Era un pomeriggio grigio vigogna, piovoso, plumbeo, freddo, gocciolante, tutto bagnato. Solo quando sei in giro in moto apprezzi il vero significato della parola bagnato. Acqua dappertutto intorno a te, sopra, sotto, davanti, addosso. il V7Sport filava a 180 all’ora, dritto e deciso nella coltre d’acqua che cadeva dal cielo, corposa e battente, slavando via i colori e lasciando solo il grigio in tutte le sue sfumature, un grigio pieno d’acqua e di freddo. Le gocce di pioggia picchiavano sulla visiera dell’AGV color oro e subito scivolavano via rincorse ed inseguite da migliaia di altre gocce che picchiavano e schizzavano e scivolavano a loro volta; il tempestio delle gocce su tutto il corpo era attenuato dalla robusta e spessa corazza paraffinata del Barbour, potevo sentire l’acqua rabbiosa ed impotente battere e rimbalzare, battere e rimbalzare e disintegrarsi contro quello schermo impenetrabile. Un ricordo lontano, come di un’altra vita ma era solo pochi giorni prima, nel caldo della cucina, sul tavolo col pentolino della paraffina e i gesti sapienti del “vecchio” motard a spalmare il fido Barbour, il caffè fumante, l’aria sospesa, l’ansia prima dell’avventura, la mia donna che mi guardava indecisa tra l’ammirazione e la disapprovazione.
Guardavo fisso davanti a me, concentrato sulla guida, apprezzando i nordici fondi autostradali drenanti e rasposi, attento alle pozze ed alle sagome dei camion. Ognuno di essi sollevava un muro d’acqua impenetrabile alla vista e quasi solido. Il Guzzi li perforava come le frecce degli antichi archi d’assedio inglesi perforavano scudi, cotte, piastre; li perforava preciso e solidissimo, correndo sulla sua monorotaia, trasmettendomi una sensazione di potenza e sicurezza che esaltavano la mia ostinata perversione di lanciami ogni volta contro quei muri d’acqua sfidando loro e la sorte, l’acquaplanning e la deflessione dell’aria e dell’acqua, all’altezza della cabina dei camion, che non aveva altro potere sul mio destriero d’acciaio che di rallentarlo un attimo, il tempo di scaricare l’energia della corsa residua dell’acceleratore ed avventarsi anche contro quell’ostacolo, senza incertezze, senza sbandamenti, teso e veloce come un proiettile. Che moto era quella! Quante corse, quante avventure, quante giapponesi bastonate in curva che poi ti raggiungevano in rettilineo e si “fermavano” a guardare che diavolo era quel ramarro che le aveva infilate proprio in piena curva all’interno o all’esterno, dove c’era posto; quanti guanti riscaldati sulle sue generose teste, quante mani, d’inverno, e quante pieghe su quelle due incredibili gommine da 3.50!  Ora, la mia R1 fa le stesse pieghe con un 195, e un centinaio di cavalli in più!
Chilometro dopo chilometro, curva dopo curva, camion dopo camion ci avviciniamo alla nostra meta, l’Olanda. Migliaia di chilometri, giorni e giorni sotto l’acqua a inseguire irraggiungibili schiarite, ostinatamente tesi alla meta; e adesso, guidare nell’acqua che cade e schizza e t’investe e t’annaffia che sembra il diluvio universale, che sembra non debba mai finire e incominci a pensarlo, inizia a essere divertente; ci si abitua a tutto ma c’è un’età in cui l’eroismo solitario, benché inutile, è esaltante: tu ci sei, tu sei partito, gli altri no, hanno rinunciato ma non tu, non “lei”, e così ora siete lì, insieme, invincibili, inarrestabili, insensibili, tenaci, indomabili, e gli altri motociclisti, quelli indigeni che ti guardano, vengono a vedere la targa, sollevano il pollice, non c’è bisogno di parlare, ti offrono una birra e tanto basta, sorridenti e gocciolanti come te.
E poi via, di nuovo in sella, il pulsare ritmato del grosso bicilindrico a V, i tubi incrostati, il pensiero alle ganasce lavorate a solchi prima della partenza, alle guaine ingrassate, ai cablaggi ripassati, ai capicorda sostituiti, alla sigillatura del faro.. quanta esperienza, quanta sapienza motociclistica scomparsa, quanta strada fatta per arrivare fino lì, quanti piccoli trucchi nella tua trousse dei ferri. Il V750 frullava che era una meraviglia, si beveva i chilometri sul fondo dell’oceano come se nulla fosse, era buio ormai, pensavo alla zuppa della sera ed all’albergo caldo di legno e pietra che mi avrebbe accolto, ma non avevo fretta, la velocità era solo pura libidine, non fretta, la velocità e l’acqua erano, ora, gioia ed emozione, gesti calibrati, colpo d’occhio, intuizione, prevenzione, il divertimento della guida impegnativa, ci stavo bene sulla moto, la noia era dover fare benzina di tanto in tanto, levarsi i guanti bagnati, aprire il Barbour, cercare i soldi.. Ancora una sosta, una sbirciata alla cartina incellofanata; la voglia della zuppa comincia a farsi sentire, e la voglia di una doccia calda, e levarsi la paraffina nerastra dalle mani, e lenzuola pulite, e il corpo caldo di lei, dolce, morbido, accogliente, disponibile.
Quando tornammo a casa la moto fumava azzurro, tirava olio dalle fasce, le avevo chiesto troppo e quei seimila chilometri a 180 all’ora avevano lasciato il segno nonostante il miglior impianto di raffreddamento che una moto del tempo potesse avere, ma quella galoppata di 15 giorni sotto l’acqua costante in giro per l’Europa rimane uno dei ricordi più belli di una pur lunga e vissuta vita motociclistica.
Di quel viaggio magico e terribile mi resta un ricordo indelebile, una tacca nell’anima e il piacere di guidare sotto l’acqua ogni tanto, ma non solo. Il ripiano più alto del mio armadio ospita solo una borsa. Dentro, chiuso nel cellophane, ben piegato e paraffinato, riposa un vecchio amico, un inseparabile amico; non mi resta nulla di allora, tranne il mio fido e adorato Barbour, quello che ha fatto la differenza tra vivere e morire, vincere e perdere, andare avanti o rinunciare, conquistarsi una birra al valore direttamente sul campo di battaglia o starsene a casa bei comodi davanti alla TV;  e chissà, un giorno forse, quando i bambini saranno grandi e la moglie impigrita, aspetterò una Pasqua piovosa come allora, aprirò religiosamente quell’involto untuoso, m’infilerò in quell’antica uniforme, inforcherò il mio bicilindrico a V e via, ancora, come allora, sulla strada deserta di moto, io e lei soli, nell’abbraccio sereno e fiducioso che lega due amanti da sempre; io e lui, la corazza ancora impenetrabile, calda, sicura.; io, ancora io, l’antica forza ancora nell’anima, e nelle braccia, solo, e la strada davanti a me, grigia e piovosa.