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	<title>Il blog di Matteo Bonfanti &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>Alex Zanardi e il suo insegnamento, l&#8217;amore per la vita</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 16:05:13 +0000</pubDate>
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<div dir="auto">Ci fosse una strada che porta a quella meravigliosa azione rivoluzionaria che è un sorriso all&#8217;improvviso, dovrebbero intitolarla a te. Ti ho sfiorato due volte, da te e da me, appesantito dal peso del mio lavoro, e le tue parole erano leggere, fini, uguali all’aria, quasi fossi qui per insegnarci a volare. Quel modo, Alex, di tanti circuiti giù in Romagna, dei vicoli di Bologna le sere di maggio, nei localini sotto i portici o all’ombra della torre degli asinelli, un ehi cinno, un soccia e poi un patacca dietro l’altro, col bicchiere di pignoletto tra le dita raccontando quella volta là, scoprendo che questa, in fondo, è la fortuna di noi che stiamo al mondo.</div>
<div dir="auto">Vado al massimo, il ritornello è sempre quello, oltre il limite, con le mani sul volante, con le braccia sulla bici, trasformando il sale in pane. Agli altri fa bruciare le ferite, a voi tra la via Emilia e il west solo spingere un po’ di più, ogni volta una rincorsa verso il cielo, a zig zag in mezzo alle stelle, con in testa Ayrton Senna, del resto, caro Alex, lo sai bene, Castel Maggiore dista da Sant’Agata meno di trenta chilometri e lì si fanno ancora le Diablo Lamborghini.</div>
<div dir="auto">Mai arrendersi, neppure nei giorni di pioggia, che i campioni si vedono sul bagnato. E resistere, lo canta un tuo compaesano, agli urti della vita, a quel che leggi sul giornale e certe volte anche la sfiga. Ridendo, si dovesse riuscirci appena con gli occhi, come nei tuoi ultimi giorni, nel tuo insegnamento più grande, l’amore per la vita.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
<div dir="auto"><em>La foto di Alex Zanardi è tratta dalla sua pagina Facebook</em></div>
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		<title>Un giorno tra i campi, nella meravigliosa gente del nostro calcio (e mi hanno regalato la maglia di Pulisic&#8230;)</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 17:24:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calcio]]></category>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Mi alzo malaticcio duro, un po’ perché a Bergamo non si capisce mai che tempo fa, e sbaglio spesso il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/04/maglia.jpg"><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<div dir="auto">
<div dir="auto">Mi alzo malaticcio duro, un po’ perché a Bergamo non si capisce mai che tempo fa, e sbaglio spesso il travestimento, tanto perché sono parecchio allergico, probabilmente perché mia mamma, la Vale, da bimbetto non mi ha mai allattato al seno. Ho mal di testa e d’universo all’ultimo giorno prima delle tradizionali vacanze pasquali, tre giorni in cui mi abbufferò allegramente col parentado tutto, che, va detto a onor del vero, amo alla follia. Acchiappo la maghina, la Panda Gialla, che mi porta illeso fino alla redazione di Bergamo &amp; Sport, il giornale di cui sono l’allegro direttore responsabile da sedici lunghi anni. Starnutisco come se piovesse, invece c’è il sole. Becco Carmelo, il nostro responsabile della pubblicità, uno che a me piace assai e facciamo due balle. Mi fumo una sigaretta, mi vede abbastanza viola in viso e mi consiglia di rimandare i miei progetti alla settimana dopo. Ma io non mollo. E mi metto di buzzo buono a fare delle consegne della nostra ultima opera, Campionissimi, l’Album degli Juniores e degli Special, opera vintage e supersonica con le foticchie di duemila ragazzi che giocano al fubal nella nostra provincia, prenotata da gran parte dei presidenti per regalarli ai loro bocia, giovani che adorano pur lamentandosi della loro terribile discontinuità calcistica (del resto a diciassette anni si scopre l’altro sesso e si è tutti abbastanza così, dico in campo lì per lì).</div>
<div dir="auto">Vado da Maurizio Locatelli, responsabile del settore giovanile della Virtus Ciserano Bergamo, il massimo dei massimi quanto a ragazzotti, e ci mettiamo fitti a chiacchierare della psico Italia che non è andata ai Mondiali. Sul triste andante per la mancata qualificazione, iniziamo a ricordare momenti epici del nostro fubal, ossia le prodezze di entrambi, due scarsoni con pochi eguali nella nostra provincia. Ridiamo. Mi accorgo che i malanni di stagione mi stanno passando. Quindi vado a portare le sessanta copie che ha comperato il Villa Valle. Trovo Giancarlo Austoni, il vicepres, arrivato di corsa da un cantiere vicino giusto per farmi un salutino super simpatico e altrettanto veloce. Becco Roberto Monaci, il direttore generale, facciamo del gossip calcistico, insomma mi dà tre quattro notizie di mercato, e mi fa sentire a casa regandomi la t shirt del Villa Valle, nera gialla e rossa, strafighissima che metterò quest’estate al mare. Non trovo il pres, Piergiorgio Castelli, in tribuna, lo chiamo raccontandogli il mio precario stato di salute, mi coccola al telefono quasi fossi l’altro suo popino, il primo è Marco, super bomber del calcio lombardo, e mi dice <em>“vai a casa, promettimi di riguardarti, stai a letto, curati, appena ti riprendi, ci vediamo per l’aperitivo”.</em></div>
<div dir="auto">Mi sento fortunato. E vado dall’Egidio, che è il presidente Capitanio, massimo dirigente del Paladina, uno che per me è carissimo. Ho cannato i calcoli, non ho le copie che ci ha comperato. Gliene lascio una decina, me ne mancano quaranta. Ed è lì con Corrado, il suo dirigente che organizza quell’incredibile cinema che è il Torneo La Passione di Yara, kermesse giovanile tra le più importanti in Italia, con i ragazzi dei vivai della Serie A, di Bergamo e un po’ di più, quest’anno a Valbrembo arriverà anche il Benfica. Mi dice aspetta un attimo, che so che sei del Milan, e mi porta la maglietta di Pulisic autografata. Mi dice “<em>è per te, fanne buon uso ragazzo rossonero…”.</em></div>
<div dir="auto">Mi sento come un bambino a cui hanno regalato il pallone Tango dopo che il Super Tele si è bucato tra le inferiate della scuola. A me una maglia della mia squadra del cuore nessuno prima l’aveva regalata mai. Mi accorgo che mi sto per commuovere.</div>
<div dir="auto">Decido che è venuto il momento dell’Ottone, il Mesti, altro top del Villa Valle. Vado a rompergli la minchia al lavoro, a Tempjob, che è un’azienda gigante e che il progetto dell’Album già raccontato di fatto se l’è inventato lui, che è un’anima meravigliosa, di quelle come le altre raccontate, convinte giustamente che il fubal sia la panacea di tutti i mali, non importa quanto si arriva in classifica, l’idea è che chi gioca non si senta mai solo, ma mai mai mai. C’è Elda, la sua manager, anche lei in gamba, ridente e sorridente. Ridiamo. Sto bene. Sento che i miei malanni mi sono quasi passati. Sono il direttore di un giornale sportivo a Bergamo, sono un ragazzo fortunato. E buona Pasqua a tutti, meravigliosa gente del calcio, la mia.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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<div dir="auto"><em>Nella foto: impegnatissimo nel selfie, quindi contrito, per far vedere il più possibile la maglia di Pulisic</em></div>
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		<title>Una notte in Italia (al Bar Blu Puro di Bergamo vedendo Bosnia-Italia)</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 23:20:27 +0000</pubDate>
