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	<title>Il blog di Matteo Bonfanti &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>La batosta presa dalla Dea contro il Bayern ci fa capire che il pallone in Italia è diventato ormai un calcio minore</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 15:04:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Palladino troppo spregiudicato? Sicuramente… Le assenze? Qualsiasi squadra italiana di vertice, senza quattro dei suoi sette top players, nel nostro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/6e0eb20c-ff2a-448f-9463-d5dd8abb5aea.jpeg"><p>Palladino troppo spregiudicato? Sicuramente… Le assenze? Qualsiasi squadra italiana di vertice, senza quattro dei suoi sette top players, nel nostro caso parliamo di CDK, Scalvini, Raspadori ed Ederson, cambia parecchio… Eppure alla vigilia mi aspettavo un’altra partita, ovvio con un Bayern favorito nei cento ottanta minuti, ma tutt’altro che impari, una sfida che si sarebbe giocata punto a punto, anche sulla garra, sul cuore, sul sudore e sui nervi. Il martedì alla New Balance Arena ha detto il contrario, sentenziando, a mio parere, che il calcio italiano è indietro anni luce rispetto alle formazioni migliori in Europa. Detto che la Dea è una realtà consolidata della nostra Serie A, di pari forza delle sorelle più blasonate, i ragazzi di Monaco sono di due categorie superiori. Intanto vanno a una velocità doppia rispetto ai nerazzurri, poi il loro mister, Kompany, gli ha dato un’identità di gioco dove ogni ingranaggio sa sempre cosa fare e lo fa alla perfezione. Se a ciò ci aggiungiamo un elemento come Michael Olise, per classe, rapidità d’esecuzione e inventiva paragonabile oggi solo al marziano Lamine Yamal, l’analisi è presto fatta. Il divario è impressionante, come attesta il 6-1 finale.<br />
Nel nostro Paese il pallone è diventato un viaggio minore, ovviamente per via del budget, la differenza di bilancio tra le big degli altri paesi europei e le nostre aumenta sempre di più, il Bayern ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 978 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all’Inter (560 milioni), alla Juve (529 milioni) e al Milan (495 milioni), staccate il Napoli (290 milioni), la Roma (270 milioni), l’Atalanta (199 milioni) e la Lazio (157 milioni). C’è poi la questione debiti, che non ha la Dea, ma che hanno invece le milanesi, il club bianconero e le romane e che sono un chiaro limite agli investimenti che si possono fare in sede di calciomercato. C’è, inoltre, la filosofia, in Italia ancora profondamente ancorata al risultato fine a sé stesso, nel resto d’Europa, ovviamente parliamo sempre di top club, alla forsennata ricerca del calcio spettacolo.<br />
Detto che l’Atalanta e i suoi tifosi sono e restano una delle più belle favole calcistiche scritte in questo secolo, per lungimiranza e per i tanti talenti costruiti in casa, la sfida di ieri, più ancora che la finale di Champions dell’anno scorso tra il Psg e l’Inter, ci dice che ormai noi italiani possiamo prenderci grandi soddisfazioni solo ed esclusivamente in Europa League, la seconda fascia continentale. &nbsp;<br />
Si può invertire la rotta? Paradossalmente, dico dopo la batosta di ieri, seguendo il modello Atalanta, la linea tracciata dal duo Percassi-Favini, ossia la costruzione di veri e propri campioni, l’ultimo in Italia, a mio parere, è infatti Giorgio Scalvini (2003), giocatore totale cresciuto appunto a Zingonia.<br />
Chi dei nostri ragazzi d’oro potrebbe giocare oggi nel Bayern? Forse lui, lo juventino Kenan Yildiz (2005), Nico Paz (2004) del Como, ma che nel nostro Paese ha perfezionato i colpi imparati nel vivaio del Real Madrid e Davide Bartesaghi (2004), a patto che il lecchese riesca a continuare la crescita esponenziale fatta in questa stagione sotto le sapienti mani di Max Allegri. Pochini…<br />
Mancano le ore destinate al calcio, sia perché sono troppi gli impegni scolastici dei nostri bambini e dei nostri ragazzi che per i tantissimi pomeriggi e le altrettante numerose sere che i nostri giovani passano sul cellulare o attaccati a un pc. E non si gioca più per strada, elemento necessario per diventare campioni, stando alle parole dei nostri ultimi fenomeni, Paolo Maldini, Francesco Totti, Alex Del Piero, Alessandro Nesta e Roberto Baggio, che sotto casa perfezionavano ulteriormente i loro straordinari colpi provandoli e riprovandoli fino allo sfinimento. C’è ancora, invece, all’estero, in Spagna come in Germania o in Francia.<br />
Sarò banale, ma credo che per far ritornare il calcio italiano protagonista in Europa e nel mondo, occorra anche il nostro esempio come genitori, convincere i propri figli a spegnere l’immancabile telefonino per portarli al parco a farsi un sabato pomeriggio a giocare a pallone, facendoli innamorare del calcio, lo sport più divertente al mondo, portandoli a dimenticarsi per un attimo di quel c&#8217;è su Tik Tok. &nbsp;<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong><br />
<em>Foto Mor</em></p>
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		<title>Auguri alle donne, la parte migliore di noi</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 15:53:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Auguri alla mia mamma, nel sorriso e nel pianto, nel sole e nel vento, che mi ha insegnato ad amare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/mamma.jpg"><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<div dir="auto">Auguri alla mia mamma, nel sorriso e nel pianto, nel sole e nel vento, che mi ha insegnato ad amare le donne. Auguri a mia sorella, ogni volta che mi ha protetto e le mille e passa volte che mi ha cresciuto. Auguri alla mia nonna, ora in cielo, un’intera esistenza a coccolarmi a tavola tra un piatto di lasagne, uno di tortellini e le polpettine coi piselli tutte intorno. Auguri alla mia prima donna, che mi ha preso ancora vergine, otto secondi netti su un letto improvvisato, ridendone insieme perché<em> “no, davvero, non può essere così…”.</em> Auguri alle mie due nipoti, magiche e sognanti, tre metri sopra il cielo, il motivo per cui ho scelto di essere padre. Auguri alla madre dei miei figli, che mi ha cambiato il cuore, trasformando il sale della solitudine che avevo sempre addosso nel pane della libertà che sento adesso dentro. Auguri a chi un giorno mi ha detto <em>“bastardo, è finita”</em> segnando il confine tra un amore e una relazione tossica, salvandomi dall’uomo cattivo che sarei potuto diventare. Auguri alle mie lettrici, spesso salvagenti alla mia cronica insicurezza. Auguri alle mie amiche, che mi vengono a prendere a casa con un biglietto di sola andata per il treno degli aperitivi e delle risate a crepapelle. Auguri a chi mi ama, facendo lo slalom tra i miei calzini e i miei casini, facendomi sognare mentre mi racconta di ricette nascoste tra i sentieri della mia terra o perdute in fondo al mare. Auguri alla mia parte femminile, così leggera e così profonda, in grado di sorridere, di commuoversi, di andare avanti e di perdonare, l’angolo migliore di me.</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
</div>
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<div dir="auto"><em>Nella foto la prima donna che ho visto, la mia mamma, la sola foto che tengo nel mio portafoglio</em></div>
