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	<title>Diego Armando Maradona &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>Maradona, l&#8217;uomo morto 30 anni dopo il calciatore</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 17:43:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Trent’anni fa era morto il calciatore, trent’anni dopo lo ha seguito l’uomo. Il mito, quello no, non morirà. Non può [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2018/05/diego-maradona-2.jpg"><p>Trent’anni fa era morto il <strong>calciatore</strong>, trent’anni dopo lo ha seguito l’<strong>uomo</strong>.<br />
Il <strong>mito</strong>, quello no, non morirà. Non può morire.<br />
<strong>Maradona</strong> ha fatto battere miliardi di cuori, in ogni angolo del globo. E ha fatto battere troppo forte il suo di cuore, sempre, vivendo tre o quattro vite in una sola.<br />
Consumata come una candela, tra la luce emanata con il pallone ai <strong>piedi</strong> e la cera che si accumulava tra fallimenti e delusioni di vario genere.<br />
Il cuore del più grande <strong>talento</strong> mai visto su un campo da calcio ha smesso di battere. Ma lui continuerà a far battere i cuori di miliardi di appassionati.<br />
Perché i miti non invecchiano, i miti non muoiono.<br />
Restano eterni. <strong>Immortali</strong>.<br />
Diego Armando Maradona quattro settimane fa aveva toccato <strong>quota 60</strong>, inanellando tanti zeri anagrafici.<br />
Nato il 30/10/60, ne faceva 60 nel 2020.<br />
Troppi <strong>zeri</strong>, troppo vicini.<br />
Un segno nefando. Il ‘Dio’ del pallone era già ricoverato da qualche giorno, anche se avvolto in un’insolita nube di mistero e riservatezza.<br />
Non era la prima volta che la sua <strong>vita spericolata</strong> lo aveva portato al limite: era già successo negli anni scorsi, quando aveva messo su troppi chili e troppi <strong>vizi</strong>, ma ne era venuto fuori. Come era venuto fuori da depressioni, crisi varie, persino un ricovero in una clinica psichiatrica.<br />
Tanti i bassi in una vita troppo veloce per rallentare, per non bruciarla troppo in fretta.<br />
Il tempo forse un giorno ristabilirà una verità, anche umana, sul <strong>ragazzo che ha faticato a diventare uomo</strong> anche se era padre da 35 anni e nonno da un decennio.<br />
Maradona è morto da ragazzo invecchiato nel fisico di un uomo con cui non ha mai trovato <strong>pace</strong>.<br />
Per mille motivi forse indipendenti da lui.<br />
Sempre sul palcoscenico, sempre sotto i <strong>riflettori</strong>, sempre circondato da una pressione di un popolo, quello argentino o quello napoletano, che un <strong>CR7</strong> o il suo ‘erede’ <strong>Messi</strong> manco si sognerebbero di subire.<br />
Una vita intera così. Ragazzino-fenomeno predestinato, già sulla bocca dei tifosi e dei giornalisti quando era un bambino di <strong>12 anni</strong>, poi una strada verso il <strong>successo</strong> troppo vertiginosa per non oscillare, per non sbandare, per non smarrirsi dopo un’infanzia difficile in un contesto di povertà e ignoranza.<br />
<strong>Maradona</strong> è stato unico e solo, pur avendo fratelli, mogli, figli, eserciti di pseudo amici a scortarlo.<br />
La <strong>solitudine</strong> del numero primo, inteso come numero uno anche se sfoggiava il <strong>dieci</strong>.<br />
La storia sul campo è nota, quella fuori pure soprattutto nel periodo d’oro a <strong>Napoli</strong>: una città ai suoi piedi, il traffico che si fermava al passaggio della sua Ferrari, il nome Diego che gli impiegati dell’anagrafe scrivevano per ogni maschio nato dal 1985 al 1990.<br />
Un <strong>sogno</strong>. E un <strong>incubo</strong>, perché Maradona era di tutti, anche dei <strong>camorristi</strong>, dei faccendieri, dei malintenzionati.<br />
Lo <strong>scudetto ‘88</strong> sfumato in circostanze misteriose, la <strong>cocaina</strong>, i guai con il fisco, un figlio fuori matrimonio che ha faticato vent’anni a riconoscere.<br />
Era solo un ragazzo quel Maradona, aveva solo 29 anni quando tra i denti sibilava quel figli <em>‘de puta’</em> ai tifosi italiani che lo <strong>fischiavano</strong> nella finale di Roma contro la Germania tifando per i crucchi.<br />
Nell’ultima notte di Diego. La sua carriera finiva lì.<br />
Era l&#8217;<strong>8 luglio 1990</strong>.<br />
Contro <strong>Matthaeus</strong> che solleva la ‘sua’ coppa, quella che <strong>l’Argentina</strong> doveva bissare dopo il capolavoro messicano del 1986.<br />
Quella sera Maradona era all’apice di una <strong>carriera</strong> che sembrava ancora lunga, almeno cinque o sei anni.<br />
