I trattati di etica sono molto belli ma anche molto onerosi con infiniti dotti richiami ai massimi esponenti del pensiero filosofico che costringerebbero a continui ripassi per chi ha fatto certi studi e a cimentarsi in una materia difficilotta per chi quegli studi non ha fatto. Il primo passo è intendersi sul significato delle parole. Che già è molto e non proprio facile per chi non mastica almeno un poco la questione. La prima difficoltà che incontriamo è il dualismo tra etica e morale. Lemmi che a volte sono usati come sinonimi e a volte invece con significati molto diversi. Non esiste uniformità di vedute, su questo, tra i vari autori che, spesso, usano le parole in modo del tutto personale attribuendo loro significati specifici ma lontani dall’uso comune. Questo è un fenomeno assai frequente in filosofia ma cercherò il più possibile di evitarlo. Così come cercherò di evitare un linguaggio squisitamente filosofico e fatalmente scoraggiante. Io personalmente prediligo la differenziazione dei termini e dei loro significati per motivi di chiarezza comunicativa ed esigenze concettuali.

Il termine ETICA fu introdotto da Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.) che indicava con questo termine ogni dottrina che intende definire il vero bene, i mezzi per conseguirlo e i criteri per giudicarlo. Potremmo pensare la stessa cosa per il termine morale, e invero non sbaglieremmo affatto, poiché etica e morale fanno, in fondo, la stessa cosa ma su due piani diversi; di qui l’uso indifferente dei due lemmi ma posto che i piani sono diversi è bene, diversificare anche i sostantivi proprio per non generare confusioni di piani, di concetti, e di valori.

I due piani cui mi riferisco sono gerarchicamente caratterizzati essendo uno superiore all’altro, il primo, l’etica,  universale ed assoluto; il secondo, la morale,  particolare e relativo. Tanto per capirci potremmo dire che ci sono le norme della società in cui viviamo che sono condizionate da usi costumi e tempi storici e ci sono norme di carattere superiore che hanno validità oltre usi costumi ed epoche; le prime appartengono alla morale, le seconde appartengono all’etica. Un esempio banalissimo è l’omicidio considerato legale in guerra e criminoso in pace e la superiorità della norma etica, che prescrive di non uccidere, sulla norma morale, che prescrive di uccidere in quella particolare condizione, è sancita dal riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Concedere una deroga alla morale militare significa riconoscere l’esistenza ed il valore superiore di un’etica universale. Dunque:

ETICA= regola il comportamento umano in base a imperativi categorici assoluti

MORALE è l’insieme dei principi generali, le norme, i doveri relativi alla società ed al periodo storico in cui viviamo e a cui ci assoggettiamo.

Il tema interessante è l’etica, essendo la morale rigidamente normata, per noi medici come per altre categorie professionali, e strettamente codificata nel codice deontologico che, di fatto, viene aggiornato di tempo in tempo in omaggio a scoperte scientifiche o al cambiare di norme ad esso superiori (leggi).

Ora vediamo quali sono i mezzi che ci consentono di perseguire un atteggiamento etico.

LE FACOLTÀ UMANE PREPOSTE ALL’ETICA sono essenzialmente due:

1) La capacità di distinguere il bene dal male. Essa si avvale di alcune funzioni la cui conoscenza do per scontata: la ragione, l’ispirazione, l’intuizione e la coscienza

2) La capacità di attualizzare un comportamento etico. Questa richiede, ovviamente l’impiego della: volontà, la quale sola ci consente di aderire all’imperativo ed attuarlo nonostante costi indiscutibili (fatica, sacrifici, svantaggi materiali ecc.)

Dunque i PARAMETRI che determinano un comportamento etico sono: Intenzione, mezzi, sforzo, volontà, coraggio.

Appare intuitivo il significato di sforzo, volontà e coraggio, mentre può essere utile spendere due parole sui mezzi e l’intenzione. Perché sia salvo il concetto di comportamento etico va da sé che i mezzi debbano essere quanto di meglio si possa avere per perseguire il fine, di qui l’obbligo di essere aggiornato, informato, e capace. Ma più ancora di avere coscienza dei propri limiti soprattutto in capacità e di qui l’obbligo etico di derivare il paziente a collega riconosciuto più capace. La consapevolezza di sé diventa, dunque, un mezzo dei mezzi, che richiede l’impiego degli altri determinanti. L’intenzione, infine, è il più delicato e personale dei parametri, essendo noto solo alla coscienza. E neanche sempre. Ciò che determina il valore etico di un medesimo piano terapeutico è la direzione dell’intenzione, che possiamo identificare in un vettoriale determinato dalla forza e dalla direzione: la forza sarà la tensione terapeutica tanto più forte quanto più disporremo di mezzi adeguati e la direzione sarà l’interesse del paziente. Se la direzione cambia e ruota di 180 gradi verso sé stessi, allora il valore terapeutico non cambierà ma il valore etico certamente sì. In altre parole se ciò che ci anima a curare i pazienti è un altruismo umanitario siamo etici e morali, se ciò che ci anima è invece l’interesse economico siamo morali ma non etici. L’intenzione, sul piano etico, fa la differenza.

Prof. Silvano U. Tramonte