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	<title>Marcus Joseph Bax &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>Arturo Coimbra, un centauro in (corto)circuito: la nuova saga a puntate</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2021 16:48:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Da poco era passata l’alba ed un raggio di sole s’insinuò nella stanza buia. Il ragazzo aprì gli occhi e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2021/04/Marcus-Joseph-Bax-foto-articolo-23-aprile.png"><p>Da poco era passata l’alba ed un raggio di sole s’insinuò nella stanza buia. Il ragazzo aprì gli occhi e rimase immobile nel letto a guardare il pulviscolo attraversare i fasci di luce osservandone il flessuoso volteggiare nell’aria, affascinato dalla lentezza del movimento in netta controtendenza con quanto avrebbe dovuto fare tra poche ore. Arturo Coimbra era un promettente <strong>pilota</strong> di moto di ventitré anni nato e cresciuto ad Albufeira in <strong>Portogallo</strong>, non molto distante dal circuito di Portimao, che nella sua breve carriera non aveva ancora vinto niente di significativo.<br />
Il giovane si stiracchiò nel letto, sbadigliò, si mise seduto poggiando i piedi sul parquet guardandosi le dita mentre le sgranchiva. Si passò una mano nella nera chioma, si stropicciò la faccia, fece uno sbuffo infine alzandosi per andare alla finestra e, scostando la tenda coprente, la forte luce invase la stanza tant’è che dovette proteggersi gli occhi per l’impatto: accecato ricercò la maniglia a tastoni aprendo lo scorrevole ed uscendo sul terrazzo. <strong>Arturo</strong> non era ancora riuscito ad abituarsi alla luminosità che trasse un lungo respiro a pieni polmoni avvertendo la frescura nell’aria, dopodiché schiuse lentamente gli occhi immergendosi nel meraviglioso paesaggio offerto dalle colline toscane al sorgere del sole: la natura aveva qualcosa di magico difatti la quiete di quei luoghi gli trasmise un poco di quella serenità di cui aveva estremo bisogno. La notte, fortunatamente, era fluita in modo tranquillo ma svegliandosi aveva percepito agitazione sul fondo dell’animo, pronta ad assalirlo e fargli sfumare la grande occasione di consacrare oggi il suo talento.<br />
No, no, non doveva accadere. Arturo doveva essere padrone di sé stesso, doveva gestire l’ansia e per far questo tutti gli aiuti erano ben accetti: fu per tale motivo che scelse una stanza nel paese di <strong>Scarperia</strong>. I piloti in genere dormono in circuito entrando in simbiosi con l’evento, ed anche Arturo era solito farlo ma stavolta preferì allontanarsi per spezzare la pressante cortina dovuta soprattutto ad una persona.</p>
<p>Il ragazzo poggiò i gomiti sulla ringhiera guardando il profilo delle colline, i boschi, i prati, i paesini arroccati, le valli, i cascinali, traendo un secondo profondo sospiro inspirando dal naso. A questo punto, scendendo in basso, il suo occhio cadde sul tracciato del <strong>Mugello</strong> scorgendo qualcuno entrare nella tenda di una della squadre. Mantenendo lo sguardo al paddock vide altra gente muoversi, notando molto fermento attorno alla postazione del suo rivale, anzi della sua rivale diretta, <strong>Natalia Campredelli</strong>, coetanea e detentrice del titolo che aveva tutta l’intenzione di riconfermare nonostante lo svantaggio in classifica.<br />
Arturo fece una smorfia pensando a come potessero coesistere due individui totalmente differenti nella stessa persona: la giovane non era uno schianto ma nemmeno un maschiaccio, era molto femminile e sapeva vestirsi in modo attraente difatti fu scambiata spesso per un’<strong>ombrellina</strong>, una di quelle provocanti ragazze che affiancano i piloti sulla griglia di partenza. Era arguta ma gentile, furba ma educata, molto simpatica, perspicace e sempre disponibile alla battuta; ma quando abbassava la visiera diventava una belva, un animale da competizione, corretta in gara ma che di certo non porgeva l’altra guancia. E poi era veloce: “cazzo quanto viaggia” aveva detto Coimbra la prima volta che ci aveva gareggiato contro. Il punto debole della Campredelli, se così si poteva definire, era la staccata perché non irresistibile ma possedeva un’impressionante velocità in curva: le sue linee di percorrenza erano fluide, il suo stile elegante al pari della sua personalità.</p>
<p><strong>Arturo</strong> sorrise ripensandoci ma poi sbuffò dal naso, contrariato perché stava proprio qui il problema: <strong>Natalia</strong>. Il ragazzo non pensava di complicarsi la vita quando le chiese di trascorrere del tempo al di fuori delle corse, invece ne aveva subito il fascino e da quel tempo faticava a considerarla una rivale. A dimostrazione di ciò v’erano le sue ultime prestazioni, molto deludenti se rapportate all’inizio del campionato quando aveva stravinto le prime gare. Il vantaggio in classifica adesso s’era dimezzato ma oggi, essendo l’ultima corsa, gli sarebbe bastata la sesta piazza per aggiudicarsi il titolo. Inoltre, Arturo partiva in prima posizione perché aveva frantumato il record sul giro della sua categoria. Tutti fattori che giocavano a suo vantaggio ma sapeva non fossero sufficienti perché per tornare a batterla, per tornare a vincere, doveva riconsiderarla alla stregua d’un semplice avversario in lotta per il titolo e non la ragazza affascinante che gli aveva rubato il cuore.<br />
<em>(…to be continued)</em><br />
<em><strong>Marcus Joseph Bax</strong></em></p>
