Storia di uno juventino mancato che poi lo divenne davvero in età più matura: “Il dottor Brolis mi conobbe al Montebelluna, quando facevo ancora il falegname. Mi chiamò ‘mezz’ala di pollo’, del resto anche al Bassano Virtus dicevano che mi sarei dovuto fare il fisico a suon di bistecche. Dovevo andare alla Juve: niente da fare, ma ritrovai lui all’Atalanta. Poi ci andai davvero, ma a ventott’anni, dove giocai con un suo ragazzo, Gaetano Scirea. Il più grande”. Ricordi vividi e commozione, alla Casa del Giovane, quando Marino Magrin, quello che tirava la bomba, uno dei protagonisti più amati della Dea della risalita dalla serie C con Ottavio Bianchi e Nedo Sonetti.

Aneddoti per tutti e da tutti, nella tappa di presentazione de “I ragazzi del dottor Brolis. Storie di un calcio che non finirà”, autori Marco Carobbio e la figlia del dottore, la storica Maria Teresa Brolis, per Equa Edizioni. In primis dalla vedova del grande Gai, indimenticabile non solo in bianconero ma soprattutto al Mundial spagnolo dell’ottantadue dopo la gavetta atalantina in grande stile arrivando quattordicenne dalla Serenissima San Pio X di Cinisello Balsamo, spinto dal suo scopritore Gianni Crimella. “La cifra del ricordo di Gaetano, che sarà per sempre il mio fratellino, è che chiunque l’abbia conosciuto e gli sia stato compagno di squadra, le lacrime non riesce mai a trattenerle. A Bergamo volli fortemente portarcelo io. Al Memorial Scirea che organizzo ancora, a cui purtroppo da qualche anno non può partecipare il fratello Paolo, anche Giancarlo Finardi piange. Giuseppe Brolis era un maestro, uno che pescava talenti in giro e fu il primo a reclutare futuri campioni fuori dalla provincia di Bergamo. Prima l’Atalanta non lo faceva”, le parole del totem del calcio cinesellese.

“Gaetano diceva che tornare a Bergamo era come tornare a casa. Faceva avanti e indietro con l’autostradale da Milano andandoci in bicicletta da Cinisello Balsamo. Gliene rubarono qualcuna e suo padre voleva che gliela risarcisse la società”, sorride Mariella Cavanna Scirea, guest star del Monday Night nell’ala dell’Opera Patronato San Vincenzo che ospita da sempre la foresteria dei baby nerazzurri non bergamaschi. “A Bergamo lo portò il dottor Brolis, a cui diceva sempre di dovere tutto. E dell’Atalanta mi chiedeva sempre quando andavo a prenderlo in macchina allo stadio dopo la partita della Juventus: ‘Ma cos’ha fatto? Ha vinto?’. Gli era rimasta nel cuore. Era riservato di carattere, a parte che a casa me ne combinava di tutti di colori, ma era un trascinatore. Nei momenti bui convocava la squadra al Gatto Nero scrivendolo sulla lavagna dello spogliatoio: ci andavano tutti e Magrin suonava la chitarra”.