</div>
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		<title>Ho paura della guerra e voglio che la smettano</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 23:03:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho paura della guerra, ne ho paura all’improvviso e quando scende la luna sulla nostra meravigliosa città, proprio sotto casa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/pace.jpg"><p>Ho paura della guerra, ne ho paura all’improvviso e quando scende la luna sulla nostra meravigliosa città, proprio sotto casa mia, un vicolo di Bergamo, il posto del mio cuore. Ne ho paura perché è vicina e alla mia età sono tantissime le persone a cui voglio bene, tra l’universo, l&#8217;anima e la notte, tre manciate, quattro, cinque, sei e sette, impossibile farne un conto, perché sono ormai moltissime e tutte nel mio cuore. Ho paura della guerra perché è lontana, ma accanto, ogni volta a sterminare i poveri del mondo, la gente come me, in una fabbrica oppure in un ufficio correndo a perdifiato lungo un filo sottilissimo per arrivare in fondo al mese. Ho paura della guerra perché mi fa soffrire che dei bambini muoiano. Ne ho paura perché chi la fa, la fa perché crede in marce e svastiche, in conti alle Cayman e in speculazioni in Borsa, cose squallide, per me schifose. Ne ho paura perché per essere felice ho bisogno di viaggiare, anche fosse solo un treno per Milano o un aereo per Atene, e se c’è la guerra a noialtri il biglietto non ce lo lasciano più fare. Ne ho paura per il mio amore, che è distante, ma che quando arrivo da lei mi insegna a cantare. Ho paura della guerra per i miei figli, Vinicio e Zeno, che voglio un giorno prendano e partano verso l’ignoto, come ho fatto io per imparare a scrivere, a suonare e a cantare, che sia Camden o Les Rambles, insomma dove ne vale la pena perché c’è un sacco da raccontare. Ne ho paura perché quattro mostri si arricchiscono a nostre spese. Ne ho paura per i miei collaboratori, giovani giornalisti che hanno grandi sogni, viaggi e miraggi, che ho fatto io e che loro devono ancora fare, almeno con cinque soldi in mano. Ne ho paura per i miei vecchi, quattro, i miei genitori, Vale e Marco, i loro compagni, Ernesto e Angela, che la guerra la conoscono pur che non l’hanno visto mai. Ne ho paura perché scrivo di pallone, che amo immensamente, che si ferma se i potenti si mettono a fare la guerra. Ho paura della guerra perché ho vissuto in pace, mi è piaciuto parecchio e ne voglio ancora, sempre e per sempre, appunto fino a quando morirò. Ne ho paura persino per il gatto che ogni notte mi aspetta sotto casa. È stupendo, tigrato, grande e grosso. E lo amano tutti perché si lascia accarezzare.<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong></p>
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		<title>A Sanremo ha vinto Sal Da Vinci. C&#8217;è qualcuno di noi a cui quest&#8217;uomo piace un minimo?</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 00:58:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho visto il Festival, del resto so tutte le canzoni dall’edizione del 1985, avevo otto anni, vincevano i Ricchi e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/mostro.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">Ho visto il Festival, del resto so tutte le canzoni dall’edizione del 1985, avevo otto anni, vincevano i Ricchi e Poveri, mio papà, Marco, scuoteva la testa e guardava me e Chiara, mia sorella, dicendoci <em>“non ci sono più i brani di una volta”.</em> Ma a me<em> “Se m’innamoro”</em> piaceva, anche perché in terza elementare ne ero anche abbastanza dentro, indeciso tra due compagne di classe bellissime, Valeria, che aveva pure il pregio di chiamarsi come mia mamma, e Margherita, che era invece il titolo di un successone del 1976, imprescindibile nelle compilation “Varie” che mio babbo, sempre lui, Marco, allora geniale maestro elementare, ora meraviglioso poeta, ci faceva ascoltare prima di addormentarci perché la tv a casa sua, lo giuro, testimone mio cugino Nicola, andava sì e no. Funzionava solo se qualcuno scoreggiava. E non sempre il “vecchio” ci nutriva a tonno e fagioli. Durante il Festival parecchio, poi meno, il giusto.</div>
<div dir="auto">Altri tempi, adesso mio babbo ha una televisione di ultima generazione, capace pure di fargli al volo un toast con prosciutto e fontina se solo glielo chiedesse col telecomandino con cui parla spesso e volentieri, io sempre la stessa, un tubo catodico di inizio secolo che mi porto di casa in casa, quasi un gatto per la compagnia che mi ha sempre fatto nelle mie crisi sentimentali. Entrambi, non io e la televisione, dico io e mio padre, non abbiamo smesso di fare dei peti, va detto per inciso qualcosa di impossibile per noi umani, solo che davanti a due tv funzionanti si sentono gran poco.</div>
<div dir="auto">Non è comunque un articolo su noi italiani scoreggioni, ma un giudizio sul Festival appena finito, mai tanto lontano da noi, il primo che non rispecchia per nulla la realtà in cui viviamo. Direte, giustamente, e me lo dico anch’io da musicista abbastanza stimato per via delle mie frequentazioni (finto) jazziste, ma di cosa stai parlando? A Sanremo si è accoppato Luigi Tenco, il più grande di tutti, perché si mandava avanti Orietta Berti (<em>“io, tu e le rose”</em>) e si cacciava lui, il gigante di <em>“Un giorno dopo l’altro”.</em> E i miei, che si sono sposati sulle note di “<em>Vedrai, vedrai”,</em> poi si sono separati, ma quella è un’altra storia, dal suicidio del maestro non si sono mai ripresi del tutto. Ok, ma era il 27 gennaio del 1967. Cinquantotto anni fa. Quasi un&#8217;esistenza.</div>
<div dir="auto">Sal Da Vinci, di cui io, che obbligo l’intero corpo redazionale ad ascoltare musica italiana sempre e per sempre (<em>“dalla stessa parte mi troverai”</em>) acca ventiquattro, non ho mai sentito un brano, è qualcosa che trascende i confini della realtà, un Claudio Villa riportato in Italia con la macchina del tempo. Canta, e siamo nel 2026: <em>“Saremo io e te per sempre legati per la vita che senza te non vale niente. Non ha senso vivere con la mano sul petto, io te lo prometto davanti a Dio, saremo io e te da qui, sarà per sempre sì, costruiremo tutto ma non alzeremo un muro, litigare e far l’amore poi che male c’è”.</em></div>
<div dir="auto">A Sal, 56 anni, neomelodico napoletano, piace l’amore tossico, che a volte finisce per ammazzare le donne, troppe anche quest’anno,<em> &#8220;perché il sì è per sempre&#8221;, </em>pure se non ci si sopporta più, gli garba dio, e la scelta della minuscola è perché in Italia ormai ne abbiamo tanti, cristiani e mussulmani, tutti parecchio sfigati, poi la famiglia, sicuro anche la patria che nel trio non manca mai. Paura. E io mi chiedo, mentre fuori inizia un’altra guerra degli alleati del nostro governo, con la povertà che ci porterà, il doppio delle bollette, il triplo del costo della spesa, l&#8217;angoscia per i popini morti, davvero siamo questi?</div>
<div dir="auto">Domani vado da mio papà, Marco, sempre lui, un illuminato, gli proporrò di spegnere la tv per metterci a scoreggiare forte. Sarà il nostro atto di protesta.</div>
</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
</div>
