In un modo in cui si parla solo di cose bruttissimissime, vorrei darvi una notizia bella, toccata con mano in questa settimana e che ci deve rendere tutti fieri: il calcio bergamasco si sta prendendo cura dei suoi bambini e lo sta facendo nel migliore dei modi, imparando dagli errori del passato, coccolandoli, lasciando che la sola via alla passione del pallone sia il sorriso tutto intorno.
Per amore di un mio amico, Egidio Capitanio, un uomo in gamba, sensibile, simpatico e intelligente, presidente del Paladina, ho passato tre giorni, dal giovedì al sabato, al centro sportivo del suo club. Intanto vi parlo di lui, che fa tornei ogni settimana, nell’idea meravigliosa che il calcio sia soprattutto un motivo per incontrarsi, per conoscersi, tra i bimbi come tra i genitori sugli spalti. L’ora è tarda e non so in che ordine, potrei sbagliarmi, resta che ho visto giocare i 2017, i 2018 e i 2019 di molte società orobiche, popini con le scarpette, la divisina perfetta con la maglia dentro i pantaloni, l’innata curiosità, una certa propensione alla poesia e all’anarchia, la voglia di stare bene. Si leggono tante cose, le scrivono soprattutto altri giornali, quelli che non vanno sul posto, ma si affidano via telefono alle esagerazioni dei presenti. Beh, io che ero lì, ho visto tre cose che vi voglio dire. Intanto che per i nostri piccolotti il risultato è un limite alla felicità e che, proprio come fanno al Paladina, se si è piccoli, non è né da tenere né da considerare. Ogni bimbo va premiato con la medaglia d’oro del primo, perché a sei anni è importante esserci. Vincere, pareggiare o perdere sono elementi che disturbano. Poi la preparazione di chi dà una mano alle famiglie a crescere i nostri popi, ossia gli allenatori, giovani e forti, unici, preparatissimi dal punto di vista psicologico. Per l’Azzano c’era Mattia Caldara, l’ex stella dell’Atalanta, uno che a me ha fatto innamorare, in gol partendo dalla difesa. E lui, che ha giocato in Serie A, è l’esempio del movimento dei mister, lasciare che i suoi vivano una giornata unica, morbida, di libertà all’interno di regole tranquille, di esperienze sane, di colpi sul rettangolo e fuori, a riprova che giovedì, a un certo punto, avevo tre talentini di sei anni a intervistarmi per capire se la scelta migliore per il loro futuro fosse fare il calciatore o il giornalista sportivo.
Sono stato bene, siamo stati tutti bene, perché il padrone di casa, l’Egidio, vale e si è circondato di una serie di persone di cuore, la Dile, l’altro Egi, Franck, Albi, Paolo, il Bena, Silvia e tanti altri. Ma il discorso è più ampio, anche i genitori, sui trentacinque, sono una bella generazione, presenti, ma mai invadenti, in tribuna, orgogliosi dei loro figli, ma senza fiatare.
Giovedì, venerdì e sabato i tornei sono finiti intorno alle otto. Poi ne sono iniziati altri, “illegali”, autogestiti dai bambini, il mucchione dove ho tirato due calci anch’io rispondendo al grido “direttore, arrivi?”, mentre noi adulti eravamo a mangiare le salamelle dei volontari granata, tra birre e risate, racconti del calcio orobico che fu e foto con facce improbabili per continuare a scherzare.
Il nostro calcio è in crisi, l’Italia non è ai Mondiali. Ma la strada che vedo, girando i campi della Bergamasca, l’aria respirata a Paladina è infatti la stessa di Villa d’Almé, Cisano, Albano, Mapello, Martinengo, Villongo, Leffe, Vertova, Suisio e altri cento paesi, è quella giusta perché i risultati arrivano quando il pallone è benessere, se le vere spinte sono la felicità, l’amicizia e la spensieratezza, protetti da mille adulti che vogliono questo.
Non parlo del valore assoluto che ha il calcio, la sua magia, che è l’integrazione. Sarei banale. Eppure l’ho vista coi miei occhi in questi tre giorni a Paladina, convinto che il pallone, con le sue regole, la sua gente e le sue idee di base, sia l’antidoto al razzismo imperante e dilagante degli idioti senza qualità e privi di cultura che vivono vomitando cattiverie sui social per due like di imbecilli uguali a loro. Non è tempo di polemiche, ma di un mondo migliore che la gente del calcio bergamasco si sta impegnando a costruire.
Matteo Bonfanti