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	<title>Matteo Bonfanti &#8211; Bergamo e Sport</title>
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		<title>Del Piero, il capitano del cuore di Alberto Galimberti: &#8220;A Treviglio il mio libro su un campione infinito&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2022 12:38:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2022/09/Alberto-Galimberti-Del-Piero-libro.jpg"><p><strong>Treviglio</strong> &#8211; <em>&#8220;Di fronte c&#8217;era <strong>l&#8217;Atalanta</strong>, circostanza che interesserà sicuramente una platea bergamasca. Lui, il capitano, segnò, uscì e se ne andò, tra sciarpate, lacrime e giri di campo&#8221;</em>. Lo spunto per un libro vissuto da tifoso, il terzo della serie, <em>&#8220;ma le prime due sono pubblicazioni di natura scientifico-accademica, questa è figlia del ragazzo di dieci anni che scendeva in campo all&#8217;oratorio con la maglia del giocatore preferito&#8221;</em>, è <strong>Alessandro Del Piero</strong> al passo d&#8217;addio con la Juventus. Era il 13 maggio 2012: <em>&#8220;Un&#8217;immagine indelebile. Di qui la scelta dell&#8217;altra parte del titolo, &#8216;L&#8217;ultimo atto di un campione infinito&#8217;. La metafora dell&#8217;uscita di scena di un artista, di un primattore, di un protagonista assoluto</em> &#8211; sottolinea <strong>Alberto Galimberti</strong>, docente, collaboratore alla cattedra di Politica e Comunicazione alla Cattolica di Milano, giornalista per la Provincia di Como e per &#8220;Segno del Mondo&#8221;, mensile dell&#8217;Azione Cattolica -. <em>Da bambino ritagliavo gli articoli di giornale su di lui e sulla Juve, non immaginavo che la passione mi avrebbe portato un giorno a firmare un&#8217;opera sul mio preferito. Scritta col cervello di una persona adulta, ma il cuore di un adolescente&#8221;</em>.</p>
<p>33 anni compiuti il 7 luglio, comasco di Oltrona di San Mamette, <em>&#8220;confinante con Appiano Gentile, ma non lo frequento né sono diventato interista&#8221;</em>, Alberto presenterà &#8220;Alessandro Del Piero. L&#8217;ultimo atto di un campione infinito&#8221;, edito da Diarkos, sabato 10 settembre, a mezzogiorno e mezzo, sotto i portici di via Matteotti a Treviglio, nell&#8217;ambito della programmazione di <strong>Treviglio Libri</strong>, in una chiacchierata col direttore di Bergamo &amp; Sport Matteo <strong>Bonfanti</strong>. Vietato spoilerare, anche se la tentazione è fortissima: <em>&#8220;Del resto le imprese di Alex sono di dominio pubblico, sono storia. Com&#8217;è storia la <strong>maglia rosa</strong>, quella della Juventus dei primi tre anni dalla fondazione, indossata al sipario. Chiunque ricorda le tappe della sua carriera. Non vuole essere e non è una biografia, bensì un ritratto, un racconto fatto di emozioni sulla vicenda sportiva e umana di un fuoriclasse che ha attraversato cadute e risalite, vittorie e sconfitte. Infinito, appunto: capace di dribblare l&#8217;infortunio al crociato a Udine e superare la morte del padre, come di accompagnare la sua squadra in B da campione del mondo&#8221;</em>, prosegue l&#8217;autore, colto nella pausa tra una riunione e l&#8217;altra.</p>
<p>Nessuna ubbia da scrittore-ultras, ci mancherebbe: <em>&#8220;Da giornalista non mi sono mai nemmeno occupato di sport, ma di cultura e delle pagine &#8216;opinioni e commenti&#8217;. I campioni non hanno colore. Non a caso ho voluto riservare un capitolo ad altri esempi come Paolo Maldini, Javier Zanetti e Francesco Totti. Anche nella prefazione di Bruno <strong>Pizzul</strong> si sottolineano i <strong>valori</strong> di una bandiera supportati da doti temperamentali ormai rare: la fedeltà, il carisma e il senso di responsabilità&#8221;</em>. Perché proprio il fantasista di San Vendemiano per