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<div dir="auto">Siamo superiori, la sblocchiamo subito con Kean, un&#8217;iradiddio, potrebbe essere un trionfo. Invece ci incasiniamo, Bastoni si fa espellere, andiamo in tilt, giochiamo alla viva il parroco, sfioriamo la pena calcistica. Ci affidiamo a nostro Signore del fubal ignorante ad un&#8217;eternità dalla fine delle ostilità. Partiamo col classico catenaccio post mortem, ma siamo vivi e sbagliamo tre gol fatti che pure io a cinquant&#8217;anni col piattone. Ci dominano, ce menano, resistiamo soffrendo. Fanno il pari. Protestiamo alla cazzo, così come dei pupi a cui hanno rubato il ciuccio bello della Chicco. Entriamo nella nostra zona comfort, la psico Italia. Adani inizia a gufare. Si piange e si ride, si fuma in tutti i bar italici e pure in quelli di Caracas. Si maledice tale Bregovic, omonimo del bravissimo polistrumentista pacifista. Donnarumma fa miracoli. Al Blu Puro le citazioni evangeliche si sprecano. Un vecchino sgrana un rosario modello francescano trovato chissà dove mentre i suoi quattro soci fanno finta di non essere interessati agli azzurri giocando a scopa all&#8217;asse con una certa verve. Apro una Tennents nonostante il dottor Tramonte mi abbia tolto nel pomeriggio un dente del giudizio che mi si era cariato un anno fa. Me ne fotto. Mi chiudo in un silenzio carico di significati che però ignoro. Mi sovvien l&#8217;eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei. Vinicio, il mio primogenito, mi manda un messaggio per dirmi che sono il suo papà preferito. Andiamo ai supplementari. Faccio la pipì. Mi lavo la faccia e torno in trincea. Mi accorgo che Calafiori è il sosia uomo della mia ex. Lo stimo perché l&#8217;amavo. Due ragazzi di origine marocchina mollano. Al Blu Puro restiamo in tre, Lina, la titolare cinese, è compresa nel pubblico pagante. Palestra va in porta, un bosniaco lo stende, l&#8217;arbitro non lo espelle e gli azzurri la buttano in caciara. Passano i minuti, mi fisso su una cartolina da Cuba dell&#8217;anno novantanove. A sorpresa arriva Nik, uno dei migliori collaboratori del mio giornale. Gli offro un bicchiere. Ragioniamo un attimo sull&#8217;amore, sulla morte, sulle imminenti fusioni tra diversi club dilettantistici, sul giro dei direttori sportivi in Serie D e su altri misteri ad ora irrisolvibili. Si va ai rigori. Arrivano a vedere la tv anche i quattro vecchini che giocavano a carte. Portano male, lo sento. Contro la paura faccio la foto di rito che vedete, tutti belli radunati. Siamo nelle mani di Gigio. Non mi fido. Prego. Recito al volo tre Padre Nostro e cinque Ave Maria. Rifletto profondamente sulla solitudine dei centroavanti. Pio Esposito la sbaglia tirando in curva. Poi è una via crucis. Lagrime come se piovesse. Gesù non mi ascolta più, adesso ne sono sicuro e prossimamente ne valuterò le conseguenze pallonare. Siamo una squadra fortissimi, ma anche stavolta non andiamo ai Mondiali. È una notte in Italia, se la vedi, in questo sguardo di luna.</div>
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<div class="html-div xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak xexx8yu xyri2b x18d9i69 x1c1uobl x1n2onr6"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>La signora che mi salva da multa certa chiamandomi al citofono. A Bergamo tanti sono i buoni</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 14:22:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi suonano, cosa che non mi accadeva da un paio d’anni, mentre sono a letto e sto vedendo una puntata [&#8230;]]]></description>
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<div dir="auto">Mi suonano, cosa che non mi accadeva da un paio d’anni, mentre sono a letto e sto vedendo una puntata fighissima di Alta Infedeltà sul Nove per prepararmi al meglio alla mia difficile giornata lavorativa. Mi allarmo, ricordando che l’ultima volta che è successo era perché la postina voleva consegnarmi una lettera della Regione in cui mi si accusava, probabilmente giustamente, di non aver pagato il bollo auto nell’anno 2022. Rifletto se darmi per morto, poi trovo il coraggio di sollevare la cornetta del citofono. Dall’altra parte una donna. Mi dice: <em>“Sei tu quello della Panda gialla?”.</em> E senza aspettare la mia risposta mi mette addosso una strizza bestiale: <em>“Devi scendere al volo, stanno arrivando i vigili, li vedo in fondo alla strada. Sono scatenati, stanno facendo una raffica di multe…”.</em> Sono ignudo, mi vesto con quello che trovo, va detto per onestà intellettuale in modo alquanto bizzarro, con dei pantaloni che andavano di moda negli anni Novanta tra gli sballoni appena tornati dall’India e che ora uso come pigiama, sopra la felpa unta che indossavo ieri notte in occasione della semifinale play off tra Italia e Irlanda del Nord, quindi, ai piedi, le ciabattine bianche e pelosette sottratte a mia mamma in uno dei miei raptus di cleptomania famigliare. Non sono un bello spettacolo.</div>
<div dir="auto">Arrivo al pelo, venti secondi prima delle due ausiliarie. Scattano, ma ormai sono sul veicolo, imprendibile, salvo. Gli passo davanti, gli sorrido e loro sono l’immagine della prima vera sconfitta di un popolo che da noi si sente invincibile perché armato del blocchetto prestampato che serve a fare le sanzioni. Vado a parcheggiare in un posto sicuro, fuori dall’Emmedì. Metto pure l’ora sul disco orario. C’è il sole. Sento che il mondo mi sorride.</div>
<div dir="auto">Vado a bere il mio caffè doppio di ordinanza all’Anymore e torno a casa per lavarmi bene i denti. Al cancello lei, il mio angelo, la signora del citofono, che ricordo di aver visto un paio di settimane fa lasciandole il parcheggio, scambiando un paio di frasi giuste e puntuali sull’insostenibile traffico nella nostra città. Mi sorride e mi fa l’occhietto: <em>“Appena dopo che ti ho suonato, sono andata a chiacchierare con le due vigilesse dei posti auto lungo la nostra strada e hanno perso quel minuto che gli è stato fatale”.</em> Sgrano gli occhi, penso per la terza volta in un giorno che a Bergamo c’è un sacco di gente buona e cara. Mi immagino un imminente piano rivoluzionario. La prima complice ce l’ho già.</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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<div dir="auto"><em>Nella foto la mia Panda in divieto in via Malfassi, teatro degli importanti accadimenti raccontati sopra</em></div>
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		<title>A noi di sinistra che il senatore Umberto Bossi ci è sempre un po&#8217; piaciuto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 00:52:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/Umberto_Bossi_Pontida_1990-royalty-free.jpg"><div dir="auto">
