Ho visto il Festival, del resto so tutte le canzoni dall’edizione del 1985, avevo otto anni, vincevano i Ricchi e Poveri, mio papà, Marco, scuoteva la testa e guardava me e Chiara, mia sorella, dicendoci “non ci sono più i brani di una volta”. Ma a me “Se m’innamoro” piaceva, anche perché in terza elementare ne ero anche abbastanza dentro, indeciso tra due compagne di classe bellissime, Valeria, che aveva pure il pregio di chiamarsi come mia mamma, e Margherita, che era invece il titolo di un successone del 1976, imprescindibile nelle compilation “Varie” che mio babbo, sempre lui, Marco, allora geniale maestro elementare, ora meraviglioso poeta, ci faceva ascoltare prima di addormentarci perché la tv a casa sua, lo giuro, testimone mio cugino Nicola, andava sì e no. Funzionava solo se qualcuno scoreggiava. E non sempre il “vecchio” ci nutriva a tonno e fagioli. Durante il Festival parecchio, poi meno, il giusto.
Altri tempi, adesso mio babbo ha una televisione di ultima generazione, capace pure di fargli al volo un toast con prosciutto e fontina se solo glielo chiedesse col telecomandino con cui parla spesso e volentieri, io sempre la stessa, un tubo catodico di inizio secolo che mi porto di casa in casa, quasi un gatto per la compagnia che mi ha sempre fatto nelle mie crisi sentimentali. Entrambi, non io e la televisione, dico io e mio padre, non abbiamo smesso di fare dei peti, va detto per inciso qualcosa di impossibile per noi umani, solo che davanti a due tv funzionanti si sentono gran poco.
Non è comunque un articolo su noi italiani scoreggioni, ma un giudizio sul Festival appena finito, mai tanto lontano da noi, il primo che non rispecchia per nulla la realtà in cui viviamo. Direte, giustamente, e me lo dico anch’io da musicista abbastanza stimato per via delle mie frequentazioni (finto) jazziste, ma di cosa stai parlando? A Sanremo si è accoppato Luigi Tenco, il più grande di tutti, perché si mandava avanti Orietta Berti (“io, tu e le rose”) e si cacciava lui, il gigante di “Un giorno dopo l’altro”. E i miei, che si sono sposati sulle note di “Vedrai, vedrai”, poi si sono separati, ma quella è un’altra storia, dal suicidio del maestro non si sono mai ripresi del tutto. Ok, ma era il 27 gennaio del 1967. Cinquantotto anni fa. Quasi un’esistenza.
Sal Da Vinci, di cui io, che obbligo l’intero corpo redazionale ad ascoltare musica italiana sempre e per sempre (“dalla stessa parte mi troverai”) acca ventiquattro, non ho mai sentito un brano, è qualcosa che trascende i confini della realtà, un Claudio Villa riportato in Italia con la macchina del tempo. Canta, e siamo nel 2026: “Saremo io e te per sempre legati per la vita che senza te non vale niente. Non ha senso vivere con la mano sul petto, io te lo prometto davanti a Dio, saremo io e te da qui, sarà per sempre sì, costruiremo tutto ma non alzeremo un muro, litigare e far l’amore poi che male c’è”.
A Sal, 56 anni, neomelodico napoletano, piace l’amore tossico, che a volte finisce per ammazzare le donne, troppe anche quest’anno, “perché il sì è per sempre”, pure se non ci si sopporta più, gli garba dio, e la scelta della minuscola è perché in Italia ormai ne abbiamo tanti, cristiani e mussulmani, tutti parecchio sfigati, poi la famiglia, sicuro anche la patria che nel trio non manca mai. Paura. E io mi chiedo, mentre fuori inizia un’altra guerra degli alleati del nostro governo, con la povertà che ci porterà, il doppio delle bollette, il triplo del costo della spesa, l’angoscia per i popini morti, davvero siamo questi?
Domani vado da mio papà, Marco, sempre lui, un illuminato, gli proporrò di spegnere la tv per metterci a scoreggiare forte. Sarà il nostro atto di protesta.
Matteo Bonfanti


lunedì 2 Marzo 2026