Nessuna sorpresa, considerata l’anima musicale molto popolare con fondo soul dimostrata incidendo l’inno del ritorno nel massimo campionato, nel 1984, “Forza Atalanta dai, spingi più forte che puoi” insieme all’Atalanta Club Valgandino. Lo cantano ancora tutti, anche chi all’epoca non era nato. Perché la passione viene prima di tutto. “Vengo da un paesino e amo questa sfera di cuoio. Giocavo all’oratorio (Casoni di Mussolente, Vicenza, anche se nato a Borso del Grappa, Treviso, NdR) e facevo tecnica sul muro. A dieci anni cominciai a giocare con quelli più grandi, c’era la voglia di essere all’altezza. A sedici passai al Bassano Virtus insieme al mediano che era più alto di 15 centimetri. Ci andavo col Garelli da tifoso del Milan e di Rivera”, sottolinea Magrin. Breve pausa ed ecco riaffacciarsi il Peppino da Verdello, dirigente della Dalmine che fiutava talenti come un segugio a una partita di caccia: “A 16 e mezzo dagli Allievi fui convocato in prima squadra in D, tre gol. Mi dicevano che avevo bisogno di bistecche per farmi il fisico. Poi due anni a Montebelluna e, quando facevo ancora il falegname, il dottor Giuseppe Brolis venne a vedermi chiamandomi ‘mezz’ala di pollo’. Avevo il numero 8, me lo portavo anche a letto. Lui era osservatore della Juve, che prese Tolfo e Marchetti. Io non ho mai mollato nemmeno quando Gobbo, altro compagno, andò al Como e a me toccò restare. A settembre 1979 mi prese il Mantova in C, ‘il Riverino virgiliano’, l’Atalanta mi volle e poi retrocesse in C anche lei”.

Brolis atto II, l’osservatore juventino che non l’aveva preso si rivede in sede. “L’allenatore Mihalic mi consigliò di andarci, perché a Bergamo c’era tutt’altra società. Nei mister ho sempre cercato la figura paterna che non avevo. Ottavio Bianchi mi diede il numero dieci. Il massaggiatore Renzo Cividini mi disse che era di Adelio Moro, ma soprattutto che a parte la tecnica qui contava sudare la maglia e l’agonismo. Segnai subito, di sinistro, da mezzala. Ecco cosa è per me l’Atalanta: dare l’anima. Alla Juve conobbi Scirea. Quando si entra a Zingonia bisogna sorridere, perché il calcio è divertimento – continua Marino, rivolto ai ragazzi delle giovanili in sala -. Ricordo il primo ritiro a Ziano di Fiemme. Ritrovo il dottor Brolis a Zingonia che mi disse che facevo pochi gol, mentre Franco Previtali mi disse che mi avevano preso per vincere il campionato. In A il mio preferito era Marco Tardelli. Regalai la sua 8 della Juve al fornaio del paese. Alla Juve Scirea mi vide subito come amico. Era un amico e un grande signore”.

Un ragazzo “vero”, ovvero visto e reclutato all’istante, è invece Hubert Pircher da Nalles, classe 1959, fisico ancora imponente, altoatesino come Jannik Sinner. Brolis mi venne a scegliere perché in vacanza dalle mie parti. Nel ’73, sceso a Bergamo per un torneo con l’Atalanta nella Virtus Don Bosco, squadra di Bolzano, ero già praticamente preso – ricorda il centravanti di sfondamento -. Giovedì, nella partitella, era Pircher contro Percassi, Antonio, il futuro presidente. Siamo venuti anche alle mani. Era bello tosto. Con Fanna e Filisetti fummo vicecampioni Allievi, poi Heriberto Herrera mi volle in prima squadra ancor prima dei sedici anni. Niente deroga, alla prima amichevole a 16 anni e una settimana feci tripletta in amichevole a Trezzo. Poi prima squadra. La mia storia cominciò lì. E da qui non me ne sono più andato”.

Gianpaolo Bellini, attuale vice responsabile tecnico dell’attività agonistica, ne ha da raccontare, come bandiera. “A dieci anni andai da Sarnico all’Atalanta grazie al maestro Raffaello Bonifaccio. Papà era contrario: era preoccupato per la scuola, per la lontananza dalla famiglia. Poi si è fatto convincere. Mino Favini lo trovai come responsabile del settore giovanile. Ho fatto la carriera che ho fatto nella solo squadra della mia vita. Quindi ho collaborato in panchina con Massimo Brambilla, per due anni ho allenato l’Under 17 e ora ho un ruolo più dirigenziale seguendo i più grandicelli del vivaio. Alla Casa del Giovane l’Atalanta è casa come a Zingonia, specie per chi ha la famiglia lontano da Bergamo: trasmettere ai ragazzi l’idea di famiglia è fondamentale. Se penso all’Atalanta, penso a questo. Di Samaden ricordo che al suo arrivo disse che invidiava l’Atalanta anche quando era all’Inter: si stupiva di un settore giovanile così forte pur senza i mezzi economici di una big. Fu lui a dire ‘sarà l’aria di Zingonia’: ha ragione, sono le nostre radici e la nostra forza”.

