Ho la fortuna di far parte dell’unico movimento rivoluzionario che c’è oggi al mondo, il solo che ci fa sentire tutti uguali, lo stesso cuore, la medesima allegria, l’identico sogno.
In ordine, così come è accaduto ieri in un giorno di pioggia. All’inizio del pomeriggio ero in redazione, chiacchieravo con Marco e Simone della sfortuna che ha addosso quest’anno l’Atalanta, che non vince col Manchester United perché nessuno dei sei in giacchetta nera si accorge che il secondo gol di Cristiano è viziato da un clamoroso fallo di mano. Poi ho tirato su la Pandona Aranciona a Metano e sono andato a Nembro da Ze Ze, il mio psicologo, milanista come me, lui però assai più invasato. E anche lì ci è partita una bella mezz’oretta ad analizzare il cammino rossonero, incredibilmente esaltante in campionato, assai modesto, per non dire tragicomico, in Champions League. Ridevamo, che per noi del Diavolo è un bel momento, con Tonali, Tomori, Ibra e Theo che ci fanno godere ogni volta che scendono in campo.
Alle quattro e mezzo sono ripartito, direzione Villa d’Almé, per la presentazione del nuovo mister giallorosso, Alessio Delpiano, uno che a me piace da matti per mille motivi. Per strada c’era un casino bestiale, a causa di un camion di sabbia che si era bloccato all’altezza del rondò delle valli sbarrando l’ingresso alla provinciale che porta in Val Brembana. Ero in coda, fermo, via WhatsApp raccattavo elementi per il solito partitone del giovedì sera coi miei soci di sempre, quelli con cui mi intendo con uno sguardo.
Sono arrivato a Villa, che è più di un club, è una famiglia. Oltre al nuovo mister, appunto Delpiano, una persona sensibile, molto intelligente, con cui è bello chiacchierare non solo di pallone, c’erano quattro persone a cui sono legato per motivi diversi. Li elenco, c’era il pres, Castelli, che condivide con me la passione per la scrittura e quell’idea di cosa sia una squadra di calcio, il posto unico e magico dove un gruppo di amici s’incontrano nel sole e nel vento per sostenersi nelle sfighe quotidiane, c’era Roby, il ds, penso il maggiore esperto di pallone nella Bergamasca, c’era Manny, l’addetto stampa, chitarrista e giornalista bravo e sorridente che in questi anni ho visto crescere nelle due professioni, e c’era Marco, il medico, che sistema il mio ginocchio ballerino a intervalli regolari, prendendomi parecchio per il culo, consigliandomi di appendere le scarpette al chiodo “perché ormai fuori tempo massimo”.
Mi ero dato un’ora, mi sono fermato almeno il doppio, soprattutto a parlare con Castelli, a raccontarci i rispettivi progetti letterari e le nostre storie calcistiche, lui che arriva da quella favola chiamata AlbinoLeffe, io da un campo spelacchiato di Olginate, che ora è in sintetico e si è trasformato in uno stadietto gioiello, che pare quello di un club di terza divisione di Londra.
Alle sette sono andato, che avevo pilates, con un altro amico carissimo, ovviamente conosciuto sul rettangolo di gioco, il Gigi, una delle persone più fighe che ci sono qui da noi. Lo guardavo fare gli esercizi e non riuscivo a smettere di ridere. Tra tante donne organizzate e coordinate, io e lui sembriamo due marziani, che arrivano da un pianeta dove gli abitanti sono privi di ritmo, incastrati a bestia, senza i fondamentali del movimento corporeo. La maestra, la bravissima Claudia, ci prende sempre come esempio, spiegando ai partecipanti cosa non si deve fare per raggiungere l’obiettivo di diventare quell’attimino più elastici. Resta che io e il Gigi ci impegniamo tanto e io ho pure il sogno del saggio a fine anno davanti a mio babbo e a mia mamma, commossi per i miei primi passi di danza.
Alle otto e mezza ho raccattato Pino, altro socio stupendo, e siamo andati alla bombonera di Orio al Serio, il campo del mio cuore, dove ci aspettavano alcuni dei più grandi campioni di calcio chiacchierato nella Bergamasca, parlo di elementi del calibro di Fornoni e di Don Baggi. Partita tiratissima, un’ora e mezza di corse a perdifiato, con Pino, all’esordio, che non ha sfigurato nonostante sia il sosia bello dell’ex premier Conte, con quell’aplomb, che a correre dietro a un pallone non lo immagineresti mai. C’era anche Paolo, il suo futuro genero, ex Fiorente, forte forte. E c’erano tutti gli amici miei, Flavio, un fenomeno per come tiene incollato il pallone, Raul che pare il Maldini dei tempi di Sacchi, Ermallo, una diga lì in mezzo, Franci-gol, Gippo che è un mastino, Pippo, classe e simpatia da vendere, Tapabus, ieri ancora meglio di Tatarusanu, e Giacomo, terzino dotato della famosa bomba da fuori area.
Poi siamo andati a magnare, dal Genio, con cui gioco il martedì, fino all’una e passa a chiacchierare fitto del calcio dei favolosi anni Novanta, quando le italiane erano le più forti al mondo.
Felice, sono tornato a casa. Mi sono messo sul divano a cercare un film su Netflix per addormentarmi. Mi sono imbattuto nell’ultimo documentario su Pelé, un po’ Van Basten, un po’ Weah, il più grande di tutti, tre Mondiali vinti col Brasile. Diceva: “Prima di ogni partita ripensavo sempre a una frase che mi diceva mio papà, “ricordati che in campo siamo tutti uguali, è il solo posto al mondo dove accade questa magia”. E ringrazio Dio che da piccolo mi ha fatto incontrare il pallone”.  
Matteo Bonfanti
Nella foto: io tra Pino e Paolo ieri dopo la partita a Orio