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<div dir="auto">Non quello ormai bollito dei 49 milioni di euro rubati allo Stato nella triste e nota vicenda Belsito, neppure il papà che fa fare una carriera lampo al suo figliolo con quella faccia un po’ così, definito da lui stesso “Il trota”, o che rinnega il federalismo affidando le chiavi del suo partito a Salvini, dico il primo Bossi. Vengo dal profondo nord, Lecco, un passo dalla Svizzera verde, sono da sempre di sinistra, e a noi all’inizio della sua epopea il Senatur ci piaceva. Intanto perché, a suo modo, diceva tutte cose per noialtri, la povera gente, scagliandosi contro la Roma Ladrona dei palazzi e del Caf, Craxi, Andreotti e Forlani, politici che a casa mia, una delle storiche sedi di Democrazia Proletaria, non si potevano manco citare tanto facevano incazzare i miei. Quindi l’Umberto, che ci pareva onesto, e, forse, a quel tempo lo era anche, che ce l’aveva coi “teroni”, ma che erano quasi tutti a tifare per lui, del resto in quegli anni là gli immigrati del sud erano lombardi ancora più dei lombardi, “sempre a laurà ciapando il pullmen alle sei de la matina”. C’era, in lui, va detto in modo sempre un po’ naif, qualcosa che un decennio dopo avremmo fatto nostro nel viaggio contro l’imminente globalizzazione, ossia la difesa delle tradizioni che il neocapitalismo fagocita lasciando spazio solo ai grandi marchi, accoppando i piccoli negozi, che, poi, erano quelli dei genitori dei nostri amici più cari.</div>
<div dir="auto">Ci dicevamo venisse dalla sinistra, eravamo convinti che, staccatosi da Berlusconi, cosa che avvenne realmente nel 1995, sarebbe diventato un indipendentista all’europea, simile ai leader catalani a cui eravamo vicini.</div>
<div dir="auto">Da giovane giornalista, inviato ogni anno a raccontare le mirabili vicende che accadevano sul famoso Sacro Suol, il pratone sulla Briantea, all’inizio di Pontida, una volta avevo rischiato, detto alla Aldo, Giovanni e Giacomo, “di rimanere offeso”. Reo di aver rivelato una storiaccia in seno al partito grazie all’amico Giulio Panza, in una festa provinciale Bossi aveva iniziato una mega menata contro i giornalisti e io, telecamera in mano, lì per Tele Unica, ero il solo a rappresentare la categoria. Non ho il fuoco sacro, del resto ora sono il direttore di un giornale sportivo, e non ne avevo fatte tante: vedendo l’andazzo ero corso in fretta e furia alla mia Vespa e avevo lasciato l’evento sul più bello, un attimo prima di sentirle su dai duecento militanti duri e puri presenti.</div>
<div dir="auto">Anche questo piccolo racconto autobiografico rivela i meriti dell’Umbert, quello che ha fatto fare il balzo alla Lega Nord, era uno dei politici più importanti a livello nazionale, ma non gli sfuggiva neppure la polemica sulle nomine provinciali portata avanti da me, un cronista alle prime armi, e dalla sezione di Cisano Bergamasco. Lui e il suo partito erano presenti, vivi, radicati sul territorio, pronti ad accogliere le istanze di qualsiasi persona si avvicinasse a un cerchio magico sempre più consistente, i famosi trecento bergamaschi pronti a partire con le baionette al suo seguito.</div>
<div dir="auto">C’era in Bossi anche una smisurata voglia di giocare, ricordo, sempre da inviato, mi pare a Cittadella, una giornata incredibile di ampolle e acque del dio Po che pure il Senatur non riusciva a non riderne di gusto. E in questo, l’essere serio fino a un certo margine, ma comunque in grado di inventarsi qualcosa che alla gente faceva battere forte il cuore, riconosco qualcosa di famigliare e di piacevole, a riprova la stima che ho per Daniele Belotti, uno dei pochissimi politici che mi piace sia per le sue vicende intorno a Bergamo e all&#8217;Atalanta, tanto perché capace di coniugare battaglie giuste e sacrosante a un’allegria che, qualche volta, rasenta il ridicolo.</div>
<div dir="auto">Questo: per noi il Senatur è stato un’illusione. Ci pareva diverso, ci pareva bello e strano come noi, ci pareva che volesse salvare noialtri dai palazzi che, anche ora, ci condannano ad essere dei poveri cristi sempre e per sempre, persino alla pompa di benzina tra accise e guerre che non vorremmo mai. Le vicende giudiziarie, il legame col Celeste, al secolo Roberto Formigoni, il suicidio politico del federalismo, ci hanno detto che ci eravamo sbagliati. Ma, forse, è solo perché il potere logora chi ce l’ha.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>La batosta presa dalla Dea contro il Bayern ci fa capire che il pallone in Italia è diventato ormai un calcio minore</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 15:04:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/6e0eb20c-ff2a-448f-9463-d5dd8abb5aea.jpeg"><p>Palladino troppo spregiudicato? Sicuramente… Le assenze? Qualsiasi squadra italiana di vertice, senza quattro dei suoi sette top players, nel nostro caso parliamo di CDK, Scalvini, Raspadori ed Ederson, cambia parecchio… Eppure alla vigilia mi aspettavo un’altra partita, ovvio con un Bayern favorito nei cento ottanta minuti, ma tutt’altro che impari, una sfida che si sarebbe giocata punto a punto, anche sulla garra, sul cuore, sul sudore e sui nervi. Il martedì alla New Balance Arena ha detto il contrario, sentenziando, a mio parere, che il calcio italiano è indietro anni luce rispetto alle formazioni migliori in Europa. Detto che la Dea è una realtà consolidata della nostra Serie A, di pari forza delle sorelle più blasonate, i ragazzi di Monaco sono di due categorie superiori. Intanto vanno a una velocità doppia rispetto ai nerazzurri, poi il loro mister, Kompany, gli ha dato un’identità di gioco dove ogni ingranaggio sa sempre cosa fare e lo fa alla perfezione. Se a ciò ci aggiungiamo un elemento come Michael Olise, per classe, rapidità d’esecuzione e inventiva paragonabile oggi solo al marziano Lamine Yamal, l’analisi è presto fatta. Il divario è impressionante, come attesta il 6-1 finale.<br />
Nel nostro Paese il pallone è diventato un viaggio minore, ovviamente per via del budget, la differenza di bilancio tra le big degli altri paesi europei e le nostre aumenta sempre di più, il Bayern ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 978 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all’Inter (560 milioni), alla Juve (529 milioni) e al Milan (495 milioni), staccate il Napoli (290 milioni), la Roma (270 milioni), l’Atalanta (199 milioni) e la Lazio (157 milioni). C’è poi la questione debiti, che non ha la Dea, ma che hanno invece le milanesi, il club bianconero e le romane e che sono un chiaro limite agli investimenti che si possono fare in sede di calciomercato. C’è, inoltre, la filosofia, in Italia ancora profondamente ancorata al risultato fine a sé stesso, nel resto d’Europa, ovviamente parliamo sempre di top club, alla forsennata ricerca del calcio spettacolo.<br />
Detto che l’Atalanta e i suoi tifosi sono e restano una delle più belle favole calcistiche scritte in questo secolo, per lungimiranza e per i tanti talenti costruiti in casa, la sfida di ieri, più ancora che la finale di Champions dell’anno scorso tra il Psg e l’Inter, ci dice che ormai noi italiani possiamo prenderci grandi soddisfazioni solo ed esclusivamente in Europa League, la seconda fascia continentale. &nbsp;<br />
Si può invertire la rotta? Paradossalmente, dico dopo la batosta di ieri, seguendo il modello Atalanta, la linea tracciata dal duo Percassi-Favini, ossia la costruzione di veri e propri campioni, l’ultimo in Italia, a mio parere, è infatti Giorgio Scalvini (2003), giocatore totale cresciuto appunto a Zingonia.<br />
Chi dei nostri ragazzi d’oro potrebbe giocare oggi nel Bayern? Forse lui, lo juventino Kenan Yildiz (2005), Nico Paz (2004) del Como, ma che nel nostro Paese ha perfezionato i colpi imparati nel vivaio del Real Madrid e Davide Bartesaghi (2004), a patto che il lecchese riesca a continuare la crescita esponenziale fatta in questa stagione sotto le sapienti mani di Max Allegri. Pochini…<br />
