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	<title>conferenze stampa &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>La delega-stampa di Gasperini a Gritti. Ma sono i fatti a dover parlare</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2022 12:15:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Premessa necessaria: Tullio Gritti mastica calcio come Gian Piero Gasperini, è simpatico e anche molto soft quando si tratta di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2021/05/Atalanta-Benevento-Gasperini-Gritti.jpg"><p>Premessa necessaria: Tullio <strong>Gritti</strong> mastica calcio come Gian Piero <strong>Gasperini</strong>, è simpatico e anche molto soft quando si tratta di recriminare, vedi fallo di Praet su Djimsiti all&#8217;origine del gol-apripista di Sanabria e &#8220;rigore inesistente&#8221; del 2-2 sul contatto tra Freuler e lo stesso paraguaiano nel 4-4 rocambolesco nel recupero col Torino, anche perché la voce soffiata e vibrata del responsabile tecnico è sempre destinata a scatenare un putiferio. Nondimeno, la conferma della delega &#8220;fino alla prossima sconfitta&#8221; per le conferenze stampa postpartita del titolare della panchina al suo <strong>vice</strong> a decorrere dal ritorno alla vittoria, ahinoi effimero, di <strong>Venezia</strong>, potrebbe essere suscettibile di interpretazioni un po&#8217; malevole. Non per zavorrare ulteriormente dall&#8217;esterno la rincorsa dell&#8217;<strong>Atalanta</strong> al sesto giro di giostra filato in Europa, già appesantita di suo dall&#8217;altalena di risultati nella seconda metà di stagione, ma perché normalmente a metterci la faccia e pure le parole a commento è chi sta sulla tolda di comando. A meno quattro (Salernitana, Spezia, Milan ed Empoli) dal gong il <strong>silenzio</strong> del capo riconosciuto, già aduso a chiudersi a riccio alla vigilia delle sfide, non può passare in cavalleria.&nbsp;</p>
<p>Così decidendo e facendo, invece, il profeta del calcio nerazzurro dall&#8217;estate del 2016 a oggi non fa altro che dare adito ai rumors, peraltro smentiti seccamente dai vertici societari e mai confermati nemmeno per scherzo dal pur possibilista e sibillino interessato (<em>&#8220;A bocce ferme ci si siede e si parla se non rompo troppo le scatole&#8230;&#8221;</em>), circa l&#8217;approssimarsi della fine di un rapporto che i tifosi vorrebbero eterno. Di eterno, del resto, da queste parti non c&#8217;è stato nemmeno il <strong>Papu</strong> Gomez, che era il nume tutelare della ninfa del pallone in coabitazione col suo mentore, salvo essersi escluso da solo anche per demeriti propri, ovvero l&#8217;essersi ammutinato in campo, per di più in Champions contro il Midtjylland, decadendo dalla scomoda particina di secondo gallo in un pollaio che non poteva permettersi una chioccia di troppo.</p>
<p>Lungi dal voler affermare che il vero artefice dell&#8217;internazionalizzazione dei nerazzurri, sdoganati da provinciale dagli orizzonti ristretti al pari dei sogni tra una sponda e l&#8217;altra del Morla a outsider bella e tignosa di livello europeo, voglia scantonare dalle responsabilità cui non s&#8217;è mai sottratto, la sua decisione di non comunicare al di fuori dello spogliatoio e dell&#8217;area tecnica lascia comunque perplessi. L&#8217;obbligo, per carità, non esiste, mica siamo nella <strong>Uefa</strong> che impone i protocolli altrimenti sono guai e multe. Ognuno fa quel che gli pare, specie se il club che lo paga è d&#8217;accordo o gli dà carta bianca in materia. Ma a celebrare i riti irrinunciabili del prima e del dopo devono essere i <strong>protagonisti</strong>, secondo una norma non scritta fra le tante di un mondo complesso, eppure d&#8217;impronta ancora popolare come il pallone, fonte di passione a dispetto della televisivizzazione che rende i tesserati alla stregua di vedette e starlette nonché dell&#8217;affarismo sempre più evidente in capo alle quote azionarie, ai nuovi equilibri dirigenziali e proprietari.</p>
<p>Stephen <strong>Pagliuca</strong>, il co-chairman, <em>primus inter pares</em> nella vicenda a due col presidente Antonio <strong>Percassi</strong>, da comproprietario dei Boston Celtics sa bene che nella Nba nessun coach o giocatore potrebbe rifiutarsi di dire la sua. Sempre che l&#8217;Atalanta, americana al 47,3%, non sia volutamente sempre più bergamasca nei fatti. I soli a dover contare e parlare, per una razza come la nostra, dedita alla pratica e all&#8217;apologia dell&#8217;etica del <strong>lavoro</strong>. Il problema è che i fatti non stanno parlando, o almeno hanno perso le corde vocali, visti i 17 punti in 15 partite nel girone di ritorno e le sole 4 vittorie al Gewiss Stadium (19 punti su 55) in campionato (Sassuolo, Spezia, Venezia e Sampdoria) ad aggiungersi alle altrettante tra Champions (Young Boys), Europa League (Olympiacos, Bayer Leverkusen) e Coppa Italia (i Lagunari). E non parlare europeo al prossimo giro di corsa significherebbe una sola cosa, il ridimensionamento. Altro che big aggiunta.<br />
<em><strong>Simone Fornoni</strong></em></p>
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