Che sia il nostro anno, Bergamo, piccola, grande e meravigliosa città che in questa notte che sta arrivando stai festeggiando due cose, una grossa grossa, per la prima volta capitale della cultura italiana, l’altra piccina picciò, una ricorrenza intima, per noi due, oggi che è più il tempo che sono qui rispetto a quello vissuto nel posto dove sono nato. Sono le sei di sera, sono al giornale, nell’ufficio che tu conosci, fuori dall’oratorio di San Paolo, e ho appena finito un lungo redazionale su un centro padel nuovo di zecca.

Ignoro se sui tuoi tetti sia apparsa la luna. Eppure me la immagino, che, da quando mi hai accolto, la vedo ogni volta nel cielo che sta un passo sopra al Sentierone. Come una speranza, che correva il 2000 ed ero giovane e punk, insomma un ragazzo sfigato e con le pezze al culo, tornato da Londra confuso e infelice, soprattutto solo, moltissimo perché le mie parole piacevano a pochi, giusto a te e a chi ti abita. “Gente strana i bergamaschi”, mi dicevano quando per malinconia facevo di nuovo all’incontrario la strada che costeggia il fiume Adda, “gente di specie dura, che non regala niente”.

Eppure per me non è mai stato così, fin da subito, col mio primo editore, Paolo, “Matteo, ti affido il mio quotidiano, sei giovane, ma hai tutte le carte addosso, sono sicuro che riuscirai a farlo volare”, oppure dopo aver mangiato dalla Giuliana, “Matteo, il conto lo pagherai, il talento non ti manca, so che un giorno sarai famoso e ti sdebiterai portandomi un sacco di amici”, o, ancora, col nostro primo inserzionista, Gigi, da subito un socio delle favole, “Matteo, facciamo una bella visitina agli occhi che scegliamo le lenti giuste per quando stai al computer… I soldi? Non sono e non saranno mai un problema, l’importante è la tua salute”. Potrei raccontare altre mille esperienze così, tralasciando l’unica squallida e drammatica vicenda lavorativa con una bergamasca, che ci sta, perché tra un milione di figli è normale crescere anche una maleodorante mela marcia.

Quindi, veniamo al dunque, visto che ti amo tanto e adesso ti celebrano persino sulle tv nazionali: “Bergamo mia, rispondimi, qual è la tua cultura?”. Da giornalista sportivo direi il fondamento che tiene in piedi l’Atalanta, quello di Ivan che poi Antonio ha reso famoso a livello mondiale, prendere dei popini di talento e farli diventare campioni grazie alle coccole e al costante lavoro, portandoli a superare i propri limiti fisici e mentali, insomma convincendoli ad andare oltre per la nobile causa nerazzurra che c’è nell’aria.

Da cattolico la Curia, che spesso bene, a volte male, ma che comunque si batte e si sbatte perché il benessere sia per tutti, tanto tanto pure per i poveri cristi che stanno ai margini, magari a dormire tra le mura del Galgario. Da musicista il Pacì Paciana, Neverland e l’Edoné, straordinari laboratori culturali. Da padre di figli nati al Papa Giovanni la voglia di far festa, ogni volta a mangiare con due di due, i miei due, Vini e Ze, uguali ad Arlecchino, a Brighela, al Gioppino e al Margì.

Da blogger l’eredità socialista, politici competenti, a destra, in centro e a sinistra, craxiani o miglioristi, ma con quell’idea di base, frutto della loro giovinezza extraparlamentare, che basta trovarsi un attimo a cena per accordarsi, andando al di là dell’ideologia, perché il fine è che nessuno qui e ora resti un passo indietro. Da buona forchetta i casoncelli, il branzi, la polenta taragna e il coniglio cucinato all’inizio delle valli. Da zingaro Orio, in Europa all’alba con in tasca tre soldi.

Bergamo mia, la finisco di menartela, che ho bisogno di fare duecento metri a piedi per vederti in frac in piazza Pontida. E torno a quanto detto, la tua migliore qualità è quella dell’accoglienza, far sentire ognuno a casa propria appena varcate le tue mura.

Sei diventata capitale per questo, per via di Paolo, di Giuliana, di Gigi, di Marco, di Piergiorgio, di Roberto, di Carmelo, di Luciana e di Diego. Sei ruvida, ma pure dolcissima. Sei un tesoro. Non scordartelo mai. E quest’anno insegna almeno un poco a questa Italia disperata come si può far stare bene bene chi arriva perché non vuole partire più.

Matteo Bonfanti