“Ricordo gli anni con Gaetano Scirea, Chigioni e gli altri, fin dal trofeo Carlin’s Boys, la finale scudetto primavera 1973 con Percassi. Quando un giovane del vivaio esordiva in prima squadra, era una festa per tutti gli altri – rimarca Giancarlo Finardi, coordinatore tecnico e di fatto vice responsabile del vivaio -. L’aria di Zingonia era che tutti ti salutavano anche allora, anche se non ti avevano mai visto prima. L’educazione. Me l’ha detto Oreste Perri, un big del canottaggio, recentemente in visita alla nostra sede”. “Zingonia e la Casa del Giovane sono ‘l’aria di Zingonia’, l’ambiente in cui i ragazzi dell’Atalanta sono messi in condizione di crescere bene – il pensiero di Roberto Samaden, direttore del settore giovanile -. Da noi si formano i ragazzi dal punto di vista educativo e sportivo. Trovano tutto quello di cui hanno bisogno. Vivere lontano da casa, del resto, non è facile”.

Via, allora, alle testimonianze degli ospiti della foresteria. Il quasi diciassettenne Pietro Stocco da Treviso: “Mi sveglio alle sette, faccio colazione, ho scuola qui in centro, poi pullman e Zingonia, si torna alle sette di sera, si studia, si cena e si va a dormire entro le undici. La mia famiglia è contenta che io mi trovi bene. Si può ben dire che ne ho trovata un’altra: vivo insieme ai miei compagni di squadra”. C’è un’altra mezz’ala veneta, come Marino che tirava la bomba, Francesco Gasparello, fresco vincitore della Coppa Italia con la Primavera: “Da tre anni sono a Bergamo, mai pentito della scelta. Io sono di Padova, avevo anche le milanesi e la Juve come opzioni. Mi sono subito sentito a casa, volevo venirci e Samaden è stato determinante nel convincermi”. Spoiler: il Premio Brembo quale miglior giocatore-studente della sua categoria (Under 20, ma Gasparello è un 2009) è suo. C’è anche l’omonimo illustre, ma biondissimo: “Sì, sono uno specialista anch’io delle punizioni – afferma Alex Magrin, 15 anni e una storia da Odissea -. L’anno scorso la mia famiglia s’è trasferita in Spagna, ma io sono tornato. E mi trovo a casa”. “Lui non c’era al ritorno con la Fiorentina, per questo siamo usciti dalla fase finale Under 16”, sottolinea Finardi, scherzando ma non troppo.

Infine, gli interventi istituzionali di contorno, tutti coordinati da Xavier Jacobelli. Lucia Castelli, responsabile dell’area educativa dell’Atalanta, ha un mito da sfatare: “Samaden in prima persona ha chiesto che a ritirare le pagelle fossero gli allenatori, per riconoscere loro compiutamente il ruolo di primi educatori. Noi non mandiamo via chi va male a scuola, lo aiutiamo”. Dulcis in fundo, l’appello-visione dell’autrice. La figlia del dottor Peppino Brolis da Verdello, il signore alto e distinto, con giacca, cravatta, impermeabile e cappello, che scovava talenti a cui dava del lei anche se ragazzini: “Questa serata, come le altre, è dedicata a voi ragazzi, perché interpretate i sogni e i desideri di tutti. Ovvero di restituire il calcio alla bellezza della gioventù e della passione, senza fare dei soldi un traguardo e un obiettivo”.
Simone Fornoni