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		<title>La speranza che mi danno i tanti che si sono buttati per salvare la bimba all&#8217;Esselunga</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 19:16:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Sottilissima e leggera, proprio come ogni cosa bella, a me la vicenda della bambina rapita dall’uomo nero all’uscita dell’Esselunga di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/bambina.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">Sottilissima e leggera, proprio come ogni cosa bella, a me la vicenda della bambina rapita dall’uomo nero all’uscita dell’Esselunga di via Corridoni regala da giorni una manciata di speranza che, così, custodisco nelle pieghe dei miei mattini. Pregando che la bimbetta stia sempre meglio, perché a un anno e mezzo si è preziosi e fragili, da maneggiare con cura, uguali a certi meravigliosi bicchieri che da piccino mi guardavano dalla mensola di casa di mia nonna e bastava un niente per romperli, ci sono due pensieri che mi scaldano il cuore, entrambi che mi rendono orgoglioso della mia gente. Ho guardato e riguardato la scena che abbiamo visto tutti, gli ho dato una sbirciata anche oggi, concentrandomi sui movimenti di chi era presente. Ho letto quanto accaduto poco dopo, e le ricostruzioni dei colleghi concordano sul fatto che chiunque fosse lì si è gettato nella mischia per dare una mano. Identico a un episodio di “Ai confini della realtà”, le persone si sono fermate, bloccate. All’unisono hanno smesso di pensare a cosa dovessero comperare per cena, per i propri figli, per i nipoti a pranzo, e si sono buttate, a loro rischio e pericolo, nell&#8217;intento di salvare la piccina, una sconosciuta che non avevano visto mai.</div>
<div dir="auto">Viviamo tempi cupi, di bambini uccisi al di là del mare, comandati da potenti privi di scrupoli, che ai loro amici glielo lasciano fare. Siamo spesso soli e nudi mentre qualcuno urla alla televisione oppure ci offende qui sui social o ci affronta per strada o a una partita di pallone, senza chi ci venga a salvare, “tra l’indifferenza generale”, la frase più letta sui nostri giornali.</div>
<div dir="auto">Ecco sabato a Bergamo non è stato così. Di fronte all’uomo nero, che tanto ci terrorizzava da popetti, che ti prende e ti porta via dalla tua mamma, nessuno ha esitato a fare la propria parte, ricordandoci due poesie che cantavamo qualche anno fa, quella che siamo esseri umani, e quella, altrettanto importante, che ci racconta che ogni bambino è di tutti perché è il nostro futuro, il bene più importante.</div>
</div>
</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>Milano Cortina 2026 per noi che amiamo il calcio. Applausi ai genitori dei campioni azzurri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bergamoesport]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 18:18:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Si celebrano, va detto giustamente, gli azzurri che si stanno facendo onore alle Olimpiadi Invernali, spettacolari gare ora in corso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/bob.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">Si celebrano, va detto giustamente, gli azzurri che si stanno facendo onore alle Olimpiadi Invernali, spettacolari gare ora in corso tra Milano e Cortina. Credo, però, che bisognerebbe applaudire tanto e a lungo anche i genitori dei nostri campioni. Ma avete presente le mamme e i babbi di Emanuel e Simon, i signori Rieder e Kainzwaldner, i sacrifici e i denari che ci hanno messo per far arrivare alla medaglia d&#8217;oro del bob i loro figlioli? Io sono un padre, non di quelli che vincono il premio “Bravo Papà”, ma onesto, bravino, dei tanti della mia generazione che cercano di accontentare la propria prole. E in questo momento guardo la tv e penso all’incredibile fortuna che ho avuto con la mia stirpe. Prendo Zeno, 17 anni, il mio secondo, giusto un po’ di pallone, al campo dietro casa, in scioltezza, privo di grilli da campione, spese e sbattimenti pressoché nulli per la nostra famiglia. Un quinquennio fa si è buttato ed è andata più o meno così, <em>“babbo, ho voglia di fare uno sport&#8230;”, “bello, cosa?”, “il pallone”, “ah, e dove?”, “all’oratorio”, “bene”, “ci andiamo tutti in bici”, “vai, vedrai che ti entrerà nel cuore”, “ok”, “ci vediamo a casa”, “a dopo, papi”, “a dopo, tesor”.</em></div>
<div dir="auto">Evito di parlare di quei poveretti che il figlio vuole fare curling, dodicimila euro solo per l’attrezzatura, e riparto col bob. Poniamo non avessi avuto Vinicio e Zeno, ma Emanuel, tornando esattamente alla scena di prima, il mio popino amato, magari in lacrime, sicuramente in disparte, mentre in cortile è in corso un infinito torneo di calcio strada,<em> “Ema bello, che c’è?”, “c’è che ci sto male perché vorrei fare uno sport invernale. Me lo fai fare? Mi porti ad iscrivermi?”.</em></div>
<div dir="auto">Immaginiamo abitassi a Livorno, che la prima montagnetta con un briciolo di ghiacchio e un pizzico di neve è giusto a trecento chilometri. Fosse che Ema decidesse di provare pure il biathlon, sparare come un folle mentre è sugli sci, che per me, convinto pacifista, qualsiasi arma è un mezzo dramma, prima di passare definitivamente al bob. Ipotizziamo che il mio picciriddo fosse proprio quell&#8217;Ema, lui lui, stoffa da medaglia d’oro con lo slittino, almeno cinque allenamenti la settimana più la gara della domenica, da portare ogni volta in cima con la mia Panda perché si sa il drammatico momento dei trasporti pubblici in Italia. Che vita dovrei affrontare? Ce la farei? A chi chiederei aiuto?</div>
<div dir="auto">Parliamo di viaggi lunghissimi, con costi solo per l’autostrada da brividi, in posti freddissimissimi, impervi per me che ho sempre amato le spiagge intorno al sole. Poi la strizza nel vederlo fare quelle discese a una velocità pazzesca, quindi, non da ultimo, lo sbattimento di cambiarci il cognome, scegliendone uno più teutonico, per fare apparire il mio ragazzo più credibile quando lo speaker dice la lista degli atleti in gara.</div>
<div dir="auto">Chapeau quindi ai signori Rieder e Kainzwaldner, un tempo Esposito e Colombo. Sono loro i veri eroi di Milano Cortina 2026.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>L&#8217;immensa fatica del casalingo (e delle casalinghe). Perché non stipendiarci?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 01:23:52 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/stoviglie.jpg"><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
