Mi alzo con addosso la forza di miliardi e miliardi di massaie che in ogni parte del globo, quotidianamente e a tutte le ore, puliscono a menadito la propria abitazione. Con la massima onestà intellettuale che posso mettere in un caso tanto spinoso, valuto quanto tempo mi potrebbe servire per far tornare abitabile la mia mansardina di pregio nell’elegante condominietto in via Malfassi 6, presso Bergamo. Mi fumo una sigaretta. Rifletto se chiamare mamma per chiederle aiuto come in Tira e Molla, famoso programma di quiz brillantemente condotto da Bonolis dall’ottobre del 1996 all’ottobre del 1998. Mi perdo tra i pensieri, mi chiedo che fine abbia fatto Bonolis. Mi scopro fan. Prego che gli stia andando tutto a meraviglia. Rivedo Luca Laurenti nudo sulla spiaggia di Cap d’Agde una trentina d’anni fa. Intatta, mi riesce la stima per le sue incredibili dimensioni.
Sto per piangere, commosso. Accendo la tv. Netflix mi sussurra frasi equivoche: “Matti, Matti… Dimenticati le pulizie. Stenditi, ti coccolo io con un’intrigante serie svedese tratta da una storia vera su una bambina scomparsa nel bosco della riserva di Trollskogen all’inizio del secolo scorso”. Mi tappo le orecchie. La situazione è grammatica, neologismo che significa che è talmente drammatica da lasciarmi senza parole. In ordine di apparizione: una serie di calzini neri vagano disperati sul pavimento, sognando il loro paradiso, quel luogo fantastico e inaccessibile ai più in cui riposano tutti vicini, a due a due, con la stessa marca del compagno di ventura. Poi il tavolo, che soffre per via di un’incrostazione settimanale forse dovuta a un cartoncino ribelle dell’Estaté rovesciato in una notte buia e tempestosa da uno dei miei due figlioli. Quindi il lavandino. Mi chiedo se nella notte sia passato Gesù a moltiplicare i piatti sporchi. In ultimo, non certo per importanza, la caldaia, fuori uso da mesi. Le parlo dolcemente, ma in modo fermo, severo, giusto: “Non parti da maggio e ci può stare. Hai lavorato tanto in inverno e ti sei presa le tue ferie. Ora è il momento di ripartire”. Giro delle manopoline a casaccio, l’accendo e la spengo tre quattro volte e magicamente torna l’acqua calda. Mi sento MacGyver.
Rassetto. Sudo le proverbiali sette camicie. Le infilo in lavatrice. Arrivo al punto di portare in cortile sia i vetri che la carta. Mi convinco di essere diventato un uomo migliore. Do un’ultima occhiata. Mi inorgoglisco. Mi faccio il selfie che dimostra gli sforzi fatti in mattinata. Mi immagino a capo del partito dei casalingui e delle casalingue riuniti contro il caro vita. Stremato, scendo le scale. Arrivo in redazione. Riposo.
Matteo Bonfanti