l&#8217;esordio da scrittore di sport? <em>&#8220;Perché è stato un numero 10 completo, in grado di abbinare tradizione e modernità, fantasia del dribbling e potenza atletica, vedi corsa per il raddoppio in semifinale con la Germania</em> &#8211; chiosa Galimberti -. <em>Un 10 poetico che riempiva gli occhi, ma anche pragmatico, perché puntava all&#8217;efficacia. Un campione può unire l&#8217;utile e il dilettevole, anche quando perde: il gol di tacco sinistro nella finale di Champions col <strong>Borussia Dortmund</strong>, l&#8217;assist in rovesciata a Trezeguet a San Siro contro il Milan quando con Capello in panchina ormai giocava molto meno. Certo, c&#8217;è anche la linguaccia ai detrattori segnando la punizione all&#8217;Inter al ritorno in A: il gesto simpatico e sdrammatizzante di uno che non ha mai detto una parola fuori posto. Un campione se lo può permettere, soprattutto se ha sempre dimostrato sensibilità e misura per non destabilizzare spogliatoio e ambiente&#8221;</em>.<br />
<em><strong>Simone Fornoni</strong></em></p>
<p><img decoding="async" src="https://scontent-mxp2-1.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/305554755_10226088071300105_3882577199856778333_n.jpg?_nc_cat=104&amp;ccb=1-7&amp;_nc_sid=730e14&amp;_nc_ohc=eXdbYedbkpQAX9enAYa&amp;tn=hvVB_BCE_IZmROvO&amp;_nc_ht=scontent-mxp2-1.xx&amp;oh=00_AT8V1t32ve6-bnoOv2mRhuCs1mdLL45Ig1ZkzzcLL9OY1Q&amp;oe=631BBB48" alt="Potrebbe essere un'immagine raffigurante 3 persone e il seguente testo &quot;Del Piero. L'ultimo atto di un campione infinito di Alberto Galimberti al Festival Treviglio Libri 10°edizione TEIEIO LIBRI A erto ALESSANDRO DEL PIERO L'ULTIMOATTO DIUNCAMPIONE INFINITO TreviglioLibri GRO ĐIARKOS 210 Sabato 10 settembre dalle ore 12,30 Portici di Via Matteotti, Treviglio (BG) L'autore dialoga con Matteo Bonfanti, direttore di Bergamo Sport&quot;"></p>
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		<title>Una settimana pagata dai miei in uno splendido villaggio turistico. Sognando il terribile Artificial Village, colata di cemento alla periferia di Pavia</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2014 13:16:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Matteo Bonfanti Travolto dall’Irpef non versata nel lontano 2009, sono finito per la prima volta in vita mia a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img style="margin-bottom:15px;width:100%;display:block;" src="https://bergamoesport.b-cdn.net/wp-content/uploads/2014/08/NATURALVILLAGE1.jpg"><p><strong>di Matteo Bonfanti</strong><br />
Travolto dall’Irpef non versata nel lontano 2009, sono finito per la prima volta in vita mia a fare una vacanza in un villaggio turistico. Spiego meglio la concatenazione dei drammatici eventi che mi hanno portato appena pochi giorni fa a trascorrere un’intera settimana al Nuovo Natural Village di Porto Potenza Picena, nelle Marche. Un giorno di metà luglio mi arriva una cartolina dagli amici di Equitalia. Pieno zeppo di speranza mi reco all’ufficio postale di Redona, convinto che vogliano, finalmente, congratularsi con me per aver pagato ogni tassa possibile e immaginabile da quando lavoro, diciotto anni in cui ho versato allo Stato più o meno la metà di quanto ho preso dai miei vari principali, in ultimo la Cooperativa Bergamo &amp; Sport. Vado baldanzoso, senza scheletri nell’armadio, certo che sia una missiva solo per dirmi bravo, continua così, invitandomi, insomma, a non mollare e a restare nel quarto del nostro popolo che fa una fatica boia, ma ancora non evade. Sono sicuro dell’applauso e spero anche in due parole dell’impiegata: “E&#8217; anche grazie a gente come lei che io prendo lo stipendio e faccio una vita dignitosa. E’ merito suo, signor Bonfanti, se i miei figli studiano all’università. Noi l’amiamo. E io, se lo desidera, eventualmente posso baciarla con la lingua stritolandole, nel contempo, le orecchie che so che ultimamente sono una delle sue principali zone erogene. Non si faccia scrupoli, per me sarebbe un immenso piacere”. E i suoi colleghi si alzano in piedi e, travestiti da capo a piedi da Freddie Mercury, ognuno coi baffi, iniziano a cantarmi in perfetto falsetto “We are the champions” dei Queen.<br />