Invece il declino immediato, in quell’anno di <strong>cifre tonde: 30 anni</strong> compiuti il 30/10/1990. Troppi zeri anche lì.<br />
Il resto è <strong>poco calcio</strong>, con il doping, le squalifiche, esperienze a singhiozzo a Siviglia o in patria.<br />
Fino al triste epilogo dei <strong>Mondiali USA</strong>: Maradona torna con un gol da Maradona, a 33 anni e mezzo, con qualche chilo di troppo. Un controllo antidoping lo spazza via due giorni dopo tra polemiche e rabbia.<br />
Una fine alla <strong>Ben Johnson</strong>, il velocista baro che Diego aveva ingaggiato come personal trainer.<br />
<strong>Pensionato</strong> nel modo più umiliante, a 33 anni, crocifisso dal mondo del pallone che tanto lo aveva osannato.<br />
Poi <strong>l’altra vita</strong> da cominciare ancora giovane.<br />
Tra mille difficoltà, cadute, ripartenze.<br />
Senza riuscirci davvero.<br />
Arriverà di nuovo ai Mondiali come improbabile <strong>allenatore</strong> di una disastrata Argentina nel 2010, in un altro anno di numeri tondi, quello dei cinquanta.<br />
Un altro <strong>fallimento</strong>, l’ultimo ad alto livello.<br />
Poi altre crisi, <strong>problemi</strong>, guai.<br />
Una vita piena di guai alla Vasco, certo, fino al blackout di quel cuore matto.<br />
Il mito di <strong>Diego Armando Maradona</strong> sopravvivrà al suo cuore, a tutto. Perché i miti sono immortali…<br />
<em><strong>Fabrizio Carcano</strong></em></p>
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		<title>Il rimpianto per Maradona? Deve averlo chi è troppo giovane per averlo visto giocare</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 17:21:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Simone Fornoni Sui prati la spiegava a chiunque. Una volta abbandonati, non l&#8217;ha imparata mai. I maligni diranno che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2020/11/AAA-Maradona-con-Platini.jpg"><p><strong>di <em>Simone Fornoni</em></strong><br />
Sui prati la spiegava a chiunque. Una volta abbandonati, non l&#8217;ha imparata mai. I maligni diranno che non ha retto alla sequela di stravizi, dalla famigerata cocaina a una vita privata tutt&#8217;altro che irreprensibile, spesa a fottersi l&#8217;esistenza in ogni sua forma, assaporandola con tutti e cinque i sensi. La realtà è che la salita in Cielo di <strong>Diego Armando Maradona</strong>, sull&#8217;onda nemmeno troppo lunga dell&#8217;edema subdurale che ne aveva richiesto l&#8217;operazione al cervello il <strong>4 novembre</strong> scorso alla clinica Olivos di Buenos Aires, è un pugno nello stomaco e insieme un calcio in faccia per tutti. Ma il <strong>rimpianto</strong> per l&#8217;artista del pallone che è stato, confermato dal cordoglio unanime suscitato dalla sua prematura scomparsa, non è certo un sentimento adatto a chi per ragioni anagrafiche ha fatto in tempo a bearsi gli occhi di quello che il <em>Barrilete Cosmico</em> riusciva a combinare su un campo di calcio. Assolutamente irreale, tipo le rovesciate dal nulla dal dischetto di centrocampo, magari nell&#8217;edizione più scalcinata della Copa America, o come il famoso multi-dribbling con discesa trionfale verso la porta contro <strong>l&#8217;Inghilterra</strong> a Mexico &#8217;86, mondiale risolto non da lui ma sulla sua imbeccata geniale per Jorge <strong>Burruchaga</strong>.</p>
<p>Nossignori, il rimpianto tocca alle nuove generazioni, costrette ad ammirarlo su YouTube o nei filmati riproposti dalla trasmissioni di approfondimento sportivo. Perché un calcio vissuto di <strong>emozioni</strong> dal calciatore che più di ogni altro scendeva a pelo d&#8217;erba giocando col <strong>cuore</strong> non può essere spiegato. Va vissuto. Pardon, andava vissuto. Chi scrive, tifoso della Juventus e di Michel <strong>Platini</strong>, l&#8217;asso più razionale e furbo mai visto, un calcolatore al millesimo di ogni giocata che non azzardava un dribbling dando via la palla in modo perfetto o calciandola nello specchio pur di non subire la legnata di un marcatore carogna, rammenta le parole di Dieguito, che pure rispettava il suo grande avversario col 10 sulle spalle, così diverso da lui, <em>El Diez</em> per antonomasia: <em>&#8220;Era molto freddo, troppo&#8221;</em>. Il contrario del tipo di asso che era il <em><strong>Pibe de Oro</strong></em>, anche come piede preferito, perché il destro lui lo adoperava forse solo per schiacciare l&#8217;acceleratore della Ferrari Testarossa comprata coi soldi del <strong>Napoli</strong>. Casa sua, nonostante i tira e molla col presidente Corrado Ferlaino verso gli anni novanta: <strong>due scudetti</strong>, una Coppa Italia che mandò l&#8217;Atalanta finalista in Coppa delle Coppe nonostante fosse retrocessa e, appunto, quel trofeo soffiato allo Stoccarda dopo esser passato sulle Zebre in semifinale.</p>
