Dal vae victis dei romani al guai a pensarsi vincitori di Raffaele Palladino. Dall’Union Saint-Gilloise, mercoledì sera al Lotto Park/Stade Constant Vanden Stock di Bruxelles-Anderlecht, il tecnico si aspetta lo step in più dalla sua Atalanta sempre un po’ altalenante. In palio, le residue speranze di centrare la qualificazione diretta agli ottavi di finale a dispetto del crollo nella classifica a 36 della Champions League dal quinto al tredicesimo posto per via della rimonta subìta una settimana da dall’Athletic Bilbao a Bergamo: “Niente cali di attenzione, non possiamo pensare che le cose siano già fatte. Abbiamo visto cos’è successo, per dirne due, a Verona e a Pisa. Ci vuole leggerezza, sì, perché vogliamo giocarci fino all’ultimo un sogno che è lì, anche se non era il nostro obiettivo. Non superficialità: il confine è sottile. Se diamo qualcosa per scontato, succede quel che è successo anche col Bilbao. Non possiamo più permettercelo, tanto più in una fase cruciale della stagione dove entra nel vivo anche la Coppa Italia”.

“Se si abbassa la guardia s’incappa in situazioni delicate e difficili. Leggerezza sì, ma anche determinazione. Non bisogna fare calcoli andando in campo con la mentalità giusta per provare a vincere la partita. In Champions abbassare l’attenzione si paga caro”, il mantra ripetuto dal mister alla vigilia dell’ottava e ultima giornata della League Phase. Sarebbe bastato anche solo un pari coi baschi per poter centrare comodamente la Top Eight vincendo nella capitale belga. Adesso, invece, bisogna affidarsi allo stellone e soprattutto ai calcoli, perché delle otto concorrenti a quota 13 punti, con PSG, Newcastle e Chelsea a occupare gli ultimi tre posti utili a evitare le forche caudine dei playoff, i bergamaschi hanno la differenza reti peggiore, appena +1. 

Un confronto senza vincitori tra i parigini e le Magpies al Parco dei Principi sarebbe più foriero di speranze. Se le due migliori cogli stessi punti si dividessero la posta in palo, il bottino pieno al Lotto Park qualificherebbe agli ottavi di finale diretti in almeno tre di questi casi: sconfitte di Real Madrid e Liverpool, non vittorie di Tottenham, Chelsea, Atletico Madrid, Barcellona, Sporting Lisbona e Manchester City. Se vincesse una delle due, al contrario, servirebbero quattro di queste combinazioni: sconfitte di Real Madrid e Liverpool, non vittorie di Tottenham, Chelsea, Atletico Madrid, Barcellona, Sporting Lisbona e Manchester City.

“L’importante è fare la nostra parte fino in fondo, sapendo che non dipende solo da noi. La prestazione conta. Si tratta di una prova importante contro una squadra che vuole fare punti perché ha ancora possibilità di qualificarsi – aggiunge l’uomo in panchina -. Abbiamo studiato tanto l’USG. Ha assenze, ma pure ottimi elementi, individualità importanti, giocatori di gamba che attaccano la profondità, sanno giocare dentro e verticale, sono fisici. Dipende dalla nostra voglia e dalla nostra mentalità”. Quindi, lo spot che non t’aspetti: “Non importa chi gioca dall’inizio, ma contano lo spirito e l’atteggiamento, tra cui rientra l’essere pronti a subentrare. La gestione dei ragazzi non è difficile, sono straordinari. Krstovic è un trascinatore: entra e trascina la squadra, perché è sempre vivo e ha il fuoco dentro”.