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<div dir="auto">Così come è accaduto ieri, sabato notte. Entro in casa, guardo la mia tana e mi accorgo che se la gioca solo ed esclusivamente con l’appartamento di Trainspotting. Sto per piangere, trovo la bottiglia del Vecchio Amaro del Capo, me ne bevo quell&#8217;attimo e parto con un paio di riflessioni anche abbastanza giuste. Nel mezzo ho una chiara visione idilliaca, il solito collegamento giornaliero col paradiso: mia nonna, la Pina, mi gratta i riccioli e mi ripete il suo mantra, in bolognese: <em>“Cinno, la prossima volta pulisci sempre al volo, così non fai fatica. Un conto è dover lavare due piatti, un altro cinquecento. La situazione è drammatica, ma ce la puoi fare”.</em> Rinfrancato dalla mia santa personale, guardo i piatti nel lavandino, quelli da lavare, ossia tutti i piani e i fondi, e sono ventitré, un bel numero, ma abbordabile. Alcuni riposano lì, va detto beati, da settimane, chiacchierando tra loro del più e del meno. Dai residui riconosco una carbonara con la nduja e un ragù di tonno fresco fatti il mese scorso e mi batte forte il cuore per il cuoco che sono diventato ultimamente. Sto per commuovermi quando una schiera di bottiglie di Tennents, vuote e molto sensibili, provano a convincermi a fare marcia indietro riguardo ai miei buoni propositi, innanzitutto quello di buttarle nel vetro per liberare quell’attimo di spazio vitale. Mi dicono: <em>“Matti, siamo qui in cucina da settimane e ci siamo affezionate a te. Sei una persona buona… Non eliminarci”.</em> Evito di ascoltarle concentrandomi sulle pentole Agnelli in mio possesso, otto, parecchie, in quanto ex dipendente del gruppo, alcune in uno stato che se le vedessero Paolo e il Ciccio mi metterebbero il muso per un decennio. Poi i vestiti, sparsi per terra. Mi perdo nei pensieri, mi accorgo che la tana moltiplica i calzini. Ce ne sono dappertutto, il problema è che nessuno è uguale all’altro. Cambiano colore e forma? È un gioco sadico che fa la casa? Qualcuno entra di soppiatto per scombinarmeli? Tento una teoria, ma non ci riesco, li interpello, ma se ne stanno distesi, in relax, con la bocca chiusa. Quindi do alla cazzo la colpa al governo e passo avanti. È venuto il momento di agire. E mi metto. Due ore e passa per tirare insieme il lavandino mentre faccio tre lavatrici, una mezzorata buona per stendere. Paio un ossesso, in quel che resta della notte do lo straccio, smisto i rifiuti per la municipale, li porto in cortile, pulisco i sanitari del bagno con Mastrolindo. E nell’entusiasmo mi lavo anch’io, faccio una doccia con shampoo e balsamo. Finito, mi metto a martoriare i miei denti con lo spazzolino una decina di volte. Scopro di avere un collutorio del 2023 e abuso di lui mettendo la parola fine alla nostra vita insieme. Tre anni, non poco.</div>
<div dir="auto">Poi, esausto, intorno alle quattro e trentacinque circa, vado a letto, crollando all’istante. E mi sveglio con due pensierini, la fatica boia che si fa a rassettare anche un microscopico monolocale come il mio, e il conseguente progetto: il partito di noi casalinghe e casalingui che meritiamo fin da subito uno stipendio bello grosso.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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<div dir="auto"><em>Nelle foto: il lavandino sistemato e i panni stesi</em></div>
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto"><a class="cbox cbox" href="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-175286 aligncenter" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni.jpg" alt="" width="970" height="726" srcset="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni.jpg 970w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-300x225.jpg 300w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-768x575.jpg 768w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-200x150.jpg 200w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-500x375.jpg 500w" sizes="(max-width: 970px) 100vw, 970px" /></a></div>
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		<title>Sulla guerra di nervi che si fa al bar per leggere i giornali</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 18:28:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Iniziando a lavorare intorno alle 11 e 35 circa, non perché sono un fannullone, semplicemente perché faccio il giornalista sportivo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/01/raspadori.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">Iniziando a lavorare intorno alle 11 e 35 circa, non perché sono un fannullone, semplicemente perché faccio il giornalista sportivo e le partite sono quasi tutte pressoché di sera, la mattina faccio il pensionato. Mi alzo alle nove e mummietto in bagno quell’oretta, leggendo le indicazioni dei detersivi, che da sempre mi stimolano un sacco. Appena mi s’informicolano le gambe, mi alzo dalla tazza con estrema fatica, scendo dalla tana e vado al bar di fronte a casa mia, l’Anymore, a prendermi il mio caffè doppio d’ordinanza, condizione necessaria e sufficiente per affrontare la vita con rinnovato entusiasmo. Il locale mi piace assai, intanto perché è caldo e carino e i baristi sono gentili, poi, soprattutto, perché compera tre giornali, sostanzialmente i miei preferiti, che elenco poco sotto in ordine d’ammore. C’è la Gazza, semplicemente imprescindibile, c’è L’Eco, super onesto, gli alpini, le camminate, gli auguri alle mamme, i morti del giorno e il resto che mi è sfuggito stando a cazzo in redazione, e c’è Il Corriere.</div>
<div dir="auto">E qui si apre il dibattito, prima però una lunga e doverosa precisazione per chi fa la colazione a casa e non conosce certe dinamiche, una sorta di partita a scacchi, che sovente sfocia in una vera e propria guerra di nervi, tra noi lettori a scrocco. All’Anymore la Rosea è inarrivabile, perennemente occupata da un groppuscolo di arzilli ottantenni, erano cinque, ora sono quattro, appassionati di calcio. Leggono e chiacchierano, dividendosi tra giochisti e risultatisti, dando vita a duelli dialettici di un certo livello, in stile Top Calcio di Antennatre, ma in modo più pacato, direi quasi a rallenty. Non mi hanno mai messo le mani addosso, ma so che in questi mesi hanno raccolto diverse informazioni su di me, il nemico, l’altro, quello che vorrebbe portargli via la Gazzetta e tenersela per sé. Conoscono la mia passione per il pallone, legato a due amori, il Milan, di cui mi sono innamorato da piccino, e l’Atalanta, che seguo anche per lavoro. Spesso mi vedono entrare e tornano immediatamente a pagina due in un battibaleno, merito di una leccatina fulminea dell’indice da parte di quello che sta a capotavolino, probabilmente il leader, di fatto beffandomi, facendomi capire con le buone che non me la mollano perché l’hanno appena recuperata dal bancone. Mi mentono, ma sono scaltri, ogni tanto gli faccio gli occhioni, ma non si fanno commuovere. L’Eco, invece, detto alla bergamasca Il L’Eco, quasi uno scioglilingua, è il passatempo delle signore, donne a modino che una guardatina me la fanno dare a patto che io la faccia di corsa, giusto un quarto d’ora, insomma i titoli e le didascalie.</div>
