E’ una notizia vecchia di dieci anni, da allora ne sono morti molti altri di giovani campioni ma nessuno di 23 anni. Per non parlare degli emuli che in tutto il mondo muoiono anonimamente tentando di ripetere le gesta dei loto idoli.

“Da Yahoo sports del 27 novembre 2011

Balconing fatale, morto Dane Searls

Il 25 novembre  2011, il 23enne campione di dirt Bmx è morto dopo due giorni di coma. Il forte dirt riders è morto facendo balconing in un pub in Australia 

Da due giorni il mondo degli sport estremi è in lutto per la morte di Dane Searls, 23enne star australiana della dirt/Bmx.

Il forte dirt riders è morto facendo balconing, un’attività tanto pericolosa quanto di moda fra i giovani spericolati: saltare da un balcone di un hotel o di un locale notturno e cadere all’interno della piscina. Searls però ha sbagliato i calcoli e non è riuscito a centrare la piscina del pub australiano nel quale stava festeggiando insieme ad alcuni amici e ha battuto la testa sul bordo della vasca riportando gravi lesioni anche alla schiena.

Dopo l’incidente Dane era stato ricoverato in ospedale in coma ma non c’è stato nulla da fare e dopo due giorni i medici hanno dovuto certificare la sua morte.

Searls era uno dei dirt riders più quotati degli ultimi tempi ed era sulla cresta dell’onda della sua giovane carriera. Il suo sponsor principale ha dichiarato che due giorni prima il tragico incidente aveva completato una serie di quattro salti, il primo a 9 metri di distanza, il secondo a 12, il terzo a 15 e l’ultimo a 18 metri.

Dane Searles, inquieto guerriero in cerca di vita ha invece trovato la morte.” 

Fin qui la notizia, scarna, impersonale, gelida, ma io conosco quello sguardo, conosco quell’espressione. Dane è stato ucciso da quella fiamma interiore ma soprattutto da una società che vuole  emozioni e sangue. Emozioni proprie e sangue altrui. Da una società che ti incita e ti sprona invece di fermarti e placarti. Io sono stato molto più fortunato di lui…io facevo balconing saltando da un balcone all’altro decenni prima che questa parola fosse inventata, sono stato un balconista (si dirà cosi?) ante litteram, forse persino ne sono stato un pioniere anonimo e sconosciuto, molto in piccolo ma quando salti da un balcone all’altro all’ottavo piano di un palazzo, piccolo o grande che sia il salto il riSchio è grosso. E stupido. Non mi sto montando la testa, voglio solo dire che lo praticavo come una specie di sport, un’allenamento a vincere  paura, alla sfida del pericolo, a dominare e controllare eventi forze e difficoltà che erano fuori di me. Lo praticavo forse solo, ala fine, e banalmente,  per misurare quanto poi fossi davvero dotato di coraggio. Ero più giovane di Dane di 7 o 8 anni ed ero rimasto potentemente affascinato da Cary Grant nel film Caccia al Ladro, in cui interpreta il personaggio di un ladro gentiluomo e funanbolico soprannominato “il gatto”.  Io fui fortunato perché nessuno mi spinse ad esagerare, nessuno m’incitò a balzi ed acrobazie sempre più al limite, anzi. Io fui fortunato perché potei gestire questa situazione tra me e me e quando alla fine le misure furono definitivamente prese, ed accettate, smisi. Dane non è stato così fortunato. Nessuno dei ragazzi di oggi nel cui petto arde “quella” fiamma lo sono. Come gladiatori inconsapevoli sono spinti in un’arena virtuale ad affrontare non più belve o antagonisti fisici, ma solo qualcosa che non può mai perdere, alla lunga, e sono spinti da un pubblico vampiro che sopravvive delle emozioni altrui e ne decreta la vita o la morte, che spesso arriva. Questa società ha reinventato il gladiatore. Le arene sono virtuali, ma i giochi sono veri. E sono “no limits”. E sono mortali. E non sono nemmeno puliti perché è un circuito in cui girano soldi. Molti. Più rischi e più guadagni. Questi campioni di sport estremi hanno sponsor, rischiano la vita e qualcuno ci guadagna sopra. E alza sempre di più l’asticella.

Non ti conoscevo Dane, ma ti voglio bene…