Il montenegrino, con l’aria di chi sente la partita, non sembra dare peso eccessivo al momento, leggi tre palloni nel sacco di fila per un totale di sei in campionato, sette compreso il gol della bandiera coi Leoni di Biscaglia, otto in stagione perché la prima vittima era stata la Juve Stabia in Coppa Italia in maglia Lecce e cinque nelle ultime cinque partite. Inversione delle gerarchie in vista? “Nei primi sei mesi è cambiata tutta la mia vita e non era facile, negli ultimi mi è stata data fiducia. Ma sono felice sia che giochi 90 minuti che 5. Spero di vincere mercoledì e nei primi otto posti – taglia corto Nikola l’ex salentino -. Scamacca e io abbiamo segnato due gol entrambi nelle ultime due partite: se la squadra vince e fa punti, fa lo stesso. Giocare 30, 60 e 90 minuti non cambia niente. A Bergamo non è come a Lecce, ci sono tanti giocatori forti davanti. All’Atalanta ci sono ventitré fenomeni. Sono felice sia con 5 minuti che con 90″.

Tornando a Palladino, ecco gli accenni ai singoli e alle ricette per non devastarsi lo stomaco da un brutto imprevisto. Lookman è rientrato bene da 40 giorni in Coppa d’Africa. C’è bisogno di un po’ di tempo per  riprendere i ritmi nel lavoro e negli allenamenti, ma è a disposizione per scendere in campo dal primo minuto come tutti gli altri. Dopo il 4-0 al Parma ho scritto su Instagram ‘mentalità, spirito e squadra’. Lo spirito conta domani, se devo sceglierne una. Andare forte, avere l’atteggiamento giusto, fare le pressioni giuste, difendere e attaccare da squadra: appena manchiamo in quello, caliamo. E’ un momento importante della stagione, dobbiamo stare con le antenne dritte. Servono freschezza, dinamismo e velocità dietro contro avversari molto verticali. Ho sei difensori molto forti che si completano alla perfezione tra esperienza, gioventù e qualità di gioco. Ho giocatori forti tecnicamente, fisicamente e caratterialmente. La crescita che mi aspetto è nella testa: lo step in più in determinati momenti della gara”.

La superstella attuale è chiamata a rimpinguare il bottino personale e di squadra. De Ketelaere è  importantissimo, si sta esprimendo a livelli incredibili. Può dare ancora di più sotto il profilo del gol, riempire di più l’area. E’ lo step finale che gli manca: è già incredibile e completo anche in fase di non possesso. Devo essere bravo io a portarlo a fare qualche gol e riempire di più l’area ragionando di più da attaccante”. Infine, sulla gloria da appena ex quarantenne: “Io come Mancini che alla mia età era in Champions League da allenatore? Vivo molto il presente. Se guardo ai miei 31 anni era già due che seguivo i corsi da allenatore. Ho iniziato 5 anni prima del ritiro da giocatore. A 41 è un motivo d’orgoglio rappresentare l’Atalanta in Champions League. E’ un lavoro che amo e faccio con grande passione. Ma non chiedetemi dove sarò tra altri dieci, non faccio programmi così a lungo termine”.

Il centravanti-backup che per mesi è rimasto fermo alla doppietta in casa del Torino il 21 settembre e non la metteva più fino al risveglio nell’anno nuovo, infine, merita la chiosa tutta per sé. “Ma non parlate di me, parlate della squadra…”, si schermisce. “L’Atalanta è una squadra fortissima, mister Palladino ha acceso un clic e giochiamo sempre per vincere. Ci mancava solo un po’ di fiducia. Ho segnato in Champions, ma non è che la mia carriera finisca qui. Chi fa l’attaccante è anche il primo difensore, nel calcio di oggi si deve correre tanto”. Infine, tra umanità varia e rapporto coi pari ruolo: “L’esultanza dopo aver segnato la ripeto perché è in onore di mia figlia, che me la chiede sempre (mani aperte sulle tempie e linguaccia, NdR). Appena arrivato Raspadori ho fatto subito gol. Un giocatore bravo, lo aspettiamo in Champions. Fargli un assist, come farlo a un compagno di reparto o di squadra, mi rende felice come quando a segnare sono io. Quando ho mandato Jack in porta col Parma ho esultato come se il gol l’avessi fatto io. Poi l’ho fatto davvero. Fare gol è il mio lavoro, è normale. Ma Non parlate sempre di me. Non firmo per 12 gol..”. Effe