Mancano le ore destinate al calcio, sia perché sono troppi gli impegni scolastici dei nostri bambini e dei nostri ragazzi che per i tantissimi pomeriggi e le altrettante numerose sere che i nostri giovani passano sul cellulare o attaccati a un pc. E non si gioca più per strada, elemento necessario per diventare campioni, stando alle parole dei nostri ultimi fenomeni, Paolo Maldini, Francesco Totti, Alex Del Piero, Alessandro Nesta e Roberto Baggio, che sotto casa perfezionavano ulteriormente i loro straordinari colpi provandoli e riprovandoli fino allo sfinimento. C’è ancora, invece, all’estero, in Spagna come in Germania o in Francia.<br />
Sarò banale, ma credo che per far ritornare il calcio italiano protagonista in Europa e nel mondo, occorra anche il nostro esempio come genitori, convincere i propri figli a spegnere l’immancabile telefonino per portarli al parco a farsi un sabato pomeriggio a giocare a pallone, facendoli innamorare del calcio, lo sport più divertente al mondo, portandoli a dimenticarsi per un attimo di quel c&#8217;è su Tik Tok. &nbsp;<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong><br />
<em>Foto Mor</em></p>
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		<title>Auguri alle donne, la parte migliore di noi</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 15:53:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Auguri alla mia mamma, nel sorriso e nel pianto, nel sole e nel vento, che mi ha insegnato ad amare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/mamma.jpg"><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<div dir="auto">Auguri alla mia mamma, nel sorriso e nel pianto, nel sole e nel vento, che mi ha insegnato ad amare le donne. Auguri a mia sorella, ogni volta che mi ha protetto e le mille e passa volte che mi ha cresciuto. Auguri alla mia nonna, ora in cielo, un’intera esistenza a coccolarmi a tavola tra un piatto di lasagne, uno di tortellini e le polpettine coi piselli tutte intorno. Auguri alla mia prima donna, che mi ha preso ancora vergine, otto secondi netti su un letto improvvisato, ridendone insieme perché<em> “no, davvero, non può essere così…”.</em> Auguri alle mie due nipoti, magiche e sognanti, tre metri sopra il cielo, il motivo per cui ho scelto di essere padre. Auguri alla madre dei miei figli, che mi ha cambiato il cuore, trasformando il sale della solitudine che avevo sempre addosso nel pane della libertà che sento adesso dentro. Auguri a chi un giorno mi ha detto <em>“bastardo, è finita”</em> segnando il confine tra un amore e una relazione tossica, salvandomi dall’uomo cattivo che sarei potuto diventare. Auguri alle mie lettrici, spesso salvagenti alla mia cronica insicurezza. Auguri alle mie amiche, che mi vengono a prendere a casa con un biglietto di sola andata per il treno degli aperitivi e delle risate a crepapelle. Auguri a chi mi ama, facendo lo slalom tra i miei calzini e i miei casini, facendomi sognare mentre mi racconta di ricette nascoste tra i sentieri della mia terra o perdute in fondo al mare. Auguri alla mia parte femminile, così leggera e così profonda, in grado di sorridere, di commuoversi, di andare avanti e di perdonare, l’angolo migliore di me.</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto"><em>Nella foto la prima donna che ho visto, la mia mamma, la sola foto che tengo nel mio portafoglio</em></div>
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		<title>Ho paura della guerra e voglio che la smettano</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 23:03:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho paura della guerra, ne ho paura all’improvviso e quando scende la luna sulla nostra meravigliosa città, proprio sotto casa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/pace.jpg"><p>Ho paura della guerra, ne ho paura all’improvviso e quando scende la luna sulla nostra meravigliosa città, proprio sotto casa mia, un vicolo di Bergamo, il posto del mio cuore. Ne ho paura perché è vicina e alla mia età sono tantissime le persone a cui voglio bene, tra l’universo, l&#8217;anima e la notte, tre manciate, quattro, cinque, sei e sette, impossibile farne un conto, perché sono ormai moltissime e tutte nel mio cuore. Ho paura della guerra perché è lontana, ma accanto, ogni volta a sterminare i poveri del mondo, la gente come me, in una fabbrica oppure in un ufficio correndo a perdifiato lungo un filo sottilissimo per arrivare in fondo al mese. Ho paura della guerra perché mi fa soffrire che dei bambini muoiano. Ne ho paura perché chi la fa, la fa perché crede in marce e svastiche, in conti alle Cayman e in speculazioni in Borsa, cose squallide, per me schifose. Ne ho paura perché per essere felice ho bisogno di viaggiare, anche fosse solo un treno per Milano o un aereo per Atene, e se c’è la guerra a noialtri il biglietto non ce lo lasciano più fare. Ne ho paura per il mio amore, che è distante, ma che quando arrivo da lei mi insegna a cantare. Ho paura della guerra per i miei figli, Vinicio e Zeno, che voglio un giorno prendano e partano verso l’ignoto, come ho fatto io per imparare a scrivere, a suonare e a cantare, che sia Camden o Les Rambles, insomma dove ne vale la pena perché c’è un sacco da raccontare. Ne ho paura perché quattro mostri si arricchiscono a nostre spese. Ne ho paura per i miei collaboratori, giovani giornalisti che hanno grandi sogni, viaggi e miraggi, che ho fatto io e che loro devono ancora fare, almeno con cinque soldi in mano. Ne ho paura per i miei vecchi, quattro, i miei genitori, Vale e Marco, i loro compagni, Ernesto e Angela, che la guerra la conoscono pur che non l’hanno visto mai. Ne ho paura perché scrivo di pallone, che amo immensamente, che si ferma se i potenti si mettono a fare la guerra. Ho paura della guerra perché ho vissuto in pace, mi è piaciuto parecchio e ne voglio ancora, sempre e per sempre, appunto fino a quando morirò. Ne ho paura persino per il gatto che ogni notte mi aspetta sotto casa. È stupendo, tigrato, grande e grosso. E lo amano tutti perché si lascia accarezzare.<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong></p>
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		<title>A Sanremo ha vinto Sal Da Vinci. C&#8217;è qualcuno di noi a cui quest&#8217;uomo piace un minimo?</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 00:58:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho visto il Festival, del resto so tutte le canzoni dall’edizione del 1985, avevo otto anni, vincevano i Ricchi e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/03/mostro.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">Ho visto il Festival, del resto so tutte le canzoni dall’edizione del 1985, avevo otto anni, vincevano i Ricchi e Poveri, mio papà, Marco, scuoteva la testa e guardava me e Chiara, mia sorella, dicendoci <em>“non ci sono più i brani di una volta”.</em> Ma a me<em> “Se m’innamoro”</em> piaceva, anche perché in terza elementare ne ero anche abbastanza dentro, indeciso tra due compagne di classe bellissime, Valeria, che aveva pure il pregio di chiamarsi come mia mamma, e Margherita, che era invece il titolo di un successone del 1976, imprescindibile nelle compilation “Varie” che mio babbo, sempre lui, Marco, allora geniale maestro elementare, ora meraviglioso poeta, ci faceva ascoltare prima di addormentarci perché la tv a casa sua, lo giuro, testimone mio cugino Nicola, andava sì e no. Funzionava solo se qualcuno scoreggiava. E non sempre il “vecchio” ci nutriva a tonno e fagioli. Durante il Festival parecchio, poi meno, il giusto.</div>
