Lei, Marina, che mi ha chiesto l’amicizia qui su feisbuc e ha un profilo sostanzialmente pieno di fiori, di Gesù, di croci e di cuori, “piacere, Matteo, posso chiederti una cosa?”. Io, che sto scrivendo di Cesare Cremonini e degli esordienti del Csi a sette del Real Borgogna, nel relaz giornalistico cultural sportivo, “dimmi pure…”. Lei, che da lì in poi diventerà la mia personale stolker cattolica, “sei credente?”, passando poi al particolare, “pensi che Gesù possa salvarci?”. Io, che ho comunque studiato quel minimo, soprattutto Benedetto Croce, il libro in cui dice che in Italia nessuno può non definirsi cattolico, pur, che nella pratica, a onor del vero e sia detto per inciso, sono sempre stato sulla linea del babbo mio, Marco, quello che “ragazzo, ricordati che è meglio perder messa che andare a dottrina” e che per questo in chiesa non ci vado mai, manco ai funerali dei soci, insomma messo così, “sì, Marina, forse sono cristiano”.
Quanto mai. Da lì se sono collegato, e non è che lo sia spesso, non sono un cellulomane seriale, i social li uso per lavoro e me la menano tutti per la lentezza delle mie risposte, ma comunque sono il direttore di un giornale e ci provo a restare on line, lei, Marina, quella che ama i fiori, Gesù, le croci e i cuori, inizia a triturarmi su Dio, la Madonna, l’omo suo, dico di Maria, non di Marina, Giuseppe, il falegname, gli apostoli e quegli altri là che vivevano un paio di millenni fa nelle comunità post socratiche in quell’area che adesso è un po’ l’Iran-Iraq. All’inizio Marina se ne stava sul vago e la apprezzavo, le rispondevo in pausa, all’albero della sigaretta o nell’elegante e intimo cesso redazionale. Mi chiedeva: “Tu senti di aspettare il ritorno di Gesù per portarci la vera pace e salvarci da questo caos?”, perennemente con mille emoticon, e io, onesto, pur nel panico perché allarmato da un imminente catastrofe sopra alle laboriose popolazioni di Lecco e Bergamo, “più gli ufo”. E lei, in evidente difficoltà, buttandola sullo scherzo, comunque leccandomi ogni volta il culo, “che simpatico che sei, un umorista”. Fino al momento di rottura, al suo ennesimo quesito con la lunghissima premessa, “a volte sembra un pensiero lontano, ma guardando intorno a noi, tra le difficoltà e i cambiamenti, sento che il Signore è vicino. Tu come vivi questo aspetto? Senti che c’è bisogno di un intervento divino in questo mondo così complicato?”, io, fermo sulla mia linea, severo, ma giusto, “non di Gesù, ma degli extraterrestri. Hai presente ET, quello del film? Era buonissimo, tale e quale a Jesus, ma in più si illuminava tutto. Voto lui per via del corpo fosforescente”.
Ho smesso di risponderle, lei, Marina, non molla mai, mi invita a messe, catechesi, scuole della parola, in presenza o in smart, dieci, venti, trenta volte al giorno. E non ce l’ho con lei, ma faccio ghosting perché devo lavorare. Resta che da quando l’ho conosciuta, ho in testa un pensiero fisso, una domanda, se per salvarci tutti da un imminente disastro nucleare, da Trump, da Netanyahu, dal carovita, dall’inflazione, dalla Minetti e da Vannacci, sia meglio l’intervento di Gesù, ubriacandoci, perché il figlio di Dio qui da noi è diventato famoso perché moltiplicava il vino, o quello di ET, che si colorava quando diceva “telefono, casa”, oppure quello estremo, dei Visitors che i cattivi se li magnavano trasformandosi al volo da fighe pazzesche a velociraptors senza pietà. Riflettendo se dire a Marina di piantarla coi messaggi, probabilmente perché mi vede che somiglio esteticamente a Jesus, in questa foto, ad esempio, nell’episodio che cammina sulle acque. Rivelandogli che non sono lui, ma un marziano metropolitano fiero di esserlo.
Matteo Bonfanti
Nella foto: recentemente a Calambrone, in Toscana