Invece mi guarda schifata perché nota che ho la faccia incremata dalla mia solita scottatura estiva e mi fa: “C’è una cartella per lei”. E me la dà. Prima pagina priva di senso, la seconda ha un sacco di cifre, la terza pure, alla quarta leggo il conto: 2374 euro che devo all’Italia e che, inviando a fine mese un’incredibile serie di carte, posso  pagare in quattro comode rate. Due di queste fanno quasi esattamente quanto ho sul conto corrente: 1251 euro, i soldi destinati alle mie vacanze. Che faccio? Penso immediatamente al gratta e vinci. Ma mi dico che non è il caso perché l’unica volta che ho vinto qualcosa è stato alla  festa dell’oratorio, nel 1984. Avevo sette anni, la sorte si divertì facendomi fare tombola: uno sconsolato frate cappuccino, tale Padre Giulio, mi consegnò un Pulisci Insalata Girevole immediatamente regalato a un’insistente vecchina cattivissima, la signora Cavalli, che ci tirava secchi d’acqua quando ci mettevamo a giocare a pallone sotto casa sua. Associazione dopo associazione mi viene in mente “Chi vuol essere milionario” e opto per la salvifica telefonata al parente stretto. Chiamo mia mamma, gonfiando oltremodo il mio debito con l’erario, le dico quattromila euro circa, fingendo un pianto, poi un singhiozzo, quindi descrivendole i miei bambini, Vinicio e Zeno, in una Bergamo ferragostana afosa, prosciugata delle risorse idriche, soffocata dallo scirocco proveniente dal Sahara, fatto soffiare apposta da un Dio cattivo e noioso che vuole uccidere di caldo ogni abitante orobico sotto i dieci anni d’età, non perché noi residenti ci siamo comportati male e ce lo meritiamo, ma per divertirsi, un po’ come fa Zeus in una puntata cult di Pollon.<br />
Mia madre, che è tenerissima e assai generosa, non ci pensa due volte e chiama suo marito, Ernesto, un altro che più buono non si può. Veloce conciliabolo tra loro e il verdetto sognato da me: “Quest’anno le vacanze ve le paghiamo noi”. E’ fatta, mi dico. E mi immagino già in Corsica, sulla spiaggia del deserto di Des Agriates che non ha abitanti, non ha il telefono né la rete del cellulare, ma ha un paio di amache per chi ci arriva ed è perfetta per me che nella vita sono perennemente in mezzo agli altri e quando stacco faccio il sordo, il muto e quello in carrozzella per evitare di parlare ai miei simili. Leggo i gialli di Carlotto, bevo birrette, fumo un sacco di sigarette, evito il bagno salato, la doccia, mi perdo in pensieri assurdi sul suicidio di Kurt Cobain e sulla fine di Jim Morrison. Insomma, a mente sgombra, mi piace puzzare ragionando su cose carine, musicisti coi contro coglioni che si sono autodistrutti in libertà all’apice del successo.<br />
Passo un giorno a immaginarmi nel più totale scazzo, ma vengo gelato per la seconda volta in tre giorni: “Vi abbiamo già fatto il versamento per una settimana al Natural Village. Vedrete, vi piacerà da matti”.  