<div dir="auto">Altri tempi, adesso mio babbo ha una televisione di ultima generazione, capace pure di fargli al volo un toast con prosciutto e fontina se solo glielo chiedesse col telecomandino con cui parla spesso e volentieri, io sempre la stessa, un tubo catodico di inizio secolo che mi porto di casa in casa, quasi un gatto per la compagnia che mi ha sempre fatto nelle mie crisi sentimentali. Entrambi, non io e la televisione, dico io e mio padre, non abbiamo smesso di fare dei peti, va detto per inciso qualcosa di impossibile per noi umani, solo che davanti a due tv funzionanti si sentono gran poco.</div>
<div dir="auto">Non è comunque un articolo su noi italiani scoreggioni, ma un giudizio sul Festival appena finito, mai tanto lontano da noi, il primo che non rispecchia per nulla la realtà in cui viviamo. Direte, giustamente, e me lo dico anch’io da musicista abbastanza stimato per via delle mie frequentazioni (finto) jazziste, ma di cosa stai parlando? A Sanremo si è accoppato Luigi Tenco, il più grande di tutti, perché si mandava avanti Orietta Berti (<em>“io, tu e le rose”</em>) e si cacciava lui, il gigante di <em>“Un giorno dopo l’altro”.</em> E i miei, che si sono sposati sulle note di “<em>Vedrai, vedrai”,</em> poi si sono separati, ma quella è un’altra storia, dal suicidio del maestro non si sono mai ripresi del tutto. Ok, ma era il 27 gennaio del 1967. Cinquantotto anni fa. Quasi un&#8217;esistenza.</div>
<div dir="auto">Sal Da Vinci, di cui io, che obbligo l’intero corpo redazionale ad ascoltare musica italiana sempre e per sempre (<em>“dalla stessa parte mi troverai”</em>) acca ventiquattro, non ho mai sentito un brano, è qualcosa che trascende i confini della realtà, un Claudio Villa riportato in Italia con la macchina del tempo. Canta, e siamo nel 2026: <em>“Saremo io e te per sempre legati per la vita che senza te non vale niente. Non ha senso vivere con la mano sul petto, io te lo prometto davanti a Dio, saremo io e te da qui, sarà per sempre sì, costruiremo tutto ma non alzeremo un muro, litigare e far l’amore poi che male c’è”.</em></div>
<div dir="auto">A Sal, 56 anni, neomelodico napoletano, piace l’amore tossico, che a volte finisce per ammazzare le donne, troppe anche quest’anno,<em> &#8220;perché il sì è per sempre&#8221;, </em>pure se non ci si sopporta più, gli garba dio, e la scelta della minuscola è perché in Italia ormai ne abbiamo tanti, cristiani e mussulmani, tutti parecchio sfigati, poi la famiglia, sicuro anche la patria che nel trio non manca mai. Paura. E io mi chiedo, mentre fuori inizia un’altra guerra degli alleati del nostro governo, con la povertà che ci porterà, il doppio delle bollette, il triplo del costo della spesa, l&#8217;angoscia per i popini morti, davvero siamo questi?</div>
<div dir="auto">Domani vado da mio papà, Marco, sempre lui, un illuminato, gli proporrò di spegnere la tv per metterci a scoreggiare forte. Sarà il nostro atto di protesta.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>La speranza che mi danno i tanti che si sono buttati per salvare la bimba all&#8217;Esselunga</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 19:16:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sottilissima e leggera, proprio come ogni cosa bella, a me la vicenda della bambina rapita dall’uomo nero all’uscita dell’Esselunga di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/bambina.jpg"><div dir="auto">
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<div dir="auto">Sottilissima e leggera, proprio come ogni cosa bella, a me la vicenda della bambina rapita dall’uomo nero all’uscita dell’Esselunga di via Corridoni regala da giorni una manciata di speranza che, così, custodisco nelle pieghe dei miei mattini. Pregando che la bimbetta stia sempre meglio, perché a un anno e mezzo si è preziosi e fragili, da maneggiare con cura, uguali a certi meravigliosi bicchieri che da piccino mi guardavano dalla mensola di casa di mia nonna e bastava un niente per romperli, ci sono due pensieri che mi scaldano il cuore, entrambi che mi rendono orgoglioso della mia gente. Ho guardato e riguardato la scena che abbiamo visto tutti, gli ho dato una sbirciata anche oggi, concentrandomi sui movimenti di chi era presente. Ho letto quanto accaduto poco dopo, e le ricostruzioni dei colleghi concordano sul fatto che chiunque fosse lì si è gettato nella mischia per dare una mano. Identico a un episodio di “Ai confini della realtà”, le persone si sono fermate, bloccate. All’unisono hanno smesso di pensare a cosa dovessero comperare per cena, per i propri figli, per i nipoti a pranzo, e si sono buttate, a loro rischio e pericolo, nell&#8217;intento di salvare la piccina, una sconosciuta che non avevano visto mai.</div>
<div dir="auto">Viviamo tempi cupi, di bambini uccisi al di là del mare, comandati da potenti privi di scrupoli, che ai loro amici glielo lasciano fare. Siamo spesso soli e nudi mentre qualcuno urla alla televisione oppure ci offende qui sui social o ci affronta per strada o a una partita di pallone, senza chi ci venga a salvare, “tra l’indifferenza generale”, la frase più letta sui nostri giornali.</div>
<div dir="auto">Ecco sabato a Bergamo non è stato così. Di fronte all’uomo nero, che tanto ci terrorizzava da popetti, che ti prende e ti porta via dalla tua mamma, nessuno ha esitato a fare la propria parte, ricordandoci due poesie che cantavamo qualche anno fa, quella che siamo esseri umani, e quella, altrettanto importante, che ci racconta che ogni bambino è di tutti perché è il nostro futuro, il bene più importante.</div>
</div>
</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>Milano Cortina 2026 per noi che amiamo il calcio. Applausi ai genitori dei campioni azzurri</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 18:18:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Si celebrano, va detto giustamente, gli azzurri che si stanno facendo onore alle Olimpiadi Invernali, spettacolari gare ora in corso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/bob.jpg"><div dir="auto">
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<div dir="auto">Si celebrano, va detto giustamente, gli azzurri che si stanno facendo onore alle Olimpiadi Invernali, spettacolari gare ora in corso tra Milano e Cortina. Credo, però, che bisognerebbe applaudire tanto e a lungo anche i genitori dei nostri campioni. Ma avete presente le mamme e i babbi di Emanuel e Simon, i signori Rieder e Kainzwaldner, i sacrifici e i denari che ci hanno messo per far arrivare alla medaglia d&#8217;oro del bob i loro figlioli? Io sono un padre, non di quelli che vincono il premio “Bravo Papà”, ma onesto, bravino, dei tanti della mia generazione che cercano di accontentare la propria prole. E in questo momento guardo la tv e penso all’incredibile fortuna che ho avuto con la mia stirpe. Prendo Zeno, 17 anni, il mio secondo, giusto un po’ di pallone, al campo dietro casa, in scioltezza, privo di grilli da campione, spese e sbattimenti pressoché nulli per la nostra famiglia. Un quinquennio fa si è buttato ed è andata più o meno così, <em>“babbo, ho voglia di fare uno sport&#8230;”, “bello, cosa?”, “il pallone”, “ah, e dove?”, “all’oratorio”, “bene”, “ci andiamo tutti in bici”, “vai, vedrai che ti entrerà nel cuore”, “ok”, “ci vediamo a casa”, “a dopo, papi”, “a dopo, tesor”.</em></div>
<div dir="auto">Evito di parlare di quei poveretti che il figlio vuole fare curling, dodicimila euro solo per l’attrezzatura, e riparto col bob. Poniamo non avessi avuto Vinicio e Zeno, ma Emanuel, tornando esattamente alla scena di prima, il mio popino amato, magari in lacrime, sicuramente in disparte, mentre in cortile è in corso un infinito torneo di calcio strada,<em> “Ema bello, che c’è?”, “c’è che ci sto male perché vorrei fare uno sport invernale. Me lo fai fare? Mi porti ad iscrivermi?”.</em></div>
