcello, il signor Gandolfi, tutta l'Erreà e partiamo in direzione Bergamo. Arriviamo un attimo prima del fischio d'inizio della partita. Io, più che altro, sto ad osservare le maglie della Dea. Sono bellissime, sono state fatte a Parma. E io ho avuto la fortuna di conoscere tutti quelli che hanno lavorato per realizzarle.

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