Così come è accaduto ieri, sabato notte. Entro in casa, guardo la mia tana e mi accorgo che se la gioca solo ed esclusivamente con l’appartamento di Trainspotting. Sto per piangere, trovo la bottiglia del Vecchio Amaro del Capo, me ne bevo quell’attimo e parto con un paio di riflessioni anche abbastanza giuste. Nel mezzo ho una chiara visione idilliaca, il solito collegamento giornaliero col paradiso: mia nonna, la Pina, mi gratta i riccioli e mi ripete il suo mantra, in bolognese: “Cinno, la prossima volta pulisci sempre al volo, così non fai fatica. Un conto è dover lavare due piatti, un altro cinquecento. La situazione è drammatica, ma ce la puoi fare”. Rinfrancato dalla mia santa personale, guardo i piatti nel lavandino, quelli da lavare, ossia tutti i piani e i fondi, e sono ventitré, un bel numero, ma abbordabile. Alcuni riposano lì, va detto beati, da settimane, chiacchierando tra loro del più e del meno. Dai residui riconosco una carbonara con la nduja e un ragù di tonno fresco fatti il mese scorso e mi batte forte il cuore per il cuoco che sono diventato ultimamente. Sto per commuovermi quando una schiera di bottiglie di Tennents, vuote e molto sensibili, provano a convincermi a fare marcia indietro riguardo ai miei buoni propositi, innanzitutto quello di buttarle nel vetro per liberare quell’attimo di spazio vitale. Mi dicono: “Matti, siamo qui in cucina da settimane e ci siamo affezionati a te. Sei una persona buona… Non eliminarci”. Evito di ascoltarle concentrandomi sulle pentole Agnelli in mio possesso, otto, parecchie, in quanto ex dipendente del gruppo, alcune in uno stato che se le vedrebbero Paolo e il Ciccio mi metterebbero il muso per un decennio. Poi i vestiti, sparsi per terra. Mi perdo nei pensieri, mi accorgo che la tana moltiplica i calzini. Ce ne sono dappertutto, il problema è che nessuno è uguale all’altro. Cambiano colore e forma? È un gioco sadico che fa la casa? Qualcuno entra di soppiatto per scombinarmeli? Tento una teoria, ma non ci riesco, li interpello, ma se ne stanno distesi, in relax, con la bocca chiusa. Quindi do alla cazzo la colpa al governo e passo avanti. È venuto il momento di agire. E mi metto. Due ore e passa per tirare insieme il lavandino mentre faccio tre lavatrici, una mezzorata buona per stendere. Paio un ossesso, in quel che resta della notte do lo straccio, smisto i rifiuti per la municipale, li porto in cortile, pulisco i sanitari del bagno con Mastrolindo. E nell’entusiasmo mi lavo anch’io, faccio una bella doccia con shampoo e balsamo. Finito, mi metto a martoriare i miei denti con lo spazzolino una decina di volte. Scopro di avere un collutorio del 2023 e abuso di lui mettendo la parola fine alla nostra vita insieme. Tre anni, non poco.
Poi, esausto, intorno alle quattro e trentacinque circa, vado a letto, crollando all’istante. E mi sveglio con due pensierini, la fatica boia che si fa a rassettare anche un microscopico monolocale come il mio, e il conseguente progetto: il partito di noi casalinghe e casalingui che meritiamo fin da subito uno stipendio bello grosso.
Matteo Bonfanti


lunedì 9 Febbraio 2026