<div dir="auto">Immaginiamo abitassi a Livorno, che la prima montagnetta con un briciolo di ghiacchio e un pizzico di neve è giusto a trecento chilometri. Fosse che Ema decidesse di provare pure il biathlon, sparare come un folle mentre è sugli sci, che per me, convinto pacifista, qualsiasi arma è un mezzo dramma, prima di passare definitivamente al bob. Ipotizziamo che il mio picciriddo fosse proprio quell&#8217;Ema, lui lui, stoffa da medaglia d’oro con lo slittino, almeno cinque allenamenti la settimana più la gara della domenica, da portare ogni volta in cima con la mia Panda perché si sa il drammatico momento dei trasporti pubblici in Italia. Che vita dovrei affrontare? Ce la farei? A chi chiederei aiuto?</div>
<div dir="auto">Parliamo di viaggi lunghissimi, con costi solo per l’autostrada da brividi, in posti freddissimissimi, impervi per me che ho sempre amato le spiagge intorno al sole. Poi la strizza nel vederlo fare quelle discese a una velocità pazzesca, quindi, non da ultimo, lo sbattimento di cambiarci il cognome, scegliendone uno più teutonico, per fare apparire il mio ragazzo più credibile quando lo speaker dice la lista degli atleti in gara.</div>
<div dir="auto">Chapeau quindi ai signori Rieder e Kainzwaldner, un tempo Esposito e Colombo. Sono loro i veri eroi di Milano Cortina 2026.</div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>L&#8217;immensa fatica del casalingo (e delle casalinghe). Perché non stipendiarci?</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 01:23:52 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/stoviglie.jpg"><div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
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<div dir="auto">Così come è accaduto ieri, sabato notte. Entro in casa, guardo la mia tana e mi accorgo che se la gioca solo ed esclusivamente con l’appartamento di Trainspotting. Sto per piangere, trovo la bottiglia del Vecchio Amaro del Capo, me ne bevo quell&#8217;attimo e parto con un paio di riflessioni anche abbastanza giuste. Nel mezzo ho una chiara visione idilliaca, il solito collegamento giornaliero col paradiso: mia nonna, la Pina, mi gratta i riccioli e mi ripete il suo mantra, in bolognese: <em>“Cinno, la prossima volta pulisci sempre al volo, così non fai fatica. Un conto è dover lavare due piatti, un altro cinquecento. La situazione è drammatica, ma ce la puoi fare”.</em> Rinfrancato dalla mia santa personale, guardo i piatti nel lavandino, quelli da lavare, ossia tutti i piani e i fondi, e sono ventitré, un bel numero, ma abbordabile. Alcuni riposano lì, va detto beati, da settimane, chiacchierando tra loro del più e del meno. Dai residui riconosco una carbonara con la nduja e un ragù di tonno fresco fatti il mese scorso e mi batte forte il cuore per il cuoco che sono diventato ultimamente. Sto per commuovermi quando una schiera di bottiglie di Tennents, vuote e molto sensibili, provano a convincermi a fare marcia indietro riguardo ai miei buoni propositi, innanzitutto quello di buttarle nel vetro per liberare quell’attimo di spazio vitale. Mi dicono: <em>“Matti, siamo qui in cucina da settimane e ci siamo affezionate a te. Sei una persona buona… Non eliminarci”.</em> Evito di ascoltarle concentrandomi sulle pentole Agnelli in mio possesso, otto, parecchie, in quanto ex dipendente del gruppo, alcune in uno stato che se le vedessero Paolo e il Ciccio mi metterebbero il muso per un decennio. Poi i vestiti, sparsi per terra. Mi perdo nei pensieri, mi accorgo che la tana moltiplica i calzini. Ce ne sono dappertutto, il problema è che nessuno è uguale all’altro. Cambiano colore e forma? È un gioco sadico che fa la casa? Qualcuno entra di soppiatto per scombinarmeli? Tento una teoria, ma non ci riesco, li interpello, ma se ne stanno distesi, in relax, con la bocca chiusa. Quindi do alla cazzo la colpa al governo e passo avanti. È venuto il momento di agire. E mi metto. Due ore e passa per tirare insieme il lavandino mentre faccio tre lavatrici, una mezzorata buona per stendere. Paio un ossesso, in quel che resta della notte do lo straccio, smisto i rifiuti per la municipale, li porto in cortile, pulisco i sanitari del bagno con Mastrolindo. E nell’entusiasmo mi lavo anch’io, faccio una doccia con shampoo e balsamo. Finito, mi metto a martoriare i miei denti con lo spazzolino una decina di volte. Scopro di avere un collutorio del 2023 e abuso di lui mettendo la parola fine alla nostra vita insieme. Tre anni, non poco.</div>
<div dir="auto">Poi, esausto, intorno alle quattro e trentacinque circa, vado a letto, crollando all’istante. E mi sveglio con due pensierini, la fatica boia che si fa a rassettare anche un microscopico monolocale come il mio, e il conseguente progetto: il partito di noi casalinghe e casalingui che meritiamo fin da subito uno stipendio bello grosso.</div>
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</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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<div dir="auto"><em>Nelle foto: il lavandino sistemato e i panni stesi</em></div>
<div dir="auto">&nbsp;</div>
<div dir="auto"><a class="cbox cbox" href="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-175286 aligncenter" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni.jpg" alt="" width="970" height="726" srcset="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni.jpg 970w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-300x225.jpg 300w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-768x575.jpg 768w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-200x150.jpg 200w, https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/02/panni-500x375.jpg 500w" sizes="(max-width: 970px) 100vw, 970px" /></a></div>
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		<title>Sulla guerra di nervi che si fa al bar per leggere i giornali</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 18:28:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Iniziando a lavorare intorno alle 11 e 35 circa, non perché sono un fannullone, semplicemente perché faccio il giornalista sportivo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/01/raspadori.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">Iniziando a lavorare intorno alle 11 e 35 circa, non perché sono un fannullone, semplicemente perché faccio il giornalista sportivo e le partite sono quasi tutte pressoché di sera, la mattina faccio il pensionato. Mi alzo alle nove e mummietto in bagno quell’oretta, leggendo le indicazioni dei detersivi, che da sempre mi stimolano un sacco. Appena mi s’informicolano le gambe, mi alzo dalla tazza con estrema fatica, scendo dalla tana e vado al bar di fronte a casa mia, l’Anymore, a prendermi il mio caffè doppio d’ordinanza, condizione necessaria e sufficiente per affrontare la vita con rinnovato entusiasmo. Il locale mi piace assai, intanto perché è caldo e carino e i baristi sono gentili, poi, soprattutto, perché compera tre giornali, sostanzialmente i miei preferiti, che elenco poco sotto in ordine d’ammore. C’è la Gazza, semplicemente imprescindibile, c’è L’Eco, super onesto, gli alpini, le camminate, gli auguri alle mamme, i morti del giorno e il resto che mi è sfuggito stando a cazzo in redazione, e c’è Il Corriere.</div>
