La domenica finisco al lunedì mattina, più o meno alle quattro. O meglio, all’una e mezza, ma poi mi rilasso un’ora cazzeggiando su Facebook e bevendomi un paio di Tennentsine che però mi aprono a dismisura lo stomaco, sicché magno un sacco di merendine chimiche del distributore. Finite, torno a casa e mi metto a cucinare. Zeppo di carboidrati, mi stendo sul divano e guardo un film vecchio della Fox o una serie crime su Netflix. Concluse tutte queste operazioni, spesso terrorizzato a morte dal serial killer di turno, capita che guardi l’orologio scoprendo che siano giunte ormai le sette, giusto una mezzoretta prima che i miei figli partano per la scuola. Così quasi sempre, così anche lunedì, il 7 novembre, primo dei due giorni del corso di formazione per responsabili del servizio di prevenzione e di protezione, più semplicemente RSPP, sigla che a me, ignoro il perché, mi fa venire in mente il famigerato KGB mettendomi addosso una strizza bestiale.
Inizio il racconto dei fatti realmente accaduti. Sono le otto e quarantacinque e io sono lì, beato nel sonno dei giusti, sognando una ex collega in topless con in bocca una mela e tra le mani un serpente bello grosso e con la testa a punta, ma buono, forse perché sotto l’effetto di narcotici, quando la voce della sicurezza aziendale risuona dentro di me. Mi dice: “Svegliati, Matteo, e accendi il pc per collegarti da remoto alla Prelab di Calcinate, c’è un’azienda, la tua, da mettere in sicurezza contro eventuali incendi e/o fughe di gas”. All’inizio è leggera e soffusa e io riesco tranquillamente a ignorarla e a vedermi altre due scene della sexy giornalista nell’Eden orobico, un posto simile a quel giardino fighissimo che sta appena sotto le mura di Città Alta. Un minuto dopo diventa fortissimo. Cedo e apro gli occhi.
Cerco il computer, lo trovo, nell’esaltazione di aver centrato il primo step faccio il dito medio al gatto, che mi guarda e parte all’attacco attaccandosi ai miei piedi con le sue unghiette assassine. Mi divincolo, in vestaglietta metto le scarpe. Altro gestaccio all’animale e mi metto comodino sul divano ad ascoltare la lezione. Parla un giovane avvocato molto carino, toscano, anche bravo, in gamba. Resisto un quarto d’ora, al racconto di quanto accaduto alla Thyssenkrupp mi addormento, ignorando che i presenti mi stanno vedendo sul maxi schermo che c’è al terzo piano della palazzina Prelab. Disturbo perché russo. Sogno, questa volta l’avvocato, seminudo come la cronista, mentre cavalca un unicorno alato chiacchierando amabilmente di estintori a schiuma.
Passano un paio d’ore, mi sveglio nel momento in cui Gesù sta sposando l’avvocato già citato e la giornalista di cui sopra. Mi faccio il caffè, mi bevo l’intera moca e mi sale l’ansia nel petto. Di là si parla di rave, non in modo positivo, evito di dire la mia visto che sono già il peggiore dei quattro studenti che stanno seguendo il corso, in ordine una parrucchiera, un’ottica e un uomo che mi fisso che faccia il falegname, ma che potrebbe tranquillamente battere il ferro o portare in giro degli shampoo.
Non sto a farla tanto lunga, dico solo le azioni salienti, alle 14 e 30, nel momento della mia massima attenzione, arrivano i miei figli, Vinicio e Zeno, affamati. Gli do dei soldi per andare a magnarsi un hamburgherone a zonzo, se li tengono, ma mi chiedono di mettermi ai fornelli. Cucino gli gnocchi che trovo miracolosamente in frigor. Intanto ascolto l’avvocato. Ze ha voglia di fare due parole sul Milan, non lo cago, lui pensa che non gli risponda per via che da un po’ sono sordo e si mette a gridare. Alla Prelab sentono tutto.
Alle 16 il mio ragazzo va in camera sua per giocare a Fifa, io, soddisfatto, penso che ho finalmente le carte in regola per concentrarmi e diventare un onesto RSPP. Mi sbaglio perché, per caso, mi cade l’occhio sul cellulare e noto che è una giungla di richieste a cui non posso non rispondere perché le domande sono fatte da sei inserzionisti, cioè chi ci fa ogni volta la pubblicità, sostanzialmente pagandoci gli stipendi. Chatto, va detto con moderazione, ma mi parte il tempo di una partita di calcio, comprensiva di recupero.
E arrivo alle 17 e 51, nove minuti prima che finisca il primo giorno di corso. L’aitante avvocato sta salutando i partecipanti. Nonostante la mancanza di interazione tra me e lui, mi fa un cenno dimostrandosi un uomo buono, comprensivo, oltre che bellissimo. E si congeda con una frase da scolpire in tutti i cuori dei lavoratori: “Comunque, se avvertite che c’è un pericolo in azienda, non fate gli eroi. Chiamate il 112”. E io, all’improvviso, sono felice, allargo le braccia e mi sento leggero e sicuro, pronto per essere un validissimo RSPP, che tre numeri sul telefonino li so fare anche bene, addirittura con una certa eleganza.
Matteo Bonfanti