<div dir="auto">Resta il Corriere, sempre libero, spesso intonso, e c’è un perché: con tutti questi cattivissimissimi nel mondo è una lettura che ad oggi mette una discreta ansia, pagine e pagine che tolgono d’un colpo la voglia di vivere e fanno venire addosso una strizza bestiale. Non me ne vogliano i colleghi, che fanno il loro lavoro, spesso molto bene, ma capisco i vecchietti dal cuore debole che preferiscono non sapere l’ultima guerra che farà Trump, l’ennesima esecuzione di una persona brava e per bene da parte delle sue squadracce della morte, i nazisti dell’Illinois, adesso in giro per il Minnesota, presto in Lombardia, il sostegno all’amico suo più caro, il perfido che massacra ogni palestinese ancora in vita, il tutto con l’appoggio incondizionato della nostra premier e dei suoi sodali, che al vecchio gangster americano vorrebbero addirittura dare il Nobel per la Pace. Brividi. Di paura. L’unica è partire dalla fine del Corsera e fermarsi lì, allo sport, visto che in Italia abbiamo un sacco di campioni che, per fortuna, paiono tutti molto buoni, super carini, vedi la nuova coppia gol atalantina, Scamacca-Raspadori, come da foto del nostro Alby Mariani.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>Gautieri: &#8220;La Nazionale? Il problema è che non si gioca più in strada. L&#8217;Atalanta dei Percassi e i tifosi nerazzurri sono il top in Italia&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 19:14:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Così è per me il Gaucho, al secolo Carmine Gautieri, classe 1970, un vecchio amico. Parte da Napoli tre volte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/01/belli.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">Così è per me il Gaucho, al secolo Carmine Gautieri, classe 1970, un vecchio amico. Parte da Napoli tre volte l’anno e viene a trovarmi, mi fa ridere, perché il ragazzo è uno di quelli da passarci i giorni a cena, dal tramonto all’alba, ma pure mi dà da pensare, perché è parecchio intelligente, spesso addirittura illuminato. Il nostro legame lo racconta benissimo quest’ultima settimana: il già citato Carmine e poi Gigi, al secolo Luigi Foppa, insieme, identici a due fratelli, a mangiare dalla Giuliana, la Giuly bella, che è casa nostra, da sempre di tutti e tre. Mi chiamano intorno all’una e trentacinque circa mentre sono incasinato tra il lavoro, appunto il Bergamo &amp; Sport, il giornalone di cui sono il direttore, e i miei due figli, Vinicio e Zeno, diciannove e diciassette anni, meravigliosi complici, i miei Qui e Quo quando io divento Qua. <em>“Dai, Matte, arriva, non ci sono storie…”, “Gaucho, non ce la fo, domani”, “piantala, io e il Gigi ti aspettiamo…”.</em> Ed eccomi, al tavolo, ad inventarmi scuse per la redazione, coinvolgendo i miei ragazzotti, Vin e Ze, nelle mie avventure intorno al fubal, appunto Carmine e Gigi, almeno una giornata necessaria e sufficiente per ascoltarne i mirabili pensieri.</div>
<div dir="auto">Intanto Gautieri, per chi è più giovane di noialtri, è stato uno dalla classe da vendere, con la cannella da fuori e i dribbling, tanti tanti, ad ammattire il diretto avversario. La carriera: l’Atalanta in mezzo alla Roma, e che Roma, e poi, per il cuore, il Napoli, quello orfano di Diego, in cerca di un santo del dio pallone ad ogni sessione di mercato. A Bergamo dal 2002 al 2005, eroe di una promozione, giocatore meraviglioso, di lotta, di golassi e di governo, ma come uomo ancora di più, un aiuto nello spogliatoio di allora per me che dalla cronaca nera ero passato allo sport, senza saperne, quindi per lo più a tentoni. Carmine il mio mentore, ogni telefonata una notizia, perché a trent’anni era già un allenatore, a immaginarsi schemi, a pensare a un calcio bello bellissimo, con le sgroppate, la superiorità numerica e tutto il resto dell&#8217;ormai famoso repertorio giochista.</div>
<div dir="auto">Potrei fare un libretto, ma al momento è solo un articoletto, così ecco a voi le sue parole, rubate nel nostro giorno insieme, un mercoledì di metà gennaio a BiGì, una giornata di tantissimo e di niente, profonda e leggerissima, come è l’uomo, il Gaucho, e l’ho già detto, uno super, ma pure pop popular, un gigante del nostro pallone che non se la tira nonostante sia stato l’uomo mercato di un quinquennio in Serie A.<em> “Sai, Matte, la Nazionale che fa una fatica bestiale? Io un’idea ce l’ho, il problema non sono né Spalletti né Gattuso, ma che noi, la generazione che ha vinto il Mondiale del 2006, da popetti giocavamo ore e ore, fino allo sfinimento. Mi hanno pescato in questo modo, per strada, un osservatore… Ora i bimbetti fanno altro, hanno i telefoni e la play, e poi i cortili non ci sono manco più per via delle troppe macchine, una addosso all&#8217;altra. Il calcio è una cosa semplice, come mille altri lavori, più ci sei dentro, più ne impari i segreti, le giocate… E i colpi ti vengono da soli”.</em></div>
<div dir="auto">Pare di sentire Lamarck, il biologo che ha ispirato quel geniaccio di Darwin, parafrasandolo, “l’uso perfeziona il piede, il disuso lo atrofizza…”. <em>“Ho giocato in una Serie A dove nel mio ruolo c’erano giocatori semplicemente mostruosi, Totti, Baggio, Del Piero, Doni, solo per citarne quattro di quindici… Perché non ne nascono più? Il motivo è quello, i bambini giocano poco e con troppi schemi, spesso obbligati da genitori che vogliono il campione, non il loro divertimento. Non sono liberi…”.</em></div>
<div dir="auto">Altri pensieri, ovviamente l’Atalanta, che il Gaucho ha nel cuore…<em> “Penso che la famiglia Percassi abbia creato qualcosa di unico grazie a un’intelligenza e a una lungimiranza non comuni. Con loro la Dea è diventata una società top sia in Italia che in Europa, la riprova è la scelta di mercato fatta proprio ora da Raspadori. Campano come me, Palladino mi piace, è la scelta giusta, un uomo di cuore, pronto a fare i salti mortali per la causa, perfetto sia nel far lavorare i big, molto, ma senza eccessive pressioni, che, credetemi, a volte pesano come macigni, che nel far crescere i giovani d’oro sapientemente cresciuti a Zingonia. Credo che i nerazzurri diranno la loro fino alla fine in tutte le tre competizioni in cui sono impegnati. Faccio i complimenti a Luca Percassi per come ha fatto ripartire il mondo Atalanta dopo il doloroso addio del Gasp…”.</em></div>
<div dir="auto">A margine, ma mica tanto, parole al miele sui tifosi…<em> “A Bergamo il pubblico è avanti, ti permette di lavorare e questo anche quando giocavo io nell’Atalanta. Ricordo un confronto con il Bocia dopo un nostro periodo terribile, quanto era riuscito a caricarci con la sua incredibile e incrollabile fede”.</em></div>
<div dir="auto">Gli affetti, <em>“il Gigi Foppa, un amico sincero, una persona dal cuore d’oro, tanto anche voi di Bergamo &amp; Sport, poi, ovviamente, tutti i miei compagni di quell’Atalanta mai doma, Ivan Ruggeri e la sua famiglia, veri e propri signori che hanno messo le basi per lo straordinario exploit fatto poi dai Percassi, quindi la Giuliana, che è unica”.</em></div>
<div dir="auto">In ultimo, non certo per importanza, quello che al Gaucho non va giù del calcio due punto zero,<em> “troppi direttori sportivi che fanno anche i procuratori e così i veri valori non emergono, spesso quelli bravi non hanno la spinta giusta e se ne stanno in panchina. Servirebbe la separazione delle carriere…”.</em></div>
<div dir="auto">Ottimo allenatore, ma fermo, perché?<em> “Matte, finché non mi propongono un progetto serio, me ne sto a casa. Seguo i concerti di uno dei miei amici più cari, Gigi D’Alessio, un uomo semplicemente straordinario, o parto verso Bergamo per venire a trovare te, il mio Gigi e la Giuliana. E poi vado a vedermi l’Atalanta, che da quindici anni è il meglio che c’è”.</em></div>