<div dir="auto">E qui si apre il dibattito, prima però una lunga e doverosa precisazione per chi fa la colazione a casa e non conosce certe dinamiche, una sorta di partita a scacchi, che sovente sfocia in una vera e propria guerra di nervi, tra noi lettori a scrocco. All’Anymore la Rosea è inarrivabile, perennemente occupata da un groppuscolo di arzilli ottantenni, erano cinque, ora sono quattro, appassionati di calcio. Leggono e chiacchierano, dividendosi tra giochisti e risultatisti, dando vita a duelli dialettici di un certo livello, in stile Top Calcio di Antennatre, ma in modo più pacato, direi quasi a rallenty. Non mi hanno mai messo le mani addosso, ma so che in questi mesi hanno raccolto diverse informazioni su di me, il nemico, l’altro, quello che vorrebbe portargli via la Gazzetta e tenersela per sé. Conoscono la mia passione per il pallone, legato a due amori, il Milan, di cui mi sono innamorato da piccino, e l’Atalanta, che seguo anche per lavoro. Spesso mi vedono entrare e tornano immediatamente a pagina due in un battibaleno, merito di una leccatina fulminea dell’indice da parte di quello che sta a capotavolino, probabilmente il leader, di fatto beffandomi, facendomi capire con le buone che non me la mollano perché l’hanno appena recuperata dal bancone. Mi mentono, ma sono scaltri, ogni tanto gli faccio gli occhioni, ma non si fanno commuovere. L’Eco, invece, detto alla bergamasca Il L’Eco, quasi uno scioglilingua, è il passatempo delle signore, donne a modino che una guardatina me la fanno dare a patto che io la faccia di corsa, giusto un quarto d’ora, insomma i titoli e le didascalie.</div>
<div dir="auto">Resta il Corriere, sempre libero, spesso intonso, e c’è un perché: con tutti questi cattivissimissimi nel mondo è una lettura che ad oggi mette una discreta ansia, pagine e pagine che tolgono d’un colpo la voglia di vivere e fanno venire addosso una strizza bestiale. Non me ne vogliano i colleghi, che fanno il loro lavoro, spesso molto bene, ma capisco i vecchietti dal cuore debole che preferiscono non sapere l’ultima guerra che farà Trump, l’ennesima esecuzione di una persona brava e per bene da parte delle sue squadracce della morte, i nazisti dell’Illinois, adesso in giro per il Minnesota, presto in Lombardia, il sostegno all’amico suo più caro, il perfido che massacra ogni palestinese ancora in vita, il tutto con l’appoggio incondizionato della nostra premier e dei suoi sodali, che al vecchio gangster americano vorrebbero addirittura dare il Nobel per la Pace. Brividi. Di paura. L’unica è partire dalla fine del Corsera e fermarsi lì, allo sport, visto che in Italia abbiamo un sacco di campioni che, per fortuna, paiono tutti molto buoni, super carini, vedi la nuova coppia gol atalantina, Scamacca-Raspadori, come da foto del nostro Alby Mariani.</div>
</div>
<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>Gautieri: &#8220;La Nazionale? Il problema è che non si gioca più in strada. L&#8217;Atalanta dei Percassi e i tifosi nerazzurri sono il top in Italia&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 19:14:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Così è per me il Gaucho, al secolo Carmine Gautieri, classe 1970, un vecchio amico. Parte da Napoli tre volte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2026/01/belli.jpg"><div dir="auto">
<div dir="auto">Così è per me il Gaucho, al secolo Carmine Gautieri, classe 1970, un vecchio amico. Parte da Napoli tre volte l’anno e viene a trovarmi, mi fa ridere, perché il ragazzo è uno di quelli da passarci i giorni a cena, dal tramonto all’alba, ma pure mi dà da pensare, perché è parecchio intelligente, spesso addirittura illuminato. Il nostro legame lo racconta benissimo quest’ultima settimana: il già citato Carmine e poi Gigi, al secolo Luigi Foppa, insieme, identici a due fratelli, a mangiare dalla Giuliana, la Giuly bella, che è casa nostra, da sempre di tutti e tre. Mi chiamano intorno all’una e trentacinque circa mentre sono incasinato tra il lavoro, appunto il Bergamo &amp; Sport, il giornalone di cui sono il direttore, e i miei due figli, Vinicio e Zeno, diciannove e diciassette anni, meravigliosi complici, i miei Qui e Quo quando io divento Qua. <em>“Dai, Matte, arriva, non ci sono storie…”, “Gaucho, non ce la fo, domani”, “piantala, io e il Gigi ti aspettiamo…”.</em> Ed eccomi, al tavolo, ad inventarmi scuse per la redazione, coinvolgendo i miei ragazzotti, Vin e Ze, nelle mie avventure intorno al fubal, appunto Carmine e Gigi, almeno una giornata necessaria e sufficiente per ascoltarne i mirabili pensieri.</div>
<div dir="auto">Intanto Gautieri, per chi è più giovane di noialtri, è stato uno dalla classe da vendere, con la cannella da fuori e i dribbling, tanti tanti, ad ammattire il diretto avversario. La carriera: l’Atalanta in mezzo alla Roma, e che Roma, e poi, per il cuore, il Napoli, quello orfano di Diego, in cerca di un santo del dio pallone ad ogni sessione di mercato. A Bergamo dal 2002 al 2005, eroe di una promozione, giocatore meraviglioso, di lotta, di golassi e di governo, ma come uomo ancora di più, un aiuto nello spogliatoio di allora per me che dalla cronaca nera ero passato allo sport, senza saperne, quindi per lo più a tentoni. Carmine il mio mentore, ogni telefonata una notizia, perché a trent’anni era già un allenatore, a immaginarsi schemi, a pensare a un calcio bello bellissimo, con le sgroppate, la superiorità numerica e tutto il resto dell&#8217;ormai famoso repertorio giochista.</div>
<div dir="auto">Potrei fare un libretto, ma al momento è solo un articoletto, così ecco a voi le sue parole, rubate nel nostro giorno insieme, un mercoledì di metà gennaio a BiGì, una giornata di tantissimo e di niente, profonda e leggerissima, come è l’uomo, il Gaucho, e l’ho già detto, uno super, ma pure pop popular, un gigante del nostro pallone che non se la tira nonostante sia stato l’uomo mercato di un quinquennio in Serie A.<em> “Sai, Matte, la Nazionale che fa una fatica bestiale? Io un’idea ce l’ho, il problema non sono né Spalletti né Gattuso, ma che noi, la generazione che ha vinto il Mondiale del 2006, da popetti giocavamo ore e ore, fino allo sfinimento. Mi hanno pescato in questo modo, per strada, un osservatore… Ora i bimbetti fanno altro, hanno i telefoni e la play, e poi i cortili non ci sono manco più per via delle troppe macchine, una addosso all&#8217;altra. Il calcio è una cosa semplice, come mille altri lavori, più ci sei dentro, più ne impari i segreti, le giocate… E i colpi ti vengono da soli”.</em></div>
<div dir="auto">Pare di sentire Lamarck, il biologo che ha ispirato quel geniaccio di Darwin, parafrasandolo, “l’uso perfeziona il piede, il disuso lo atrofizza…”. <em>“Ho giocato in una Serie A dove nel mio ruolo c’erano giocatori semplicemente mostruosi, Totti, Baggio, Del Piero, Doni, solo per citarne quattro di quindici… Perché non ne nascono più? Il motivo è quello, i bambini giocano poco e con troppi schemi, spesso obbligati da genitori che vogliono il campione, non il loro divertimento. Non sono liberi…”.</em></div>
<div dir="auto">Altri pensieri, ovviamente l’Atalanta, che il Gaucho ha nel cuore…<em> “Penso che la famiglia Percassi abbia creato qualcosa di unico grazie a un’intelligenza e a una lungimiranza non comuni. Con loro la Dea è diventata una società top sia in Italia che in Europa, la riprova è la scelta di mercato fatta proprio ora da Raspadori. Campano come me, Palladino mi piace, è la scelta giusta, un uomo di cuore, pronto a fare i salti mortali per la causa, perfetto sia nel far lavorare i big, molto, ma senza eccessive pressioni, che, credetemi, a volte pesano come macigni, che nel far crescere i giovani d’oro sapientemente cresciuti a Zingonia. Credo che i nerazzurri diranno la loro fino alla fine in tutte le tre competizioni in cui sono impegnati. Faccio i complimenti a Luca Percassi per come ha fatto ripartire il mondo Atalanta dopo il doloroso addio del Gasp…”.</em></div>