<p>Il <strong>sinistro</strong> più magico del mondo, capace di prodezze che al giorno d&#8217;oggi nemmeno a sognarsele, dalla carriera accorciata dai motivi che tutti noi possiamo apprendere anche sfogliando wikipedia o un qualunque motore di ricerca, ma dalle doti irraggiungibili per scienza infusa. Fortissimo da fermo, in accelerazione, su azione, in impostazione, nei filtranti, nei cross, il tutto con naturalezza, da uno cui la sfera di cuoio pompava il sangue e innervava la quotidianità. La <em><strong>Mano de Diòs</strong></em>, il barbatrucco sempre contro gli inglesi per beffare Peter Shilton facendo credere a una terna un po&#8217; cecata di averla messa di <em>cabeza</em>, era soltanto un effetto collaterale del suo modo di essere, assolutamente spontaneo, non ingabbiabile in schemi cervellotici, giostrando in posizioni sullo scacchiere che doveva sentirsi dentro oppure niente. Un vulcano in eruzione sotto il Vesuvio, un argentino che parlava l&#8217;esperanto della disciplina più bella, diffusa e popolare del mondo e considerava casa sua laddove lo hanno amato di più: <em>&#8220;La mia prima grande vittoria è stato il Mondiale, ma non avevo vinto a casa mia. Io sono felice di essere stato il più forte al Napoli&#8221;</em>, una delle sue frasi celebri.</p>
<p>Non era tutto istinto selvaggio e feroce. Chi vive di quello si figura un universo ideale e va avanti a mal di pancia e di fegato. Lui è morto di crepacuore, alla lunga, perché senza quell&#8217;attrezzo di cuoio tra gli scarpini probabilmente doveva rincorrere gli eccessi per sentirsi vivo. L&#8217;aver lavorato a braccetto con tatticisti puri come Carlos <strong>Bilardo</strong> e Ottavio <strong>Bianchi</strong>, il <em>Narigon</em> che per non ostacolarne la leadership nella <em>Selecciòn</em> non esitò a relegare in un angolo El Jefe Passarella e il bresciano-bergamasco diventato grande sulla panchina a Fuorigrotta, accoppiò alla sua tecnica mostruosa quel quid in più di strategia necessario a tramutare la classe in risultati concreti. Mettiamoci anche Albertino Bigon, sempre nei Ciucci, tricolore più Supercoppa Italiana. Non era certo una mera questione di estetica o di forza fisica racchiusa in quello scrigno tondetto e bitorzoluto, scavigliato ai tempi del Camp Nou dal macellaio basco Goicoetxea, dalle gambe corte ma muscolarmente ben piazzate, roba che per tirarlo giù dovevi ricorrere alle brutte. Sapeva essere <strong>uomo squadra</strong>, oltre che amicone di tutti i compagni, senza contare la stima dispensata a piene mani per gli avversari. Un attaccante che non era un attaccante, un centrocampista avanzato che sfuggiva al copione ma non dimenticando il senso e lo spirito del collettivo.</p>
<p>Un trascinatore vero che prendeva botte a destra e sinistra, eppure bravo a schiaffarne nel sacco <strong>312</strong> in 588 allacciate di scarpe nei club, in un&#8217;epoca in cui ai difensori gli arbitri perdonavano tanto e il gioco in generale era più sparagnino, tra Argentinos Juniors, il <strong>Boca Juniors</strong> per cui tifava e che gli ha dedicato la Bombonera, Barcellona, Napoli, Siviglia, Newell&#8217;s Old Boys e ancora gli <em>Xeneizes</em> chiudendo a 38 primavere quasi suonate (candeline il 30 ottobre) quando ormai era già un ex da tempo, buttato malamente fuori da USA &#8217;94 per un bel minestrone di sostanze proibite dopo aver castigato la Grecia con un gollasso dei suoi, mira presa e incrocio battezzato come nulla fosse. Nelle nazionali giovanili, 8 in 15 di Under 20 (oro ai Mondiali giapponesi del 1979) e 34 in 91 al piano di sopra. In panca, mestiere non suo, perché il cuore e le coronarie fanno a pugni con la filosofia a tavolino e la calma olimpica richiesta dal ruolo, Textil Mandiyú, Racing Club, Argentina (2008-2010), Al-Wasl, Fujairah, Dorados e Gimnasia La Plata. Nessuno come lui. Di carne e ossa, di sangue e cuore. Non di plastica, come i fighetti patinati d&#8217;oggigiorno. E allora a puntarti metatarsi e tibie c&#8217;erano i Claudio <strong>Gentile</strong> e i Sergio Brio di turno, uomo su uomo, cenere spenta sulla pelle. Il calcio epidermico di Diego Armando Maradona, l&#8217;extraterrestre prestato a un pianeta che si prende troppo sul serio, scordandosi della gioia e del divertimento di quella cosa che rotola, rivoluto indietro un po&#8217; presto dal Cielo. </p>
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