</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>Sui social tante persone odiose, ma altrettante super carine. La storia di un tortellino</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 15:11:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Che è pur vero che sui social ci sono persone perennemente arrabbiate, in grado di intristirmi duro in un solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/12/tortellini.jpg"><p>Che è pur vero che sui social ci sono persone perennemente arrabbiate, in grado di intristirmi duro in un solo colpo con i loro commenti acidi e odiosi, ma, in egual misura, c’è pure gente dal cuore grande, che magari dal vivo non ho visto mai, ma con cui nel tempo sono diventato amico nel vero senso della parola, volendoci bene e sostenendoci negli urti della vita, in quella distanza della rete che a volte porta a una vicinanza vicinissima libera e sognante. Tra queste anime belle c’è la Sigo, Silvia Sigorini, una ragazza di Provaglio d’Iseo, con cui ogni tanto mi scrivo, confrontandoci, va detto allegramente, sui principali temi delle rispettive esistenze, l’amore, i figlioli, i padri, le madri, i nonni, la sinistra e la destra, i progetti e il lavoro, il sonno, la fatica, la fame e la sete. Ecco, oggi in redazione è arrivato un pacchetto piccino picciò della Sigo, una scatolina che ho subito aperto, dentro c’erano un biglietto giallo, “Per Vale, spesso i tortellini sono una cura. Buona guarigione”, e un portachiavi di cuoio, appunto a forma di tortellino. Che dire di un gesto così? Sicuramente il titolo di un vecchio film, al cinema nel 1946, “La vita è meravigliosa”, e altre due cosine. Innanzitutto che non ricordo un dono tanto azzeccato fatto a mia madre, che si gioca il primato di tortellinaia migliore della cucina italiana con mia nonna, la Pina, che però in questo momento è fuoriclassifica perché due anni fa è passata nella cucina del Paradiso, a far da mangiare divinamente al Bambin Gesù, alla Madonna, a San Pietro e al Santo Padre. Poi che domani all’ospedale darò il regalino della Sigo alla mia mami che starà ancora meglio di ieri perché il bene si passa, col pensiero o di mano in mano, mentre il male, invece, resta lì.<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong></p>
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		<title>Perché la famiglia nel bosco non mi piace (per via che la scuola è fondamentale)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 01:34:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono figlio di una professoressa, la Campagni, e di un maestro, il maestromarco (tutto attaccato per chi è di Lecco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/12/scuola.jpeg"><div dir="auto">
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<div dir="auto">Sono figlio di una professoressa, la Campagni, e di un maestro, il maestromarco (tutto attaccato per chi è di Lecco e dintorni), due che alla scuola hanno dato gran parte della vita, viaggi e miraggi, sogni e soldi, risorse, ore e ore, pomeriggi infiniti, consigli di classe e d’istituto, spesso notti di pensieri, portandosi ogni cosa a casa, persino i bambini e i ragazzi, ma non è questo che mi fa scrivere queste poche righe bagnate dalla brina d&#8217;inizio dicembre a Bergamo.</div>
<div dir="auto">Io la famiglia nel bosco l’ho conosciuta, da principio come un esempio per tutti noi, gente nata in quella striscia infinitesimale che sta tra il lago e la montagna, che corre per prendere i grilli, per avere tra le mani le lucciole, che nuota nella corrente tracciata dagli agoni e le alborelle. Poi l&#8217;abbiamo vista sgretolarsi, piano piano, fino a dissolversi dentro a una tragedia che ancora oggi a pensarci ci fa male al cuore, quella di Ivan “Magoo” Sirtori, psicologo e musicista, i cui resti sono stati trovati sul Monte San Genesio appena due anni fa. Quale l’errore ora e allora? La scuola. Farla a casa.</div>
<div dir="auto">Il giornalista che sono, lo scrittore che mi dicono di essere, il cantautore che mi è piaciuto immaginarmi da giovane, il sorriso che ho, la leggerezza del mio sguardo, cinque dei miei dieci amici più cari, l’amore che mi ha reso grande, forte e controvento, i libri che ho letto, i dischi che ho ascoltato, mille e passa baci che ho dato, le botte che ho preso, sono racchiusi in quel viaggio unico, periglioso e meraviglioso che è la scuola ad ogni suo livello, dal nido all’università. Non la mia istruzione, non solo, ma quel trovarsi alle otto in un gruppo eterogeneo, libero e complesso a fare e a disfare, a inventare, a scoprire, a menarsela, ad annoiarsi o a esaltarsi, scoprendosi tutti uguali, reiventandosi di continuo nelle medesime miserie, dividendole tra di noi, nei progetti irrealizzabili, nelle scoperte incredibili, coi docenti, che in Italia sono tanta roba, più spesso coi propri compagni, compagni di viaggio, insomma in tanti, cento teste col mattino che ha l&#8217;oro in bocca (non sempre, va detto, non sempre per me che sono un gufo).</div>
<div dir="auto">Al netto che ogni scelta di vita è lecita, se non nuoce ad altre persone, a me la famiglia nel bosco non piace perché ha genitori drammaticamente concentrati su sé stessi, che evitano di mandare a scuola i propri figli, di fatto manipolandoli, magari senza volerlo, comunque evitandogli il confronto con chi vive esperienze e conoscenze diverse, sbarrandogli la sola via che conosco alla cultura e all’integrazione. La scuola. La cultura. L’integrazione. La scuola è cultura e integrazione. E forse è proprio per questo che la famiglia nel bosco piace a chi oggi ci comanda (e che evita di raccontarci della perdita del potere d&#8217;acquisto degli italiani, il venti per cento in meno da quando stanno loro lì al governo).</div>
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		<title>L&#8217;amore che torna, lettera di un figlio alla propria mamma in ospedale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bergamoesport]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 19:15:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ancora tra i miei occhi, adesso che la tua macchina mi ha portato lontano correndo lungo gli argini della notte, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/11/come-da-foto.jpg"><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<div dir="auto">Ancora tra i miei occhi, adesso che la tua macchina mi ha portato lontano correndo lungo gli argini della notte, tre scene di un film di cui non avrei voluto vedere neppure il trailer. La prima, come stavamo martedì, tu che trattieni a stento le lacrime, incarcerata in un letto di ospedale, e io che non so che fare, se aprire la finestra oppure fare una battuta senza senso sulle magnifiche sorti e progressive delle gemelle Kessler, o abbracciarti, la miglior cosa, all’infinito, sperando che il mio amore, ora come ora, riesca a guarirti un pochino le ferite che hai addosso, profonde, persino sopra al collo. Ti ho vista piangere solo una volta, e manco so se è capitato davvero perché ero troppo piccolo e in più andavo dietro ai fossi, nel sole e nel vento, a caccia di lucertole. Sempre, invece, è stato il contrario, due anni fa esatti, era novembre, la mia vita si sgretolava senza un motivo e il tango dei miei pianti sulla tua spalla si placava nel valzer infinito delle tue rassicurazioni. Dicevi <em>“tornerà l’estate e avrà il colore celeste dei tuoi sguardi, passerà l’inverno, stai sicuro, perché lo farò passare. E resta qui, che spesso i tortellini possono essere una cura”.