Come all’inizio di un film su Netflix, oggi alle undici e trentasei al Bar Fortuna, in via Angelo Maj, “un pacchetto di Marlboro Gold e un caffè doppio”, “noveeventi”, “noveeventi, pago col Bancomat”. In sottofondo Nada, “basterebbe una carezza per un cuore di ragazza, forse allora sì che t’amerei”. Per la terza volta in due giorni vengono a coccolarmi centinaia di vecchie immagini nuove, ricordi, canzoni e parole da quel cassetto del mio cuore che era un sacco che non mi capitava di aprire più.
“Cos’è la vita senza l’amore, è solo un albero che foglie non ha più”, la ragazza dietro al banco canta a bassavoce, è giovane e sorride. La guardo, mi guarda. “E s’alza il vento, un vento freddo, come le foglie le speranze butta giù, ma questa vita cos’è se manchi tu…”, uguale a una macchina del tempo, inizio della stagione calcistica 1987-88, sono lì, sono un bambino, io e mia sorella Chiara aspettiamo l’arrivo di mio zio Franco, dei suoi due figli, Nicola e Bitti, e di mio papà, Marco, l’addetto alla colonna sonora delle nostre trasferte a San Siro. Sulla Ritmo il mangianastri pare un’astronave. È mattina, ma siamo in ritardo, poi Bitti non ha il biglietto e dobbiamo trovare almeno un bagarino. “Metto Varie 43, la cassetta che ho fatto ieri…”, “c’è ma che freddo fa?”, “l’ho messa per te…”, “si vince?”, “si stravince, il pazzo di Fusignano è il nuovo mago del calcio italiano”, “posso stare in braccio che dietro siamo strettissimi?”, “vieni davanti, Matti…”.
Di nuovo oggi, ancora al bar Fortuna, sorseggio il mio caffè, “mi sento una farfalla che sui fiori non vola più, che non vola più, che non vola più”, mi vibra il cellulare. Guardo whatsapp, in redazione ho almeno dieci cose da fare, i colleghi me lo fanno presente, dolcemente. Passo su facebook: è morto il Kaiser Franck. Torno di là, metà del secondo tempo, all’alba dell’undicesimo scudetto, “c’è solo un Franco Baresi, Franco Baresi…”, l’emozione è talmente forte che noi del secondo anello ci alziamo tutti in piedi. Mio babbo mi mette sulle spalle, ho mille brividi. Più di Gullit e di Van Basten, il nostro capitano, fonte di interminabili discussioni tra noi sei se fosse lui il più grande calciatore nella storia del Milan o Gianni Rivera, il golden boy.
“Mi son bruciata al fuoco del tuo grande amore che si è spento già, ma che freddo fa, ma che freddo fa…”, esco dal Bar Fortuna e Bergamo pare Dakar tanto l’aria è calda. Accendo la Panda, su Radio Italia passa “Scrivimi” di Nino Buonocore, altro super classico dei nostri tempi rossoneri. Penso a Baresi, mi accorgo nella gratitudine, penso a quanto sia strana la vita, a come riesca a farci trovare d’incanto momenti che parevano persi nelle pieghe del nostro ipotetico dovere di diventare grandi.
Arrivo in redazione. Mi chiudo in bagno. Cerco sul telefono l’intero testo di “Ma che freddo fa”. La canto d’un fiato. Commosso.
Matteo Bonfanti
Nella foto i cugini Bonfanti mercoledì sera ad Abbadia Lariana, da sinistra Laura, Nicola, Chiara, Massimo, Francesca, Bitti e Matteo, che poi sono io, meravigliosi bambini ai tempi di Franco Baresi


venerdì 31 Luglio 2026

