Così è per me il Gaucho, al secolo Carmine Gautieri, classe 1970, un vecchio amico. Parte da Napoli tre volte l’anno e viene a trovarmi, mi fa ridere, perché il ragazzo è uno di quelli da passarci i giorni a cena, dal tramonto all’alba, ma pure mi dà da pensare, perché è parecchio intelligente, spesso addirittura illuminato. Il nostro legame lo racconta benissimo quest’ultima settimana: il già citato Carmine e poi Gigi, al secolo Luigi Foppa, insieme, identici a due fratelli, a mangiare dalla Giuliana, la Giuly bella, che è casa nostra, da sempre di tutti e tre. Mi chiamano intorno all’una e trentacinque circa mentre sono incasinato tra il lavoro, appunto il Bergamo & Sport, il giornalone di cui sono il direttore, e i miei due figli, Vinicio e Zeno, diciannove e diciassette anni, meravigliosi complici, i miei Qui e Quo quando io divento Qua. “Dai, Matte, arriva, non ci sono storie…”, “Gaucho, non ce la fo, domani”, “piantala, io e il Gigi ti aspettiamo…”. Ed eccomi, al tavolo, ad inventarmi scuse per la redazione, coinvolgendo i miei ragazzotti, Vin e Ze, nelle mie avventure intorno al fubal, appunto Carmine e Gigi, almeno una giornata necessaria e sufficiente per ascoltarne i mirabili pensieri.
Intanto Gautieri, per chi è più giovane di noialtri, è stato uno dalla classe da vendere, con la cannella da fuori e i dribbling, tanti tanti, ad ammattire il diretto avversario. La carriera: l’Atalanta in mezzo alla Roma, e che Roma, e poi, per il cuore, il Napoli, quello orfano di Diego, in cerca di un santo del dio pallone ad ogni sessione di mercato. A Bergamo dal 2002 al 2005, eroe di una promozione, giocatore meraviglioso, di lotta, di golassi e di governo, ma come uomo ancora di più, un aiuto nello spogliatoio di allora per me che dalla cronaca nera ero passato allo sport, senza saperne, quindi per lo più a tentoni. Carmine il mio mentore, ogni telefonata una notizia, perché a trent’anni era già un allenatore, a immaginarsi schemi, a pensare a un calcio bello bellissimo, con le sgroppate, la superiorità numerica e tutto il resto dell’ormai famoso repertorio giochista.
Potrei fare un libretto, ma al momento è solo un articoletto, così ecco a voi le sue parole, rubate nel nostro giorno insieme, un mercoledì di metà gennaio a BiGì, una giornata di tantissimo e di niente, profonda e leggerissima, come è l’uomo, il Gaucho, e l’ho già detto, uno super, ma pure pop popular, un gigante del nostro pallone che non se la tira nonostante sia stato l’uomo mercato di un quinquennio in Serie A. “Sai, Matte, la Nazionale che fa una fatica bestiale? Io un’idea ce l’ho, il problema non sono né Spalletti né Gattuso, ma che noi, la generazione che ha vinto il Mondiale del 2006, da popetti giocavamo ore e ore, fino allo sfinimento. Mi hanno pescato in questo modo, per strada, un osservatore… Ora i bimbetti fanno altro, hanno i telefoni e la play, e poi i cortili non ci sono manco più per via delle troppe macchine, una addosso all’altra. Il calcio è una cosa semplice, come mille altri lavori, più ci sei dentro, più ne impari i segreti, le giocate… E i colpi ti vengono da soli”.
Pare di sentire Lamarck, il biologo che ha ispirato quel geniaccio di Darwin, parafrasandolo, “l’uso perfeziona il piede, il disuso lo atrofizza…”. “Ho giocato in una Serie A dove nel mio ruolo c’erano giocatori semplicemente mostruosi, Totti, Baggio, Del Piero, Doni, solo per citarne quattro di quindici… Perché non ne nascono più? Il motivo è quello, i bambini giocano poco e con troppi schemi, spesso obbligati da genitori che vogliono il campione, non il loro divertimento. Non sono liberi…”.
Altri pensieri, ovviamente l’Atalanta, che il Gaucho ha nel cuore… “Penso che la famiglia Percassi abbia creato qualcosa di unico grazie a un’intelligenza e a una lungimiranza non comuni. Con loro la Dea è diventata una società top sia in Italia che in Europa, la riprova è la scelta di mercato fatta proprio ora da Raspadori. Campano come me, Palladino mi piace, è la scelta giusta, un uomo di cuore, pronto a fare i salti mortali per la causa, perfetto sia nel far lavorare i big, molto, ma senza eccessive pressioni, che, credetemi, a volte pesano come macigni, che nel far crescere i giovani d’oro sapientemente cresciuti a Zingonia. Credo che i nerazzurri diranno la loro fino alla fine in tutte le tre competizioni in cui sono impegnati. Faccio i complimenti a Luca Percassi per come ha fatto ripartire il mondo Atalanta dopo il doloroso addio del Gasp…”.
A margine, ma mica tanto, parole al miele sui tifosi… “A Bergamo il pubblico è avanti, ti permette di lavorare e questo anche quando giocavo io nell’Atalanta. Ricordo un confronto con il Bocia dopo un nostro periodo terribile, quanto era riuscito a caricarci con la sua incredibile e incrollabile fede”.
Gli affetti, “il Gigi Foppa, un amico sincero, una persona dal cuore d’oro, tanto anche voi di Bergamo & Sport, poi, ovviamente, tutti i miei compagni di quell’Atalanta mai doma, Ivan Ruggeri e la sua famiglia, veri e propri signori che hanno messo le basi per lo straordinario exploit fatto poi dai Percassi, quindi la Giuliana, che è unica”.
In ultimo, non certo per importanza, quello che al Gaucho non va giù del calcio due punto zero, “troppi direttori sportivi che fanno anche i procuratori e così i veri valori non emergono, spesso quelli bravi non hanno la spinta giusta e se ne stanno in panchina. Servirebbe la separazione delle carriere…”.
Ottimo allenatore, ma fermo, perché? “Matte, finché non mi propongono un progetto serio, me ne sto a casa. Seguo i concerti di uno dei miei amici più cari, Gigi D’Alessio, un uomo semplicemente straordinario, o parto verso Bergamo per venire a trovare te, il mio Gigi e la Giuliana. E poi vado a vedermi l’Atalanta, che da quindici anni è il meglio che c’è”.
Matteo Bonfanti


lunedì 19 Gennaio 2026