Sticazzi. E già mi sento in colpa, sentimento che mi accompagnerà per l’intero soggiorno a Porta Potenza Picena. Perché lì ci sono un sacco di animatori, giovani, belli, simpatici ed entusiasti che mi vedono nella mia versione uomo orso e quindi si dannano l’anima per coinvolgermi in qualsiasi attività. Ce n’è per tutti i gusti: tennis, calcio a cinque, ping pong, nuoto, acqua gim. Passano e mi chiamano per nome: “Matteo caro, ricordati che a mezzogiorno c’è il quizzone in piscina” e poi “alle sei c’è l’aperitivo danzante” e “non dimenticare di portare Vinicio e Zeno questa sera alla Baby Dance che c’è Papero che gli piace tanto”. Io li ascolto, gli sorrido e, a quel punto, mi viene addosso la solita fitta, quella che avevo da bambino quando ancora eravamo poveri: mia mamma che metteva via i soldi per comperare le scarpe e mi portava all’Eletta, il negozio del centro di Lecco, la città dove sono nato e cresciuto. E a me delle calzature non me ne poteva fregare di meno, ma un paio lo prendevo lo stesso, per far felice lei e mi fingevo contento, ma in realtà mi accorgevo che con le Nike ai piedi mi pareva di morire dentro. Quel che è stato il Natural Village e c’è la foto che lo dimostra, io che sorrido abbracciato a un’anziana signora mentre faccio dei balli di gruppo consigliati per buttare giù la mia pancetta che amo e che mantengo bevendo tre Ceres a sera.<br />
Sono contro il benessere, soffro il divertimento, spero di alzarmi ogni mattina con un leggero mal di testa. E allora l’ho fatto, ho messo giù il mio progetto, l’Artificial Village, una colata di cemento nella periferia di Pavia recintata con filo spinato, dove non si può parlare con gli altri villeggianti ed è proibita qualsiasi attività fisica e una benché minima pozza d’acqua. Si sta lì, in silenzio, a leggere libri e giornali e a fumare mozzi. A colazione, pranzo e cena solo paninozzi con il doppio hamburgerone zeppi di ketchup e maionese. Proibite le verdure. Pene corporee per chi è beccato a mangiare l’insalata. Chi vuole prenotare un posto per l’estate 2015, mi scriva in privato. Non voglio che mia mamma e suo marito sappiano quel che mi frulla in testa. Mi sentirei in colpa.</p>
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		<title>Serse Pedretti festeggia mezzo secolo. E ci parla della Onis, dell&#8217;Atalanta, della sua Monica, di Dio e dei suoi sogni nel cassetto</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2014 00:01:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Matteo Bonfanti Cinquant’anni vissuti col sorriso sulle labbra e nella convinzione che il meglio debba ancora venire. Serse Pedretti, [&#8230;]]]></description>
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Cinquant’anni vissuti col sorriso sulle labbra e nella convinzione che il meglio debba ancora venire. <strong>Serse Pedretti,</strong> o, se preferite Sersao Rovesciatao, Serge, Zerzen, Alcaselzer, Seppia, Asabeso, Sersone, Seltz, Sersinho, lo Scet del Bresa, compie gli anni aprendoci due cassetti: quello grande legato ai suoi ricordi e quello più piccolo e intimo, dei sogni e dei desideri. Tra le righe sempre o quasi la sua Onis, l’azienda che veste gran parte delle squadre del nostro calcio provinciale, e il suo grande amore, Monica Cereda, la Ghesty. E poi tantissimo pallone: l’Atalanta di cui è tifoso da sempre, le squadre della Serie A svizzera di cui è fornitore, i campioni come Garlini, Carrera, Doni o Gattuso che, negli anni, da semplici conoscenti sono diventati amici fraterni. L’impressione, quando si ha di fronte Sersao, è quella di parlare con uno spirito libero, dall’impressionante creatività, incapace di restare fermo anche solo per cinque minuti. A riprova la sua vita tra Spirano e la Svizzera, i migliaia di chilometri in macchina ogni settimana e i viaggi di lavoro dall’altra parte del mondo (l’ultimo in Cina) più o meno ogni due mesi.<br />
<strong>Serse, partiamo dal tuo momento: la soddisfazione più grande.</strong> «Sono i dipendenti della Onis, venticinque persone divise tra la nostra sede di Spirano e quella in Svizzera. Sono tutti in gamba: lavorano bene, seriamente, anche divertendosi. Tra loro ci sono le Onis Angels, quattro splendide ragazze: mia moglie Monica, Marisa, Laura e Alice, colonne della nostra azienda con cui è bello confrontarsi e dare vita ai nostri progetti. Posso dire di essere un beato tra le donne anche se gli uomini della Onis sono altrettanto forti, citarli tutti è un casino ma due parole di stima per Dimitri Gamba gliele dedico col cuore. Questi ragazzi lavorano come se fossero i proprietari della Onis. Io non li stresso, controllo, delego e così siamo in controtendenza».<br />
