Così la giornata di ieri, che inizia con le parole del grafico di Lm Promo, il ragazzo che ha realizzato il portachiavi bello bello, in ferro battuto, quello dei famosi fabbri dell’alta Val Brembana: “Scusa, Matteo, ma ho una curiosità da chiederti…”. E io, con la mia solita cortesia, tenero, ma fermo, per evitare frasi compromettenti: “Se posso… Pur che non sia una domanda sulla mia vita privata, in quel caso sarò costretto a trincerarmi dietro a un no comment carico di significato…”. E lui, rassicurante: “No, tranquillo, non c’entri tu. Solo questo: ma chi cazzo è sto Vestaglietta?”. E io felice, che non si tratta di me, né dei miei guai sentimentali né di quelli psicofisici, rispondo facendo lo gnorri: “Non lo conosco bene, stiamo solo facendo un po’ di pubblicità al suo libro. Ma dev’essere un bravo tipo, discretamente bambo, che non si raccatta e che si dimentica le cose, abbastanza sfigato, ma buono, di cuore”. E il giovane grafico di Lm Promo, al telefono un tipo carino, anche simpatico: “Bello dai, se vi avanza una copia, tienimela via, che magari la compero”.
Nel pomeriggio mi faccio un giro in lungo e in largo. Alle quattro sono a Monza, dal mio psicologo, il famoso Ze Ze, preoccupato per il mio crescente sdoppiamento di personalità (“sa, dottore, il Vestaglietta è buono come il pane mentre io sono bello cattivello, vorrei assomigliargli un pochino, prenderlo ad esempio. Come devo fare?”, “Matteo, ma il Vestaglietta sei tu…”, “no, dottore, il Vestaglietta è il Vestaglietta, io sono Matteo Bonfanti, il giornalista maledetto, che fa musica per limonare nei peggiori bar della Longobardia”, “no, Matteo…”, “sì, dottore…”, “sì, Matteo…”, “forse sì, dottore…”, “sicuramente sì, Matteo…”, “dottore, diciamo che ci penso”, “sì, Matteo, ma ricordati, rifletti mentre guardi il muro…”).
In seretta passo da Valmadrera, a vedere a che punto è la stampa del mio libro, anzi no, non mio, ma del Vestaglietta… Ad aprirmi la porta Marco, che non riesce a stare serio quando mi vede: “Già il Vestaglietta è strambo duro, se gli facevo il colore della copertina come lo volevi tu, quel verde tossico-psichedelico anni Settanta, sarebbe stata la sua fine. L’ho salvato dalla sicura galera, ringraziami…”, “Grazie tantissimo, Marco. Appena mi capita di incontrarlo glielo dico e venerdì ti dico cosa mi ha detto, che si vede che ci tieni, insomma che al Vestaglietta vuoi un sacco bene”.
Risate, sue… Io serio, sempre più dentro a questa tragicomica vicenda che raggiunge il suo apice sulla strada che mi porta a Bergamo, quando in macchina parlo serenamente, ma francamente, al Vestaglietta, per organizzare i nostri prossimi giorni insieme: “Cosa dici di un’eventuale presentazione a Cattolica? Ho già chiesto a Duba…” e lui muto, “se andassimo a Roma così salutiamo Nic, Priscilla, Dretz, Marta e Sari?” e lui muto, “a Bologna così facciamo un salto dalla nonna Pina?” e lui, ancora, muto. Stronzo di un Vestaglietta, penso, bravo con tutti, odioso con me.
All’ora di cena sono a casa, Costanza mi ordina di mettermi subito la vestaglia in acrilico cinese altamente infiammabile (“così diventi più buono, che lui è caro, sensibile e cucciolo, mentre tu sei uno stronzo patentato…”), Zeno, il mio secondogenito, dodici anni, mi viene incontro con la berretta. Mi abbraccia e la toglie, scoprendo una crapa interamente a treccine africane. E’ stupendo, “che bello che sei, Ze…”, e lui, allegro, “Matty, non sono più Ze, ma il figlio bianco di Travis Scott”, trapper di successo, di cui io prima di ieri ignoravo l’esistenza, “d’ora in poi chiamami Trevizen”, “e, tu, chiamami papà”, “ok, MattyVestagliaPapà”.
E mi riappacifico col Vestaglietta, che questa cosa del travestirsi per sdoppiarsi, vista con i bellissimi occhi verdi di Zeno, è un botto divertente. Solo nell’ultimo mese il mio ragazzo ha recitato la parte dell’alieno (al parco Suardi, con addosso un vestito fighissimo che si è fatto arrivare per posta, non sappiamo ancora da dove), del comunista sovietico col colbacco (a scuola, cimelio recuperato in un cassetto a Valgreghentino), ora è diventato un giovane rapper dell’America nera (merito di un afro parrucchiera di via Quarenghi). Lo fa per se stesso, ma pure tanto per noi, che a ogni risata che ci fa fare ci si allunga la vita di un paio d’anni (e con lui intorno finiremo che ce ne andremo solo dopo aver spento le centocinquanta candeline, ovviamente Vestaglietta permettendo…).
Ps – La foto mi è costata 20 euri, che Zeno è assai simpatico, ma pure parecchio sveglio, “Matty, sono per i miei diritti d’immagine”.
 
Matteo Bonfanti