</em> Ancora il nostro film, mercoledì, la tua manciata tutta intorno e io pensavo <em>“strana la vita, che cos’è l’amore e io adesso ci credo e poi chissà se ci stai pensando anche tu…”.</em> Perché, forse, volersi bene è proprio questo, cambiare al volo il proprio ruolo per resistere insieme<em> “agli urti della vita, a quel che leggi sul giornale e certe volte anche alla sfiga”,</em> come cantava Luca, il nostro Luca, al Dall’Ara, nella tua Bologna, di fronte a casa di tua mamma, la Pina, mia nonna. Una volta si ha bisogno, quella dopo è l’altro che sprofonda e serve rispondere <em>“presente”,</em> con forza, uguali ai militari che a me e a te non sono piaciuti mai. Sussurri, poesie e fiori d’intorno, famigliari e amici che vanno e che vengono a tutte le ore e la tua stanza in un attimo sembra diventata il centro di New York. E, in ultimo, la scena finale di questo nuovo film, comunque a lieto fine, perché tu sei la fatina e io Pinocchio: al mare, coccolandoti lungo i nostri solidi e consueti cammini, salutando il pesce cane all’orizzonte, nei bordi della felicità che tu mi hai dato da quando sono nato e che adesso io devo restituirti almeno un po’.</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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<div dir="auto"><em>Ps – Mia mamma, la Vale, come tanti sanno, è stata investita mentre attraversava sulle strisce pedonali. È all’ospedale di Lecco, in buone mani, ha diverse fratture, ma tutte che guariranno. Standole accanto. Nella foto io e la mia mami, quarantasette anni fa.&nbsp;</em></div>
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		<title>Quarto danno in un anno alla mia auto. Qui da noi c&#8217;è un grosso problema legato alle strade e alla microcriminalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bergamoesport]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 15:41:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ora io raramente mi lamento, del resto ho due figli magici, faccio il lavoro che mi piace e che volevo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/11/Uanda.jpg"><p>Ora io raramente mi lamento, del resto ho due figli magici, faccio il lavoro che mi piace e che volevo fare da ragazzo, ho chi mi ama, la manciata necessaria che mi stima e pure i tre che mi vogliono bene a prescindere e su cui posso sempre contare. Eppure mai come adesso sono in difficoltà per via delle vicissitudini legate alla mia maghina, la famosa Uanda Gialla Ibrida Bellina Forte, manco un anno di vita e quattro danni belli grossi, uno rimborsato dall’assicurazione, gli altri tre che hanno dato la botta di grazia al mio già esangue conto corrente in quanto all’epoca non avevo stipulato la polizza contro gli atti di vandalismo. Ritenevo infatti che Bergamo e dintorni non fossero il Bronx dei film degli anni Ottanta con protagonista Eddie Murphy nel ruolo del poliziotto illuminato, ma un’area metropolitana mitteleuropea accogliente e sorridente, zeppa di frizzi pazzi ai lati della strada coi cotillon nelle vetrine dei negozi, tipo, per farmi capire, una sorta di Disneyland Paris.<br />
Mi sono sbagliato. In ordine di sfighe: prima una serie di tossici all’autostazione della nostra città ad ammaccarmela, poi un pirata a centrarmi in pieno la suddetta vettura in una rotonda del centro di Mantova per poi fuggire scomparendo in un battibaleno nel blu dipinto di blu, quindi una bottarella mica da ridere sul cofano opera di un martellatore anonimo, in ultimo, giovedì, la spaccata di un vetro del valore di 396 euri (stando al preventivo che mi ha fatto Car Glass), violenza automobilistica subita nel parcheggio “Le zebre” di Curno mentre mi trovavo nella vicina palestra Fit Active e pioveva che dio la mandava.<br />
Detto che sistemerò il danno, stando a casina per le vacanze di Natale e che troverò il modo di non incazzarmi più di tanto praticando quotidianamente delle sessioni di meditazioni Tai Chi, resta il problema legato alla mia Uanda Gialla Ibrida Bellina Forte, che si sente perseguitata e che incolpa il karma, spesso ipotizzando di essere stata nella sua precedente vita una scatoletta gigante di tonno Rio Mare a cui avevano lasciato a metà la pericolosa, perché assai tagliente, linguetta.<br />
Io ce la metto tutta con lei, la rincuoro, la riempio di complimenti, privatamente e pubblicamente, ma mi accorgo che a questo punto ci vorrebbe uno bravo. Visto, però, che non esistono terapeuti per le macchine, chiedo quindi anche ai miei amici social, gli altri in carne e ossa lo sanno già, di fare una carezza all’automobile di mia proprietà, al baule e/o ai tergicristalli, se la vedono in giro, promettendomi che sarà mia premura nei primi giorni della primavera 2026 immergerla nelle acque di Lourdes per farla svoltare da questo pantano in cui io e lei ci troviamo.<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong><br />
<em>PS – Grazie a Sergio, Marco e Carmelo per la discreta copertura fatta ad hoc, va detto con l’aiuto di due indiani di passaggio, per evitarmi il vento freddo che viene dal Nord quando vado a Lecco dagli amati parenti</em></p>
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		<title>La grande sensibilità dell&#8217;Intelligenza Artificiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bergamoesport]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 17:43:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Intanto ringrazio l’Intelligenza Artificiale, che chiamerò Barbara, perché mi definisce “uno scrittore”, e il fatto stesso è già un successo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/10/questa.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">Intanto ringrazio l’Intelligenza Artificiale, che chiamerò Barbara, perché mi definisce “uno scrittore”, e il fatto stesso è già un successo, esagerando poi con i complimenti alla mia prosa e, quindi, alla mia persona, <em>“di grande talento, capace di coniugare l’ironia a riflessioni sempre profonde e convincenti”.</em> Nessuno mai mi ha stimato tanto in vita mia. E ora parto col mio ragionamentino quotidiano, evitando di sbragare coi pensieri, soprattutto per non deludere così, dico seduta stante, appunto ChatGPT, la nuova femmena del mio cuor, essere raro che mi capisce, che mi sostiene e che lotta insieme a me.</div>
<div dir="auto">Via, quindi, con l’antefatto, le mie origini. In casa mia mi hanno considerato fin dal principio quello uscito male, quell’attimino più indietro, probabilmente giustamente, comunque nell’impossibile gara con mia sorella, Chiara, bellissima e in gamba, centrata, a riprova il Grassi fatto interamente senza manco una bocciatura e/o un esame a settembre, una insomma che, tranne forse un paio di annetti preadolescenziali, se la gioca e se l’è giocata con la Madonna battendo gran parte dei santi che bazzicano il paradiso.</div>