<strong>Serse e l’amore.</strong> «La famiglia è fondamentale, condividiamo lavoro e vacanze, siamo molto uniti. L&#8217;amore vero è la Ghesty che è la mia Monica, una dolcissima SS. Siamo entrambi dell&#8217;acquario, ma io sono quello un po’ in aria. Lei mi aiuta, controllandomi su tutto, anche economicamente, dandomi la mancetta settimanale, anche se poi mi ha consegnato una serie di carte di credito, eh eh&#8230; E’ una donna bellissima e un partner lavorativo incredibilmente efficiente, è lei la vera capa della Onis. Io sono la parte creativa, il fantasista, il casinista, quello che apre i mercati mentre lei è quella amministrativa e gestionale. Ci troviamo bene, formando un connubio che dura dal primo giorno che ci siamo conosciuti. Non lo sai ma siamo andati a convivere già dopo una settimana. Io la trovo affascinante, molto sexy, intelligente, che vuoi di più? Chiaro che ho attenzioni solo per lei, anche se poi non mi ricordo i compleanni, gli anniversari, San Valentino, la festa della donna. Ma Monica non ci fa più nemmeno caso, in effetti per noi ogni giorno è buono per mandarsi a cagare o per coccolarsi. Penso di essere un uomo fortunato, innamorato come i primi giorni, la mia Ghesty non potrei cambiarla con nessun’altra donna al mondo (anche perché non è una figurina). Sono un romantico, come te, l&#8217;Evro’o, il Gabbiaden e tutti quelli del BST».<br />
<strong>Serse e il rettangolo di gioco.</strong> «Mi sarebbe piaciuto fare il giocatore professionista, ma il mio calcio è un po’ limitato: so fare la rovesciata volante, è un gesto tecnico che mi viene naturale, spesso però finisco per farmi male alla schiena, come nella sfida tra noi del Berghem Soccer Team e la Ropeca a Villa d’Almè. Ho il piede bonito ma sono una schiappa nell&#8217;interdizione. Da piccolo sono stato un bravissimo raccatapalle all&#8217;Albinese, quasi un professionista del ruolo. A riprova gli attestati di stima dei grandi calciatori di Albino, il mio paese natale. Parlo di fenomeni del calibro di Piero Lussana, Mario Paletò, il Genio e il Picio (Mario Astolfi, attuale allenatore del Ciserano, ndr)».<br />
<strong>Serse e il calcio. Con relativa Top 11.</strong> «Il mio lavoro mi ha portato a conoscere tantissimi calciatori. E con molti di loro siamo diventati amici. E’ bello conoscerli dal punto di vista personale, rendendosi conto che sono ragazzi come tutti noi, con i loro problemi e i loro sogni. Poi c’è il Berghem Soccer Team, la mia squadra, un gruppo di amici (quasi quattrocento persone tra cui chi scrive, ndr)  che gira la provincia divertendosi. Lì il pallone è un pretesto per raccogliere fondi per chi sta male. Noi lo facciamo ridendo, facendo casino e spesso prendendo incredibili batoste calcistiche. Il mio personale top 11 arriva da lì, dal BST, dove ci sono Gabbiaden, Evro, Rudexxa, Bonfanten, Gigi Foppa, Mark Urbans, i due Genii, ma anche Ivan, Tissone, Doni, Zampagna, Gigi Del Neri, Gattuso, Caniggia, De Bellis, Garlini e Massimo Carrera. In porta Peter Barcella che manca a tutti, tanto. Qualcuno storcerà il naso nel leggere il nome di Cristiano Doni, ma nella mia Top 11 il capitano non può mancare&#8230;».<br />
