Finito il calcio a Orioland, ieri notte mi ha preso la sindrome del gufo. Occhi sbarrati e tutto il resto: la fame, la sete, la voglia di camminare e quella di vedere almeno un paio di facce bergamasche notturne come me. Sono sceso al volo e una dozzina di secondi dopo ero per strada. Visto che sto facendo il mio solito tentativo salutista post vacanze, ho preso l’accendino e una sola sigaretta, lasciando il pacchetto a casa per non avere la tentazione di fumarne una dietro l’altra. Un quarto d’ora e intorno all’una e trentacinque circa ero in centro, con l’obiettivo di bermi una pinta al Ritual, un pub che mi piace un sacco perché chiude alle due e c’è sempre qualcuno che tenta di far due parole con le giovani turiste nordiche blaterando incomprensibili frasi anglo-orobiche.
Quasi lì, in via Angelo Maj, ho incontrato due ragazzini. Erano piccoli, forse dodicenni, forse addirittura meno, erano in bicicletta, erano belli e mingherlini, entrambi neri neri. Vedendomi con la sigaretta in bocca, uno dei due mi si è avvicinato e me ne ha chiesta una. Gli ho detto “Non ce l’ho, ho questa”, evitando di raccontargli il motivo. Una ruota dietro di lui, l’altro, il capo della coppia, minaccioso, “oh, coglione, hai sentito? Devi darci le sigarette”, e io, da padre, gentilissimo e su un altro livello, “sto cercando di limitarmi con questo brutto vizio, ti ripeto quel che ho detto al tuo amico, non ne ho altre, non le porto in giro”. In quel momento l’adolescentino si è arrabbiato e ha iniziato a insultarmi pesantemente, “sei uno stronzo bastardo, hai il pacchetto nei pantaloni”, confondendo l’oggetto della sua richiesta col mio portafoglio. Pareva un leoncino. Era tragicomico. Sperando di placarlo, mi sono messo in versione nonno dolcissimo e gli ho consigliato di non dire le parolacce, che sono brutte e a dirne troppe si finisce all’inferno. Forse ci ha pensato su e mi ha gridato in faccia “tirchione di merda”, molto meglio dello “stronzo bastardo” di qualche attimo prima. Tirchio è infatti una parola più tranquilla, che uso anch’io, direi persino di un discreto livello.
Poi se ne sono andati, lasciandomi nella totale preoccupazione. Io sono grosso, gioco a pallone da una vita, sono abbastanza muscoloso, il triplo del ragazzetto incazzato. Lui di me non ha avuto alcuna paura. Mi provocava. Avesse trovato un altro, dei tanti che s’incazzano facile, cosa gli sarebbe accaduto? E poi la foga da tabagista incallito, che non ho manco io col mio pacco di sigarette al giorno, quante ne fuma mentre sta crescendo? E più di tutto la notte per due bambini, non a casa, magari sotto le coperte, ma lungo una via parallela alla stazione.
Tralasciando di ricordare che a Bergamo le risse tra giovani sono ormai all’ordine del giorno, questo episodio mi ha fatto riflettere, fermare e pensare. Dove abbiamo fallito se due ragazzetti si mettono così in pericolo? Che cosa possiamo fare per trasformare tutto questo odio che hanno dentro in qualcosa di positivo per la loro vita?
Matteo Bonfanti
La foto è tratta dalla rissa al luna park di Bergamo, accaduta pochi giorni fa