Non quello ormai bollito dei 49 milioni di euro rubati allo Stato nella triste e nota vicenda Belsito, neppure il papà che fa fare una carriera lampo al suo figliolo con quella faccia un po’ così, definito da lui stesso “Il trota”, o che rinnega il federalismo affidando le chiavi del suo partito a Salvini, dico il primo Bossi. Vengo dal profondo nord, Lecco, un passo dalla Svizzera verde, sono da sempre di sinistra, e a noi all’inizio della sua epopea il Senatur ci piaceva. Intanto perché, a suo modo, diceva tutte cose per noialtri, la povera gente, scagliandosi contro la Roma Ladrona dei palazzi e del Caf, Craxi, Andreotti e Forlani, politici che a casa mia, una delle storiche sedi di Democrazia Proletaria, non si potevano manco citare tanto facevano incazzare i miei. Quindi l’Umberto, che ci pareva onesto, e, forse, a quel tempo lo era anche, che ce l’aveva coi “teroni”, ma che erano quasi tutti a tifare per lui, del resto in quegli anni là gli immigrati del sud erano lombardi ancora più dei lombardi, “sempre a laurà ciapando il pullmen alle sei de la matina”. C’era, in lui, va detto in modo sempre un po’ naif, qualcosa che un decennio dopo avremmo fatto nostro nel viaggio contro l’imminente globalizzazione, ossia la difesa delle tradizioni che il neocapitalismo fagocita lasciando spazio solo ai grandi marchi, accoppando i piccoli negozi, che, poi, erano quelli dei genitori dei nostri amici più cari.
Ci dicevamo venisse dalla sinistra, eravamo convinti che, staccatosi da Berlusconi, cosa che avvenne realmente nel 1995, sarebbe diventato un indipendentista all’europea, simile ai leader catalani a cui eravamo vicini.
Da giovane giornalista, inviato ogni anno a raccontare le mirabili vicende che accadevano sul famoso Sacro Suol, il pratone sulla Briantea, all’inizio di Pontida, una volta avevo rischiato, detto alla Aldo, Giovanni e Giacomo, “di rimanere offeso”. Reo di aver rivelato una storiaccia in seno al partito grazie all’amico Giulio Panza, in una festa provinciale Bossi aveva iniziato una mega menata contro i giornalisti e io, telecamera in mano, lì per Tele Unica, ero il solo a rappresentare la categoria. Non ho il fuoco sacro, del resto ora sono il direttore di un giornale sportivo, e non ne avevo fatte tante: vedendo l’andazzo ero corso in fretta e furia alla mia Vespa e avevo lasciato l’evento sul più bello, un attimo prima di sentirle su dai duecento militanti duri e puri presenti.
Anche questo piccolo racconto autobiografico rivela i meriti dell’Umbert, quello che ha fatto fare il balzo alla Lega Nord, era uno dei politici più importanti a livello nazionale, ma non gli sfuggiva neppure la polemica sulle nomine provinciali portata avanti da me, un cronista alle prime armi, e dalla sezione di Cisano Bergamasco. Lui e il suo partito erano presenti, vivi, radicati sul territorio, pronti ad accogliere le istanze di qualsiasi persona si avvicinasse a un cerchio magico sempre più consistente, i famosi trecento bergamaschi pronti a partire con le baionette al suo seguito.
C’era in Bossi anche una smisurata voglia di giocare, ricordo, sempre da inviato, mi pare a Cittadella, una giornata incredibile di ampolle e acque del dio Po che pure il Senatur non riusciva a non riderne di gusto. E in questo, l’essere serio fino a un certo margine, ma comunque in grado di inventarsi qualcosa che alla gente faceva battere forte il cuore, riconosco qualcosa di famigliare e di piacevole, a riprova la stima che ho per Daniele Belotti, uno dei pochissimi politici che mi piace sia per le sue vicende intorno a Bergamo e all’Atalanta, tanto perché capace di coniugare battaglie giuste e sacrosante a un’allegria che, qualche volta, rasenta il ridicolo.
Questo: per noi il Senatur è stato un’illusione. Ci pareva diverso, ci pareva bello e strano come noi, ci pareva che volesse salvare noialtri dai palazzi che, anche ora, ci condannano ad essere dei poveri cristi sempre e per sempre, persino alla pompa di benzina tra accise e guerre che non vorremmo mai. Le vicende giudiziarie, il legame col Celeste, al secolo Roberto Formigoni, il suicidio politico del federalismo, ci hanno detto che ci eravamo sbagliati. Ma, forse, è solo perché il potere logora chi ce l’ha.
Matteo Bonfanti