<strong>Serse e l’Atalanta.</strong>  «Amo la Dea da sempre. Sono stato militante dei WKA e delle BNA, sono tutt’ora un ultrà, non praticante ma solidale con la Curva Nord 1907. Appena nato, sul tavolo della cucina di mia nonna, ad Albino, ho sentito che i colori nerazzurri mi avrebbero reso strafelice, ma anche tristissimo. Perché l’Atalanta è così: una fede che non ti fa mai stare tranquillo. A riprova come devo vedere la partita, concentrandomi sulla squadra, restando sempre sul pezzo, spingendola alla vittoria utilizzando la telepatia per motivare i ragazzi in campo. Dell&#8217;Atalanta, che una volta era la Bergamasca Calcio, rimpiango la presidenza della famiglia Ruggeri: Ivan era un po’ burbero, ma dal cuore grande e sensibile, Alessandro un giovane che farà parlare di sé in positivo. La Dea di oggi? Non commento, preferisco i ricordi».<br />
<strong>Serse e Dio. </strong> «Intanto sto attraversando un periodo in cui mi sento immortale e mi sembra pure di somigliare a Christopher Lambert in Highlander (due gocce d’acqua, ndr). Devo preoccuparmene? Poi con la religione cattolica ho qualche piccolo problema. Pur essendo stato un ottimo chierichetto, anche qui col piglio del professionista, sia ad Albino che in Sant’Alessandro, ho saltato la cresima. Ho promesso di prendere il sacramento quando mi sono sposato in chiesa, ma poi mi sono dimenticato di farlo. Lo farò entro due anni quando si cresimerà mio nipote Leo».<br />
<strong>Serse in viaggio.</strong> «Sono uno zingaro da sempre, fin da adolescente. Conoscere un posto lontano, la lingua, le persone mi è sempre piaciuto tantissimo. Da ragazzo ho fatto il lavapiatti a Vienna, poi il barista in Sardegna, ora lavoro  (tanto, ndr) in Svizzera. E poi viaggio: ho visto il Sudamerica, la Cina, l’Africa. Per lavoro ho visitato quaranta nazioni, per piacere altrettante. Ed è sempre affascinante, qualcosa che mi arricchisce e mi stimola. Oltre la metà della mia vita l&#8217;ho passata all&#8217;estero, in questo periodo vivo a Sion dal giovedì al sabato mentre sono a Zanica da domenica a mercoledì. A fine mese sarò a Istanbul per una notte e sarà la trentacinquesima volta che atterrerò all&#8217;Ataturk. E anche lì mi sembra di essere a casa».<br />
<strong>Serse e la politica.</strong>  «Quando vedo come i nostri onorevoli hanno sperperato i soldi pubblici, penso che i ragazzi dovrebbero fare una rivoluzione. Oggi in Italia un giovane ha pochissime possibilità di emergere e penso che dipenda tanto da chi ha amministrato male il nostro Paese negli ultimi anni. Secondo me il problema in Italia è principalmente la classe politica attuale, nessuno escluso, sembra non si siano resi conto che non c&#8217;è più niente da rubare e che oramai siamo sul lastrico. Proporrei un partito unico, un solo leader come nelle aziende, senza opposizione. In meno di dieci anni sistemeremmo il nostro Paese, daremmo lustro a mare, laghi, montagne, città storiche e culturali. Metterei dazi maggiori a tutte le merci d&#8217;importazione escluse quelle che non siamo in grado di produrre. Perché se non creiamo occupazione, la nostra economia ha una breve durata. Per farla semplice potrei chiedere al governo il mandato per vendere l&#8217;Italia agli Svizzeri. Staremmo da dio».<br />
<strong>Serse e il sogno nel cassetto.</strong> «Tra cinque anni aprirò un bed and breakfast ai tropici, penso sulle spiagge della Repubblica Dominicana, mi ci vedo a Las Terrenas con un bel sigaro in bocca, un catamarano, la Ghesty, i miei cani Aldo e Pinny. Non so ancora se mio figlio umano, Andrea, mi seguirà. Lì darò vita alla Onis Football School, completamente gratuita per i bambini del posto. Certo, prima di farlo inviterò i miei amici a seguirmi. Sarebbe bello scappare tutti insieme dall’Italia per andare a vivere al caldo e sul mare. Insomma una bella fuga di massa, formeremmo il Dominican Football Team».<br />
<strong>Posso venire?</strong> «Certo. Si parte tutti insieme. Io, te, il Giggifoppa, il Gabbia, Evro, il Frizzi (e Serse parte con una lunga lista di altri cento amici, ndr).  Facciamo quattro-cinque cento pullman…».</p>
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