Sottilissima e leggera, proprio come ogni cosa bella, a me la vicenda della bambina rapita dall’uomo nero all’uscita dell’Esselunga di via Corridoni regala da giorni una manciata di speranza che, così, custodisco nelle pieghe dei miei mattini. Pregando che la bimbetta stia sempre meglio, perché a un anno e mezzo si è preziosi e fragili, da maneggiare con cura, uguali a certi meravigliosi bicchieri che da piccino mi guardavano dalla mensola di casa di mia nonna e bastava un niente per romperli, ci sono due pensieri che mi scaldano il cuore, entrambi che mi rendono orgoglioso della mia gente. Ho guardato e riguardato la scena che abbiamo visto tutti, gli ho dato una sbirciata anche oggi, concentrandomi sui movimenti di chi era presente. Ho letto quanto accaduto poco dopo, e le ricostruzioni dei colleghi concordano sul fatto che chiunque fosse lì si è gettato nella mischia per dare una mano. Identico a un episodio di “Ai confini della realtà”, le persone si sono fermate, bloccate. All’unisono hanno smesso di pensare a cosa dovessero comperare per cena, per i propri figli, per i nipoti a pranzo, e si sono buttate, a loro rischio e pericolo, nell’intento di salvare la piccina, una sconosciuta che non avevano visto mai.
Viviamo tempi cupi, di bambini uccisi al di là del mare, comandati da potenti privi di scrupoli, che ai loro amici glielo lasciano fare. Siamo spesso soli e nudi mentre qualcuno urla alla televisione oppure ci offende qui sui social o ci affronta per strada o a una partita di pallone, senza chi ci venga a salvare, “tra l’indifferenza generale”, la frase più letta sui nostri giornali.
Ecco sabato a Bergamo non è stato così. Di fronte all’uomo nero, che tanto ci terrorizzava da popetti, che ti prende e ti porta via dalla tua mamma, nessuno ha esitato a fare la propria parte, ricordandoci due poesie che cantavamo qualche anno fa, quella che siamo esseri umani, e quella, altrettanto importante, che ci racconta che ogni bambino è di tutti perché è il nostro futuro, il bene più importante.
Matteo Bonfanti