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	<title>Buon Natale &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>Buon Natale all&#8217;Atalanta, dal presidente al magazziniere: la cosa più bella che potesse capitare a Bergamo. La grandezza è anche quando il Gasp sbaglia i cambi</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2020 12:00:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Simone Fornoni Bologna è una regola, cantava Luca Carboni. Quella dei cinque cambi, che ha rivoluzionato e fatto un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2019/10/Gasperini-applaude-1024x739.jpg"><p><strong>di <em>Simone Fornoni</em></strong></p>
<p><strong>Bologna</strong> è una regola, cantava Luca Carboni. Quella dei <strong>cinque cambi</strong>, che ha rivoluzionato e fatto un po&#8217; rifiatare il calcio nel calendario compresso dal fottutissimo Covid-19, anche. L&#8217;<strong>Atalanta</strong> si morde le mani dal dispetto, perché sotto l&#8217;albero, oltre al divorzio doloroso col <strong>Papu Gomez</strong>, non avrebbe certo voluto infiocchettare anche la doppia sostituzione della sua luce, <strong>Josip Ilicic</strong>, e del suo doppio bomber in un giro di lancetta, <strong>Luis Muriel</strong>. I fatti raccontano che finché è rimasto a pelo d&#8217;erba almeno il secondo il punteggio avrebbe potuto reggersi eccome. Mettiamoci il punto: dell&#8217;analisi tecnica s&#8217;è occupato il nostro <strong>Giacomo Mayer</strong>, a ciascuno il suo. Premessa necessaria. Farsi acciuffare sul <strong>2-2</strong> avanti di due gol, dopo aver dominato l&#8217;intero primo tempo, al cospetto di una squadra tecnicamente inferiore non è una tragedia. Con le parole non si scherza. Il <strong>2020</strong> che va a morire ci ha aperto gli occhi sulle priorità della nostra esistenza, continuamente minacciata da nemici invisibili quanto implacabili. Ma alla resa dei conti, stavolta, Gian Piero <strong>Gasperini</strong>, dominus incontrastato della situazione dopo che uno dei due galli è stato allontanato dal pollaio &#8211; è una metafora, una figura retorica, non un&#8217;offesa né una provocazione: avvertenza per chi prende tutto alla lettera e poi viene a presentare le rimostranze a chi scrive -, non ha proprio indovinato quelle due sostituzioni, togliendo dalla mischia i risolutori della prima metà.&nbsp;</p>
<p>Sottolinearlo non è un delitto, né sminuisce il genio e i meriti dell&#8217;interessato, impressi a caratteri maiuscoli e indelebili nella storia del club. Lo sloveno e il colombiano, bomber di scorta che da panchinaro pronto a calarsi l&#8217;elmetto comunque ne ha messi soltanto <strong>due</strong> (Amsterdam e alla Roma) su <strong>nove</strong> (anche Torino, Cagliari, Midtjylland, Crotone-bis) in stagione, sono stati la mente e il braccio armato di una squadra dagli equilibri perfetti. Spezzati dai due interventi della panchina, perché Aleksey <strong>Miranchuk</strong> e Duvan <strong>Zapata</strong> sono entrati in partita per onor di firma. Il primo, abituato a un minutaggio risicatissimo e appena uscito dal tunnel sanitario, non poteva certo tenere l&#8217;interruttore acceso come l&#8217;illustre sostituito. Il secondo era visibilmente stanco, stremato dal lavoro sull&#8217;intero fronte cui l&#8217;aveva costretto nelle scorse settimane la revisione tattica all&#8217;insegna della maggior copertura e densità a centrocampo che lo vedeva spesso e volentieri come unica punta in campo. Ha sbagliato il Gasp: non lo si scrive per partito preso, lo si scrive perché è lui il primo a ripetere sempre che nel pallone, troppo rotondo per non tradire al primo erroricchio, conta il risultato.&nbsp; Scriverlo non è un delitto di lesa maestà, fatto salvo il diritto di critica, costituzionalmente e deontologicamente accertabili attraverso la lettura dei testi sacri, in primis la Costituzione della Repubblica Italiana. E due mosse sbagliate restano due mosse sbagliate. Anche se non irrimediabili: ottavi di <strong>Champions</strong> col Real Madrid a parte, c&#8217;è davanti tutto un campionato, c&#8217;è tempo a profusione per cominciare a fare sul serio prendendo l&#8217;abituale rincorsa. Se è in discesa, a noi bergamaschi non piace, siamo masochisti e ci piace sudarcela fino all&#8217;ultima stilla.</p>
<p>Nessuno, al dunque, ha però il diritto di sentirsi scornato, frustrato, arrabbiato e deluso per un punto che potevano esserne tre. Dopo tutto si tratta di un gioco, anche se dal professionismo televisivizzato e portato alle estreme conseguenze, compresa un&#8217;inevitabile perdita di contatto con la realtà quotidiana, star e starlette su una nuvola antennuta e il popolo a benedire plaudente prostrandosi davanti, anzi sotto, a livello asfalto. A <strong>Bergamo</strong> non è successo. Bergamo è fortunata. A Bergamo i giocatori non la fanno da divi, li trovi per strada o al ristorante, quando il firmalibretti di Palazzo Chigi non li chiude o non ci chiude tutti in casa. Bergamo ha <strong>l&#8217;Atalanta</strong>, ha <strong>Antonio e Luca Percassi</strong>, ha <strong>Gian Piero Gasperini</strong>, ha la truppa agli ordini del generalissimo. Gente che ne sa, anche se è tanto umile da non ammorbare noialtri spiegandocela. Gente che qualunque cosa si lasci uscire di bocca ci dice soltanto: <em>&#8220;Sedetevi lì e godetevi lo spettacolo, al resto pensiamo noi&#8221;</em>. Gente convinta che undici nerazzurri pronti a rincorrere il pallone e a spingerlo oltre la meta valga la catarsi collettiva, la purificazione dai mali e dalle passioni negative, e soprattutto la <strong>terapia</strong> per scacciare le paure, l&#8217;ansia di vivere in mezzo ai problemi e ai pericoli. Perché <strong>sognare</strong> non costa nulla, in attesa che torni a costare il prezzo del biglietto a stadi finalmente aperti di nuovo al pubblico. E perché l&#8217;Atalanta e il Gasp sono gli architetti dei sogni, anche quando sbagliano e ciccano due cambi o un tempo intero. Un grazie grande quanto il mondo, dal Presidente all&#8217;ultimo dei magazzinieri, alla cosa più bella che potesse capitarci. Anche al firmatario del presente articolo, peraltro juventino quindi ancor più scornato dall&#8217;ultima giornata dell&#8217;anno, uno a rischio di rimanere a spasso, cacciato da casa sua, senza legami né stabilità, senza speranze né illusioni, senza luce e senza orizzonti, tranne uno: quella squadra che posa i tacchetti in campo e lo porta in un&#8217;altra dimensione. <strong>Buon Natale</strong>.</p>
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