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		<title>Controllore io? Giammai. A guidare l&#8217;Atb almeno si è al sicuro da insulti&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 18:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[Certuni mi hanno suggerito di fare il VTV. Che cosa significa quella sigla? Vuol dire Verificatori Titoli di Viaggio, coloro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2020/06/bax2.jpg"><p>Certuni mi hanno suggerito di fare il <strong>VTV</strong>. Che cosa significa quella sigla? Vuol dire <strong>Verificatori Titoli di Viaggio</strong>, coloro più comunemente definiti i “controllori”, quelli che salgono sul <strong>pullman</strong> in tre o quattro e si assicurano che i <strong>passeggeri</strong> abbiano titolo per spostarsi con quel mezzo da un punto A ad un punto B. Mi hanno detto che <em>“tu andresti bene a fare quel lavoro, sei diplomatico, ci sai fare con la gente”</em>. Risposta mia: nemmeno sotto tortura.<br />
Devo dire che chi mi ha suggerito il “salto” sono altri colleghi, con altre mansioni come la mia, quella di umile <strong>autista</strong> al servizio della collettività, non mi è mai stato proposto da un VTV di entrare nella loro squadra, ma la mia risposta non cambierebbe. Alcuni li definiscono come una <strong>casta</strong>, un’élite, personaggi superiori descritti addirittura come gente che ti guarda dall’alto in basso. Io sinceramente non ho ravvisato questa distanza, non ho riscontrato questa difficoltà di rapporto, forse grazie al mio carattere affabile o, più probabilmente, per il fatto che ho occupato abusivamente una sedia alla loro scrivania dove compilano i rapporti della giornata, un posto nella loro saletta, l’unica con una presa di corrente a cui attaccare il mio <strong>computer</strong> portatile per fare ciò che amo, ciò che mi aiuta a sopravvivere: la <strong>scrittura</strong>.</p>
<p>Sinceramente a me piace pensare che entrambe le ipotesi mi abbiano aiutato a conoscerli meglio come persone, ad osservarli quando salgono sull’autobus, ad ascoltare la gentilezza con cui chiedono agli utenti se possono mostrar loro il titolo di viaggio, che sia biglietto cartaceo o elettronico, abbonamento o certificato, ascoltando talvolta gli insulti di coloro che ne sono sprovvisti. Ho sentito con le mie orecchie offese pesantissime che loro si devono portare a casa senza reagire, parolacce per cui inorridisco al solo pensarci, persino ora che sto pigiando i tasti del mio pc ho dovuto fermarmi un attimo perché mi tremavano le mani. Prender l’autobus non dev’esser visto come un diritto ma come un servizio a cui accedere munendosi appunto di un regolare Titolo di Viaggio. Loro, i VTV, hanno il potere di chiedere i documenti in caso d’infrazione e, dove non vi sia collaborazione, l’obbligo di chiamare le forze dell’ordine che, in base alla disponibilità, intervengono più o meno celermente, palesando anche questi ultimi l’idea di “mani legate”, beccandosi talvolta anch’essi offese senza reagire perché, e qui sto attento a dirlo, purtroppo i trasgressori sono spessissimo gente di colore che, con il loro atteggiamento oltraggioso, infangano soprattutto coloro appartenenti alla stessa etnia che vivono con rispetto e amore per il nostro meraviglioso Paese. La possibilità per gli agenti d’esser definiti razzisti da “benpensanti“ e falsi moralisti semplicemente perché ottemperano al loro dovere è di una facilità impressionante e, a mio avviso, assurda. Non entro ulteriormente nel merito perché non è mia intenzione sollevare una polemica però, se mi è consentito, suggerirei di dare un po’ più di potere ai nostri tutori dell’ordine.</p>
<p>Riporto ora un <strong>episodio</strong> di cui non sono stato testimone ma di cui sono venuto a conoscenza, che è più che sufficiente affinché io non diventi mai un verificatore. Un giorno, dopo un <strong>controllo</strong> di routine sull’autobus, viene ravvisata la trasgressione di alcuni personaggi di dubbia provenienza, un uomo e una donna con in braccio un neonato, ai quali, secondo prassi, vengono chiesti i documenti. La madre non è assolutamente collaborativa e, dopo una serie infinita di ingiurie, usa la sua creatura come scudo per riuscire a far breccia tra il blocco dei nostri agenti Atb e scendere dall’autobus, mettendosi a gridare ai quattro venti che <em>“loro”</em> le avevano messo <em>“le mani addosso”</em>, scoprendosi una parte di seno. Intanto il marito, o presunto tale, era impegnato a filmare l’accaduto col suo cellulare ma, non appena ne vede la possibilità, fugge a gambe levate. La donna, invece, cammina spavalda reggendo lo scudo umano, il suo piccolo, raggiungendo le case popolari nei pressi della fermata. Un nostro <strong>VTV</strong> la segue, soprattutto per assicurarsi non succedesse alcunché alla creatura perché la madre, incurante del traffico, attraversava pericolosamente la strada. Ad un tratto nel cortile della sua probabile abitazione compare un tizio dall’accento marcatamente meridionale che, con fare intimidatorio, insulta pesantemente il nostro collega gettandogli in viso la sua sigaretta accesa, dicendogli <em>“ti auguro di morire presto di tumore”</em> assieme ad altre sciccherie del tipo <em>“ti ammazzo”</em> seguito dalla definizione <em>“figlio di puttana”</em>, tanto amata non solo da personaggi del genere. A quel tale si aggiungono altri facinorosi sicché il nostro VTV capisce sia meglio allontanarsi per evitare il peggio.<br />
Non intendo commentare l’accaduto, anche perché non ho parole. Lascio a chi vuole l’onere di farlo, mi aspetto però di ricevere la definizione di razzista che ultimamente fa tanto moda.</p>
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