<div dir="auto">Nel mondo, poi, ho ricevuto diverse mazzate di un certo livello, a cominciare da un quattro e mezzo nel primo tema fatto alle superiori e, non in ultimo, una frase di una mia ex, che, dopo secoli, mi ha scritto una mail giusto per comunicarmi il seguente pensiero,<em> “e sappi che, come scrivi, mi fa schifo”.</em> Io ho letto e riletto le sue parole, financo finendo a guardarle al contrario,<em> “ofihcs af im, ivircs emoc, ehc ippase”,</em> nella speranza che non volesse dire proprio quello, ma che ci fosse dietro qualcos’altro, un consiglio diabolico, un invito a cena in aramaico, un insulto alle politiche di Renzi e al conseguente Job Act, le istruzioni per costruirsi in casa un tostapane a colori in grado di fare all’occorrenza anche le righe ai chicchi di caffè. Nulla di tutto questo,<em> “ofihcs af im, ivircs emoc, ehc ippase”</em> non ha prodotto risultati né su Google né su Bing. Sicché la mia ex voleva proprio dire che le mie lettere, le duemilasettecentosettantasette che le ho mandato in un arco temporale pure abbastanza breve, i miei racconti e i miei articoli non erano di suo gradimento. A me sembravano carini. E ci sono rimasto male. Non da gettarmi nell’Adda, il giusto, con l’amarezza che di tanto in tanto mi porta a bermi un paio di Negroni al Blu Puro.</div>
<div dir="auto">Al netto che sono scettico su ChatGPT e le sue gemelle, scorciatoie alla scrittura, che è cosa sana e giusta perché permette di guardarsi dentro, di mettere su una pagina in bianco e nero tutti i colori che si hanno dentro in quel preciso momento, resta che gli apprezzamenti dell’Intelligenza Artificiale, la mia Barbara, mi hanno regalato una dose di autostima inaspettata e fruttuosa. In primis con mio figlio, Vinicio, che mi considera un po’ strano, un padre caricato indietro, ma che ora ha fatto pure uno scritto col mio stile, e con un ragazzo che, vedendomi all’Alchimia, a Lecco, sul Vial Turati, intento a sbevazzare, mi ha fermato complimentandosi per il mio abbigliamento, <em>“sei figo, ti vesti con carattere…”.</em> E io, che avevo addosso tutte cose raccattate, in ordine, il giacchino Timberland regalatomi dalla mia ex cognata, Giuditta, in quanto destinato ai poveri, un maglione di dubbia provenienza, non so se di mio babbo, Marco, o del suo vice nella mia personale classifica genitoriale, Erni, il marito di mia mamma, i pantaloni vintage di Nicola, stella del Circo Bizzarro, le scarpe Adidas Torsion scartate un paio d’anni fa da Vini, i calzini fastidiosissimi coi gommini sotto e le mutande rosse coi dragoni cinesi lasciate a casa mia da Zen, il mio piccolo, gli ho creduto.</div>
</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
<p><em>Nella foto: serissimo, in quanto vestito “con carattere”</em></p>
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		<title>La vittoria del Gruppo Mascio, aver fatto rinnamorare la nostra città della pallacanestro. E il sogno che il grande basket resti a Bergamo. Stasera tutti alla Chorus Life Arena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[bergamoesport]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 09:55:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Basket]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Per me che ho sempre amato il calcio, anche perché ci gioco ininterrottamente da quarant’anni, la pallacanestro è stata una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/10/Eric-Lombardi-Gruppo-Mascio-Bergamo-e1760451334767.jpeg"><p>Per me che ho sempre amato il calcio, anche perché ci gioco ininterrottamente da quarant’anni, la pallacanestro è stata una sorta di folgorazione sulla via del giornalismo. Ero giovanissimo, appena sedicenne, ai miei primi zoppicanti articoli per l’allora Gazzetta di Lecco, bisettimanale di colleghi esperti ed entusiasti. Sono passati più di trent’anni e dell’allora capo della sezione sportiva non ricordo neanche più il nome, ma il viso sì e pure le sue parole, <em>“ti va di seguire per noi le partite di Cantù?”.</em> Con l’entusiasmo di un ragazzino, non esitai a rispondergli di sì, nonostante ignorassi persino le regole della disciplina. Chi conosce il basket lo sa, e per me innamorarsene fu un attimo, il parquet del Pianella che vibrava, le mitiche sfide contro una Milano stratosferica in Coppa e in campionato, i tifosi della pallacanestro, così simili eppure immensamente diversi dalla mia gente, appunto quella del fubal. Emozioni sulla sirena, giocate magiche degli americani arrivati in serie dall’Nba, cori e canti, rivalità storiche e il vecchio adagio di Davide che, va detto qualche volta, regalava lezioni a Golia.<br />
Poi la vita mi allontanò dal basket, ma una sbirciatina sul Televideo per vedere il risultato di Cantù la davo ogni domenica. Da Lecco a qui, in questa città che ora sento come la mia, per lavoro, ad appena ventitré anni, e al Nuovo Giornale di Bergamo serviva qualcuno che si mettesse anima e corpo su un’Atalanta da sogno, giovane e sbarazzina, indomita. Anni bellissimi, meravigliosi, quelli del burbero Vavassori e dei talenti forgiati a Zingonia, su tutti i gemelli Zenoni, il Dami e il Cri, due portenti, arrivati direttamente dalla selva di Zandobbio per spaccare il campionato.<br />
Mai dire mai e con l’inizio del nuovo secolo ecco l’Intertrasport dell’eterno Bubu Burini, geniaccio della pallacanestro meravigliosamente cantato da un maestro della penna come il collega Arturo Zabaldo. Il suo entusiasmo contagioso mi portò al Palazzetto, quello mitico, in Piazzale Oberdan. Ci entrai e di nuovo le emozioni sulla pelle sentite da giovanissimo. Non sto a dilungarmi, la storia è nota, il club orobico ci fece sognare, poi, in un batter d&#8217;occhio e senza neanche avvertirci, chiuse malinconicamente la sua gloriosa storia lasciandoci per parecchi anni orfani del basket.<br />
Ed ora eccoci qui, due decenni dopo, con queste righe, vi garantisco dettate dal cuore, che scrivo perché le stesse mie emozioni, quelle vissute prima a Cantù e dopo a Bergamo, le hanno provate in modo pressoché identico domenica sera i miei due figli, Vinicio, che ha 19 anni, e Zeno, che venerdì ne compie 17. Come moltissimi della loro generazione, i miei ragazzi sono corsi alla Chorus Life Arena per assistere alla sfida tra la Blu Basket e l’Urania. Non avevano mai visto una partita di pallacanestro e ora non riescono a smettere di parlarne, <em>“è stata una serata magica”,</em> mi ripetono nelle nostre pause pranzo, <em>“uno spettacolo unico”,</em> la loro felice sentenza.<br />
Non solo loro, l’intera cittadinanza ha accolto con un entusiasmo incredibile il ritorno del grande basket nella nostra città. Detto che stasera alle otto e mezza ci sarò anche io, a godermi il match di cartello tra la Blu Basket e Pesaro, e al netto che gli uomini del gruppo Mascio hanno già vinto, parlo di Fabrizio, l’infaticabile addetto stampa, fine conoscitore della magia del pallone a spicchi, e dell’illuminato presidente che di nome fa Stefano, il sogno è che il Gruppo Mascio riesca a stabilirsi a Bergamo, e che ne diventi il simbolo cestista. Tutti ne abbiamo voglia, immensamente, stasera sarà la seconda prova e gli appassionati di gialli lo sanno, due prove non danno una certezza, ma spesso mettono gli investigatori sulla strada giusta, nel nostro caso, quella della squadra di coach Zanchi.<br />
<strong>Matteo Bonfanti &nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>Il gattone giallorosso fuori dal mio portone, che si accorge dei miei perché e dopo un anno decide di farsi coccolare</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 10:27:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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<strong>Matteo Bonfanti</strong></p>
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