<div dir="auto">A margine, ma mica tanto, parole al miele sui tifosi…<em> “A Bergamo il pubblico è avanti, ti permette di lavorare e questo anche quando giocavo io nell’Atalanta. Ricordo un confronto con il Bocia dopo un nostro periodo terribile, quanto era riuscito a caricarci con la sua incredibile e incrollabile fede”.</em></div>
<div dir="auto">Gli affetti, <em>“il Gigi Foppa, un amico sincero, una persona dal cuore d’oro, tanto anche voi di Bergamo &amp; Sport, poi, ovviamente, tutti i miei compagni di quell’Atalanta mai doma, Ivan Ruggeri e la sua famiglia, veri e propri signori che hanno messo le basi per lo straordinario exploit fatto poi dai Percassi, quindi la Giuliana, che è unica”.</em></div>
<div dir="auto">In ultimo, non certo per importanza, quello che al Gaucho non va giù del calcio due punto zero,<em> “troppi direttori sportivi che fanno anche i procuratori e così i veri valori non emergono, spesso quelli bravi non hanno la spinta giusta e se ne stanno in panchina. Servirebbe la separazione delle carriere…”.</em></div>
<div dir="auto">Ottimo allenatore, ma fermo, perché?<em> “Matte, finché non mi propongono un progetto serio, me ne sto a casa. Seguo i concerti di uno dei miei amici più cari, Gigi D’Alessio, un uomo semplicemente straordinario, o parto verso Bergamo per venire a trovare te, il mio Gigi e la Giuliana. E poi vado a vedermi l’Atalanta, che da quindici anni è il meglio che c’è”.</em></div>
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<div dir="auto"><strong>Matteo Bonfanti</strong></div>
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		<title>Sui social tante persone odiose, ma altrettante super carine. La storia di un tortellino</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 15:11:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il blog di Matteo Bonfanti]]></category>
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					<description><![CDATA[Che è pur vero che sui social ci sono persone perennemente arrabbiate, in grado di intristirmi duro in un solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2025/12/tortellini.jpg"><p>Che è pur vero che sui social ci sono persone perennemente arrabbiate, in grado di intristirmi duro in un solo colpo con i loro commenti acidi e odiosi, ma, in egual misura, c’è pure gente dal cuore grande, che magari dal vivo non ho visto mai, ma con cui nel tempo sono diventato amico nel vero senso della parola, volendoci bene e sostenendoci negli urti della vita, in quella distanza della rete che a volte porta a una vicinanza vicinissima libera e sognante. Tra queste anime belle c’è la Sigo, Silvia Sigorini, una ragazza di Provaglio d’Iseo, con cui ogni tanto mi scrivo, confrontandoci, va detto allegramente, sui principali temi delle rispettive esistenze, l’amore, i figlioli, i padri, le madri, i nonni, la sinistra e la destra, i progetti e il lavoro, il sonno, la fatica, la fame e la sete. Ecco, oggi in redazione è arrivato un pacchetto piccino picciò della Sigo, una scatolina che ho subito aperto, dentro c’erano un biglietto giallo, “Per Vale, spesso i tortellini sono una cura. Buona guarigione”, e un portachiavi di cuoio, appunto a forma di tortellino. Che dire di un gesto così? Sicuramente il titolo di un vecchio film, al cinema nel 1946, “La vita è meravigliosa”, e altre due cosine. Innanzitutto che non ricordo un dono tanto azzeccato fatto a mia madre, che si gioca il primato di tortellinaia migliore della cucina italiana con mia nonna, la Pina, che però in questo momento è fuoriclassifica perché due anni fa è passata nella cucina del Paradiso, a far da mangiare divinamente al Bambin Gesù, alla Madonna, a San Pietro e al Santo Padre. Poi che domani all’ospedale darò il regalino della Sigo alla mia mami che starà ancora meglio di ieri perché il bene si passa, col pensiero o di mano in mano, mentre il male, invece, resta lì.<br />
<strong>Matteo Bonfanti</strong></p>
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		<title>Perché la famiglia nel bosco non mi piace (per via che la scuola è fondamentale)</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 01:34:48 +0000</pubDate>
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<div dir="auto">Sono figlio di una professoressa, la Campagni, e di un maestro, il maestromarco (tutto attaccato per chi è di Lecco e dintorni), due che alla scuola hanno dato gran parte della vita, viaggi e miraggi, sogni e soldi, risorse, ore e ore, pomeriggi infiniti, consigli di classe e d’istituto, spesso notti di pensieri, portandosi ogni cosa a casa, persino i bambini e i ragazzi, ma non è questo che mi fa scrivere queste poche righe bagnate dalla brina d&#8217;inizio dicembre a Bergamo.</div>
<div dir="auto">Io la famiglia nel bosco l’ho conosciuta, da principio come un esempio per tutti noi, gente nata in quella striscia infinitesimale che sta tra il lago e la montagna, che corre per prendere i grilli, per avere tra le mani le lucciole, che nuota nella corrente tracciata dagli agoni e le alborelle. Poi l&#8217;abbiamo vista sgretolarsi, piano piano, fino a dissolversi dentro a una tragedia che ancora oggi a pensarci ci fa male al cuore, quella di Ivan “Magoo” Sirtori, psicologo e musicista, i cui resti sono stati trovati sul Monte San Genesio appena due anni fa. Quale l’errore ora e allora? La scuola. Farla a casa.</div>
<div dir="auto">Il giornalista che sono, lo scrittore che mi dicono di essere, il cantautore che mi è piaciuto immaginarmi da giovane, il sorriso che ho, la leggerezza del mio sguardo, cinque dei miei dieci amici più cari, l’amore che mi ha reso grande, forte e controvento, i libri che ho letto, i dischi che ho ascoltato, mille e passa baci che ho dato, le botte che ho preso, sono racchiusi in quel viaggio unico, periglioso e meraviglioso che è la scuola ad ogni suo livello, dal nido all’università. Non la mia istruzione, non solo, ma quel trovarsi alle otto in un gruppo eterogeneo, libero e complesso a fare e a disfare, a inventare, a scoprire, a menarsela, ad annoiarsi o a esaltarsi, scoprendosi tutti uguali, reiventandosi di continuo nelle medesime miserie, dividendole tra di noi, nei progetti irrealizzabili, nelle scoperte incredibili, coi docenti, che in Italia sono tanta roba, più spesso coi propri compagni, compagni di viaggio, insomma in tanti, cento teste col mattino che ha l&#8217;oro in bocca (non sempre, va detto, non sempre per me che sono un gufo).</div>
<div dir="auto">Al netto che ogni scelta di vita è lecita, se non nuoce ad altre persone, a me la famiglia nel bosco non piace perché ha genitori drammaticamente concentrati su sé stessi, che evitano di mandare a scuola i propri figli, di fatto manipolandoli, magari senza volerlo, comunque evitandogli il confronto con chi vive esperienze e conoscenze diverse, sbarrandogli la sola via che conosco alla cultura e all’integrazione. La scuola. La cultura. L’integrazione. La scuola è cultura e integrazione. E forse è proprio per questo che la famiglia nel bosco piace a chi oggi ci comanda (e che evita di raccontarci della perdita del potere d&#8217;acquisto degli italiani, il venti per cento in meno da quando stanno loro lì al governo).</div>
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