Il rischio si configura come una possibilità che un evento dannoso si realizzi e ci coinvolga. La percezione del rischio si accompagna a preoccupazione e paura in tutte le gradazioni possibili fino al panico e ai disturbi fobici. Ma l’evento di cui percepiamo il rischio è ignoto o perché generico o perché non supportato da dettagli che peraltro ci permetterebbero di mettere in campo azioni difensive, purché nei limiti della ragionevolezza. Per questo la mente umana ha sviluppato dei meccanismi di difesa psichica per affrontare e gestire la paura dell’ignoto e mantenersi, malgrado ciò, in buona salute, ma questi meccanismi possono a loro volta diventare un problema. Questi meccanismi di difesa, in pratica, sono illusioni di certezze, autoinganni che ci autosomministriamo per compensare l’impotenza nei confronti della realtà: ci illudiamo di dominare la realtà esterna in modo adeguato e sufficiente.

Una di queste illusioni di certezza è il rischio zero: affermare che esista e sia raggiungibile una condizione in cui il rischio si annulla del tutto, autoconvincendosi così di vivere in una situazione completamente certa e dominata. Questo permette di pensare di poter compiere delle azioni o attuare strategie la cui conseguenza sarà quella di annullare completamente il rischio temuto. Questa illusione è un placebo che porta confort e sicurezza temporanea, ma che, mantenendolo in atto, può esitare in rischi anche molto gravi connaturati con le azioni messe in campo o con la mancanza di un’azione di fatto realmente efficace a contenere i possibili danni derivanti da quel rischio temuto. Così il rifiuto di accettare la realtà e avere a che fare con conseguenze negative può portare a conseguenze peggiori di quelle temute sia sul piano fisico e sia sul piano psichico: peggiori condizione di salute, aumento della morbilità e della mortalità per cause diverse dalla causa primitiva, cattiva gestione dell’emotività e dell’impulsività fino a comportamenti oppositivi e di rifiuto nei confronti della realtà e dell’ambiente sociale fino a veri e propri comportamenti autolesionistici più o meno consapevoli. Gigerenzer propone l’alfabetizzazione del rischio: vera e propria formazione accademica, psicologica ed economica per approcciare il calcolo del rischio oltre la mera statistica ma legato a tecniche di sopravvivenza primordiali istintive e intuitive. Egli usa come esempio il mancato disastro dell’US Airway 1549, dove la totale mancanza di vittime è stata dovuta ad un calcolo “di pancia” e istintivo da parte del pilota, cosa che non poteva accadere con il calcolo dei computer di volo o simulazioni strumentali.

Il matematico e filosofo Nassim Nicholas Taleb illustra come sia fondamentale il tenere in conto che ci possa essere sempre un elemento imprevisto che cambi l’equilibrio, da lui indicato con il nome di cigno nero e che sia fondamentale avere sempre una componente di risk taking per non essere soggetti passivi di forze esterne, soprattutto dal punto di vista economico-organizzativo.  Prendere il rischio, di fatto, è il miglior modo per gestirlo e contenerlo.  Introduciamo, allora, un concetto adeguato alla bisogna: il rischio accettabile. Razionalizzabile, prevedibile, quantificabile e soprattutto individuabile concettualmente.  

Rischio accettabile significa compromesso. Significa calcolare ciò che è accettabile e ciò che non lo è in termini di danno atteso in relazione ai costi per evitarlo. Ci sarà evidentemente un limite a quanto si può spendere per ridurre il rischio: questo è ciò che definisce l’accettabilità del rischio.

Sia come sia, il rischio va accettato perché accettarlo significa vivere: la vita è la prima causa di rischio. Accettare il rischio di vivere, e di morire, significa poi, alla fine, vivere. Cosa che abbiamo smesso di fare da un anno a questa parte sedotti dalla sirena del rischio zero!