O la smetto di pensare ai bambini poveri dell’Africa nera che intorno a metà degli anni Ottanta non mangiavano oppure finisce che divento definitivamente il fratello scemo di Giuliano Ferrara, senza il suo cervello, ma solo con quell’abbondanza di panza. Mi trasformo definitivamente e la smetto col pallone perché non riesco più a muovermi, quindi non mi immedesimo più coi miei lettori che sono per la gran parte calciatori e perdo il lavoro che mi piace tanto. Allora mi propongo al Foglio, ma non conosco un beato cazzo della politica che ci sta addosso, dico qui, in Italia (e va detto che manco so se Draghi sia il premier o il presidente della Repubblica o tutti e due), così Veronica, Massimo e Claudio mi fanno un quiz su Matteo Renzi, mi chiedono come si chiama il nuovo partito, io sbaglio i tre tentativi che ho a disposizione, loro mi schifano e finisco sotto i ponti. Ed è finita, coi miei figli, Vinicio e Zeno, che soffrono, crepano di fame, smettono di studiare, spacciano e si drogano, un casino, perché io so solo scrivere, altro non so fare.
Ho quel problema lì, gli africani che non mangiano, quella frase di mia mamma, quando ero bimbino: “Matteo, finisci il riso coi piselli… Che nel Congo ci sono dei popini che il tuo piatto se lo sognano e dovresti vergognarti se non ti pappi tutto”. E a dicembre è un casino perché sono a tavola con centinaia e centinaia di persone, per lavoro e per piacere, quasi sempre a Bergamo (dalla Giuliana d’Ambrosio), a Bologna (da mia nonna) o a Lecco (da mia mamma, da mio babbo o da mia sorella), posti dove si magna un sacco, tipo piatti di casoncelli giganti, polenta a gogo, sette conigli in un piatto, lasagne che sono più besciamella che lasagne, tortellini al chilo, pasta al tonno e alle acciughe per un esercito, strozzapreti da strozzarmi finendomi sul divano a vedere Don Matteo con l’occhio destro chiuso perché appesantito, bolliti in serie su un carrello che pare il muletto di un’azienda della Valle Imagna che costruisce degli ascensori tra i migliori in Italia, casseoula rasa di poveri maiali, polpettine che affogano nel sugo nell’ordine superiore alle cento e pizzoccheri al burro fritto, preparati nel radiatore di una vecchia Citroen, la famosa Squalo che tanto amo perché ha lo stesso carattere celeste della mia Pandona Aranciona a Metano.
Sono sempre a tavola e un ulteriore problema è che qualcuno avanza sempre qualcosa. E a me torna in mente la vicenda dei piccoli neri, mi sento in colpa, prendo il piatto di chi è con me, lo finisco, faccio la scarpetta e ingrasso millesettecentosette calorie che non è che sono un’inezia, sono un botto di roba nella panza, che ieri con Vinicio e Zeno eravamo a fare i cretini su un tapis roulant e in mezz’ora a correre ne ho perse diciotto.
Quindi, forse, sono l’unico nel bel Paese che sogna che le feste finiscano presto, tipo già domani, per non passare i cento chili, con la disgrazia che comporta in termini economici. E adesso vado da mia mamma, la Valeria, che abbiamo l’ennesima cena di famiglia, da italica ha preparato qualcosa di leggerino, quattro milioni di tagliatelle al ragù, centocinquemila tortellini, altrettanti tortelloni, ottantaquattro cotolette alla milanese con nove chili di maionese intorno e un campo di patate già nel mega friggitore che sta nella sua cucina. E io dovrò finire tutto. Del resto in Africa ci sono i bambini che non magnano e lasciare lì è un vero peccato.
Matteo Bonfanti
Nella foto: in redazione, a magnare la maionese ora in scadenza, lasciata l’altro giorno dal mio collega Marco